holes in this sand (right now)

14 Ott

Per te che sei il sole che scalda il mattino

Per te che sei il bene in un mondo di male io faccio un sorriso

Per te che ami e non pretendi mai nulla faccio di quest’amore una culla dove tu possa assopirti beata, compresa e sicura d’essere amata

Per te che cogli i bei fiori di maggio aspettando l’estate io canto il mio cuore

Per te che ogni volta ritorni dipingo i tuoi sogni

Per te che mi guardi così io scrivo una riga

Per te cometa su i monti
(io vivo i miei giorni)

GIANMARCO GROPPELLI

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce”
(meditazioni per chi cerca un senso alla sua vita) Groppelli-Marchioni.
Centro culturale “E. Manfredini”
Tradizioni e Prospettive.
Finito di stampare nel mese di marzo 2000.
Tutti i diritti sono riservati.
Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza.

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PcSera Gianmarco Groppelli

14 Ott

QUELLO CHE NON SO DI LEI
(D’après une histoire vraie)

FR-BELGIO-POLONIA 2017

110 min.

Regia di Roman Polanski

gen: thriller psicologico-noir drammatico.
cast: Emmanuelle Seigner, Vincet Pérez, Eva Green, Dominique Pinon, Camille Chamoux.

Liberamente ispirato al romanzo verità di Delphine de Vigan.

Delphine, scrittrice di successo in piena crisi creativa intreccia una singolare relazione con una sua fan, donna intelligente e misteriosa.

Premetto che ripercorre il trascorso artistico di Roman Polanski è un po’ come arrischiarsi sul ghiaccio.
La sua fortunata e chilometrica carriera vanta capolavori impressi nella storia del cinema. Vere e proprie pietre miliari.
Polanski è per certi versi un mondo a parte e i mondi a parte hanno bisogno di qualche parola in più.
Non voglio annoiare, tuttavia, pertanto non starò a dilungarmi troppo.
Potrei tracciare un profilo del regista al fine di dare una visione più chiara di questo controverso artista.
Ho scelto di farlo; con poche parole.
Sebbene, come del resto prima e dopo di lui, hanno fatto i suoi colleghi ossia cavalcare generi molto diversi l’uno d’altro, Polanski ha davvero qualcosa in più che lo contraddistingue.
Una sorta di marchio di fabbrica.
Un modo di fare cinema assolutamente personale.
Come dicevo, un mondo a parte.
Prendiamo come riferimento un David Cronenberg notoriamente riconosciuto come il fondatore “dell’horror biologico”.
Solo gli occhi di Cronenberg vedono realmente e lo sottolineo, realmente, ciò che è il risultato ultimo della sua fatica.
In questo si assomigliano molto poiché se esiste un regista al mondo i cui film appaiono a una prima occhiata addirittura incomprensibili (nel messaggio e nella vestizione) è proprio David Cronenberg.
Polanski trova un parallelismo col regista canadese in quanto entrambi hanno come scelta in comune quella di avvalersi dell’effetto shock, del -ma cosa ?!-
Cronenberg, il più delle volte sbattendoci in faccia i più raccapriccianti effetti speciali sia in termini di make up che in termini digitali.
E poi ?
E poi la sottotrama.
Porte dentro porte e dove queste conducano è sempre un mistero.
Quindi, Cronenberg più diretto e spietato. Polanski più malinconico, intimista, “cauto” e di impronta più fina, ma sempre scioccante.
Mai prevedibile. Un passo davanti a tutti.
La macchina da presa è un’estensione dei suoi occhi che frugano l’animo umano, lo sviscerano letteralmente e lo passano al microscopio; per cavarne cosa ?
Angoscia, punti deboli, tetraggini, ambiguità e direi un compiaciuto, morboso ricalcare (sempre con perizia e mestiere) gli anelli che tengono insieme la catena del suo “bizzarro” stile. Del suo modo di vedere il mondo.
Qualche critico lo ha paragonato in questo senso a Ingmar Bergman.
Ne convengo al mille per mille: due psicologi oltre che due virtuosi registi.
Due esperti del tormento.
“Rosemary’s baby – nastro rosso a New York”, “L’inquilino del terzo piano” e “Venere in pelliccia”.
Mi sbilancio e dico: la “trilogia dei sensi”.
Polanski torna alla riscossa col coltello in mezzo ai denti.
“Quello che non so di lei” è un film tesissimo, torbido, mozzafiato, inquietante, possessivo-ossessivo, nero, amaro, efferato.
Un -lasciatevi sconvolgere- d’autore.
Il confine tra “vero” e “falso” è una linea ben visibile oppure occorre scavare con le unghie per stanare il “vero” o il “falso” ?
Polanski ha tutto in testa.
Lo spettatore un po’ meno ed è proprio questo che fa di “Quello che non so di lei” una perla del thriller psicologico.
Polanski è un genio.
Maestro della gamma cromatica.
La padronanza con la quale maneggia e impasta gli ingredienti di questo esplosivo prodotto è incredibile.
Nelle mani sbagliate il risultato sarebbe stato un guazzabuglio di deliranti immagini senza capo ne coda.
Viceversa, questo è proprio uno di quei film che a fine proiezione ti fa dire “Il buon cinema non è morto come dicono in molti !”.

Gianmarco Groppelli

Giudizio: ☆☆☆☆☆
http://www.piacenzasera.it
PcSera

di Gianmarco Groppelli

13 Ott

TITOLO ORIGINALE

AUS DEM LEBEN DER MARIONETTEN

UN MONDO DI MARIONETTE- ITA

GER-SVEZIA 1980
104 MIN.
GEN: DRAMMATICO.
FOTOGRAFIA: SVEN NYKVIST.
MUSICHE: ROLF A. WILHELM.
CAST: ROBERT ATZORN, HEINZ BENNENT, MARTIN BENRATH, TONI BERGER, CHRISTINE BUCHEGGER.

un film di INGMAR BERGMAN

Peter Egerman, giovane imprenditore di successo e’ soltanto all’apparenza un uomo felice. Il suo matrimonio con Katarina (della quale e’ innamorato alla follia) fa acqua da tutte le parti.
Questa, stilista in carriera, e’ una donna algida e dai modi spicci.
Peter cerca aiuto dalla desolazione che lo circonda presso lo psichiatra Mogens il quale cerca di fargli intendere che in lui e’ radicata una palese e sempre più montante omosessualità ma Peter preoccupato soltanto dal fatto di poter perdere Katarina non bada più di tanto alle parole del medico e amico.
In seguito all’ennesimo litigio con la moglie, Peter, per la prima volta nella sua vita forse per dimostrare a se stesso di essere un uomo/maschio o forse per ripicca nei confronti di Katarina, decide di intrattenersi con una prostituta (…) epilogo geniale e sanguinoso che riporta al principio della vicenda e viceversa.

GIANMARCO GROPPELLI

DsPcDoCinNews

art. 44

pag. 22-23

marzo 12, 2001

BUGGERED (I m A)

13 Ott

Michael conosce Taylor Hannah (1980)

…e col tempo iniziano ad amarsi (1981)
Sono giovani e con le pezze al culo ma tengono il cuore in mano e come tutti i giovani sono testardi e qualche volta (innamorati) davanti alle scuole, nella metro, nei bar quando piove (…)
Sognano una casa tutta loro.
Un’automobile per spostarsi.
Un lavoro che dia loro un salario assicurato.
Un bimbo per il quale ansimare con l’orecchio teso (quando ha la febbre) e si sbatte tra le lenzuola mezzo dormendo mezzo gemendo.

(1984)
Michael frequenta i corsi serali: sputando sangue e colore di giorno
(in officina) zeppo di Marlboro e caffè con gli occhi pesti, pallido ma vincente, sventola il diploma tra i colleghi compiaciuti che lo stanno a guardare con la fiamma ossidrica in mano e i calzoni giu’ per il culo.

(1984-1985)
“quasi perfetto” (…)

Possiedono tutto ciò che hanno desiderato ?

NO !
PERCHÉ ADESSO TAYLOR HANNAH AMA UN ALTRO.

Gianmarco Groppelli
1988
Provincetown, MA

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce”
(meditazioni per chi cerca un senso alla sua vita) Groppelli-Marchioni.
Centro culturale “E. Manfredini”
Tradizioni e Prospettive.
Finito di stampare nel mese di marzo 2000.
Tutti i diritti sono riservati.
Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza.

Mason-Dixon line

13 Ott

Non appena vide le luci di un’automobile che si avvicinava sfodero’ il pollice facendo oscillare la mano su e giu’, adagio.
Era piena estate. A quell’ora, le due e dieci del mattino più o meno, soffiava una piacevole brezza che gli accarezzava viso e capelli, nulla più.
Aveva con sé un giubbetto in jeans che portava legato intorno alla vita.
L’auto rallentava ma per una qualche ragione che non capiva se ne stava addossata alla doppia linea nel centro della strada.
Lui continuo’ a far oscillare la mano su e giù (adagio) abbozzando un passo in direzione delle luci.
L’automobile si accostò al ciglio della strada. Tutt’intorno erano campi frammentati e disomogenei sopra i quali stentava un’erbetta incolta del colore se non proprio caffè latte poco ci mancava.
Diciamo la verità: in quel nulla notturno l’erbaccia era color carne o perlomeno così sembrava ora che i fari dell’auto erano puntati su di essa.
“De che parte ?”.
Lui fece cenno all’uomo che stava al volante sventolando una mano come a dire – avanti, vado in avanti –
“Sali”.
Viaggiarono senza scambiare una parola per un’ora fintanto che l’uomo al volante disse che doveva urinare e fermo’ l’auto sotto a un cartellone che faceva pubblicità alle sigarette Salem Menthol.
Una volta spento il motore levo’ le chiavi dal quadro del cruscotto e se le mise in tasca lasciando il suo passeggero nel chiaroscuro dell’auto.
La luna piena fendeva il cartellone “lacerandolo-trapassandolo” e gettando su di esso una luminaria che si perdeva in un punto imprecisato.
Vedeva l’uomo che gli dava le spalle; aveva delle spalle ampie che sembravano come strizzate, penosamemte sacrificate e costrette nella camicia rossa che indossava. Avrebbe giurato fosse una camicia di flanella.
Di lì a dieci giorni sarebbe stato il quindici di agosto. Scosse il capo.
L’altro avanzava nell’erba trascinandosi appresso una gamba (la sinistra, forse) con indicibile sforzo e in effetti sul viso dell’uomo stava uno scarabocchio a metà strada tra un ringhio e …un ringhio.
Si scuso’ per aver impiegato quasi dieci minuti a sbarazzarsi, guardo’ nello specchietto retrovisore della Volvo Polar e avvio’ il motore che tossí orribilmente
“Cancro alla prostata” disse. “Andiamo”.
Lui appoggio’ la testa contro al finestrino mentre l’auto iniziava a spostarsi.
Era messa male ma per fortuna sul cruscotto era piazzato un ventilatore grande quanto un lecca lecca XL le cui pale giravano in modo viceversa perfetto e regolare.
“Calvin, e tu ?” . Così, d’improvviso.
E dopo averci pensato un po’:
“Vuoi sapere anche il cognome ?”.
Il passeggero scosse la testa in gesto di diniego e rispose che non era necessario, aggiungendo – signore – io Hank.
Quell’altro rise forte.
Nessuno lo aveva mai chiamato signore.
“Hank, come Bocephus”.
Seguí un breve silenzio.
“Prego ?!”
Un camion cisterna si getto’ in sorpasso della Volvo pestando rabbiosamente sul clacson e Calvin raccolse quella provocazione pestando di rimando anch’egli sul clacson tenendolo premuto per cinque minuti abbondanti.
“Come Hank Jr, sai, il cantante”.
Si bacio’ le dita e allungando la mano sul cruscotto disse estasiato:
“Che concerto, ragazzo”.
La fotografia era appiccicata maldestramente al vano portaoggetti con del comune nastro trasparente, in fondo a destra c’era una data, 1989 appena leggibile nel buio dell’abitacolo.
“Sei troppo giovane per conoscerlo” disse.
“Ma per certo verso e’ anche vero che no”.
Una nube di confusione adombro’ il suo viso. Disse di nuovo “Prego ?!”.
Negli ultimi due anni si era avvezzato ad andare di pollice per spostarsi da un posto all’altro e ne aveva incontrata parecchia di gente stramba nel suo assurdo peregrinare,ma cavolo, quel tizio (con la camicia di flanella in estate) quasi del tutto sdentato, col cancro alla prostata e i capelli di un rosso ferrigno quasi sgradevole era forse il personaggio più assurdo e ambiguo che lo avesse mai caricato.
“Dicevo, non si e’ mai troppo giovani” tossí. “Scusa, o troppo vecchi per conoscere Bocephus”.
“Senti che roba”.
Solo adesso si era accorto del suo crudo accento del sud.
Calvin armeggio’ per qualche istante con la custodia di una audiocasetta mentre il suo passeggero reggeva il volante.
“Grazie”. E inserì la cassetta.
Dapprima non si udì nulla fatta eccezione per un fruscio distorto.
Evidentemente, penso’, il suo rozzo compagno di viaggio aveva ascoltato quella cassetta milioni di volte.
Non poteva essere altrimenti.
Il nastro era tutto rovinato.
Un altro veicolo, una Buick Verano verde oliva li superò in gran fretta.
“Ammazzati”. Gli urlo’ Calvin agitando un pugno fuori dal finestrino.
E ancora non si udìvano ne voce ne musica.
“Ma che hanno tutti stanotte ?”.
Ma stava parlando più a sé stesso che al suo passeggero.
“Tu ci credi a quelle robe che quando c’è la luna piena la gente fa cose strane ?”.
Hank si prese un secondo per pensare.
“No, credo di no”. Rispose.
Calvin grugní stringendo le mani sul volante.
“In piena notte, che fretta c’è di…”.
Non finí.
Hank gli disse di non badarci.
Un tatuaggio sbiadito e tratteggiato alla buona nei contorni ora sepolti dai peli brizzolati dell’uomo recante una bandiera confederata era accompagnata da una scritta appena sotto.
Senza bisogno di leggere, Hank poteva benissimo immaginare cosa dicesse quella scritta:
American by birth
southern by the grace of God.
Il tatuaggio si sollevava e si contraeva allorché Calvin stringeva o allentava la presa sul volante. Aveva avambracci muscolosi e nerboruti ma proprio non avrebbe saputo dargli un’età nonostante quei peli brizzolati e la folta barba squadrata quasi completamente bianca che gli copriva il viso fin poco sotto gli zigomi. Forse cinquanta anni, forse.
Più probabile cinquanta cinque o giù di lì.
Non aveva poi molta importanza purché si arrivasse prima possibile.
La presenza di quell’uomo trasandato con la camicia di flanella in estate, senza denti, col cancro alla prostata, i capelli rossi e tutto il resto gli stava diventando sempre più insopportabile e ripugnante ad ogni miglio che percorrevano.
E comunque, Hank non aveva la men che minima idea di dove fosse diretto.
Da qualche parte in Alabama.
Non sapeva altro.
A quel “altro” avrebbe pensato una volta che l’uomo gli avesse detto: “Capolinea”.
Ma per il momento non sembrava intenzionato a dirglielo o almeno così pensava. Fumava e guidava tranquillo sempre stando a ridosso della linea.
Mah.
Se si fosse tenuto più a destra nessuno avrebbe avuto ragione di strombazzargli furiosamente ma non lo disse.
Perduto com’era nella sua epifania si era accorto che quel tale
(com’era, Bocephus !?) stava dicendo a una certa ragazza che quando era stato giovane faceva l’amore solo per divertirsi ma che adesso le cose erano cambiate.
Aveva una bella voce. Molto intonato.
La testa di Calvin ondeggiava come una frasca al vento.
Il ritornello di quel motivo pareva aver risvegliato la sua parte più sensibile e umana ammesso che ne avesse avuta una: tra imprecazioni, “slogan razzisti” tatuati addosso, bestemmie e mozziconi gettati senza riguardo alcuno non aveva certo dato sfoggio alla sua parte migliore.
E poi i cenci (invernali) e maleodoranti che lo ricoprivano…
Era forse un contadino, sta bene, ma non era certo una ragione per andare in giro come un bastone da pollaio.
Ora che lo guardava bene, di profilo…
Hank noto’ una profonda cicatrice che gli partiva dal sopracciglio e scendeva giù per scomparire da qualche parte dietro all’orecchio insolitamente grande e bitorzoluto o almeno così gli sembrava, bitorzoluto.
Come se gli avesse letto la mente l’uomo gli disse che si era quasi spaccato la testa cadendo dalla motocicletta.
“So cosa stai pensando, ragazzo”.
Hank arriccio’ le dita dei piedi nelle scarpe, deglutí e lo sbircio’ di traverso.
“Prego ?”.
Quello al volante rise.
“Sei un prete ? Perché accidenti preghi”.
E rise di nuovo gettando indietro la testa mentre la cenere della sigaretta gli cadeva tutta addosso sulla camicia e sui calzoni larghi e bisunti.
“Stai pensando che sono un dannato redneck che non ha mai visto un centro commerciale”.
Hank si schiarí la voce e rispose che si sbagliava, che quel pensiero non gli aveva nemmeno accarezzato la mente.
“Accarezzato la mente” ripeté l’uomo provandoselo sulla lingua. “Accarezzato la mente. Che il diavolo mi porti, suona bene molto. Hai fatto l’università ?”.
Lui annuì.
“Ci andavo, si”.
“Nel senso che ci andavi e che hai smesso di andarci ?”.
Rispose che si, aveva smesso di frequentare.
“Mi hanno messo alla porta”. Ammise.
Calvin getto’ di nuovo la testa all’indietro e rise più forte di prima, a singhiozzi convulsi come se qualcosa gli fosse andato di traverso e cercasse di sputarlo fuori per non soffocare.
“Ti hanno messo alla porta. Sei stato cacciato?!”.
“Sono stato cacciato”.
Altro muggito da parte di Calvin.
Non rideva ora ma si torturava una coscia con le unghie, aprendo e chiudendo la mano come se avesse un gran prurito.
“Devo fermarmi. Voglio fermarmi, meglio, a prendere da bere ho sete”. Annuncio’.
“Ma sono le…”.
“Quello e’ aperto”. Indicava un supermarket sull’altro lato della strada.
Stacco’ le chiavi dal quadro del cruscotto e se le mise in tasca, come aveva fatto prima.
“Non scendi a sgranchirti un po’ ?”.
“Sto bene così, grazie”.
“Vuoi qualcosa ?”. Ma furono parole pronunciate per il gusto di pronunciarle poiché Calvin non attese la risposta e dopo aver lasciato passare un furgoncino della UPS trotterello’ sulla gamba sana fino al supermarket.
Hank si lasciò sprofondare nel sedile sbuffando.
Hank Jr (Bocephus) non cantava.
Il nastro si era esaurito ed era tempo di girare il lato della cassetta ma non lo fece. Si limito’ a pigiare il tasto di stop e guardo’ fuori dal finestrino pensando che quello era davvero il tizio più losco e pruriginoso che aveva mai incontrato.
Passarono forse dieci minuti.
Un lasso di tempo che gli sembro’ infinito li così, seduto dov’era col tanfo di sudore e sigaretta che appestava l’abitacolo.
Dio, se solo avesse lasciato le chiavi nel quadro…
Cerco’ di soffocare quel pensiero nero con l’immagine della sua ex fidanzata ma si accorse che non ci riusciva.
Si stropiccio’ gli occhi e quando decise di riaprirli (sperando che tutta, ma proprio tutta quell’ira del cielo) dal cancro alla prostata alla musica country fossero solo il risultato di una sbronza accusata male…
forse aveva bevuto vino in
cartone, tre dollari neanche a voler essere abbondanti. Era una possibilità.
Ma non si trattava, con suo immenso rammarico, di un brutto sogno poiché l’aria ora “fredda” della notte piena gli ridestava la percezione dei sensi tanto da indurlo ad alzare il finestrino.
La manovella era spezzata.
Impreco’ nella sua mente, forse urlo’.
La sua mano scatto’ in avanti colpendo il vano portaoggetti e la cosa lo sorprese perché nonostante tutto non era mai stato incline alla violenza.
Ma quella nauseante nottata doveva finire e questo era un fatto.
Mentre la prospettiva tutt’altro che gaia di macinare alte miglia insieme a quel tizio gli si materializzava davanti agli occhi, nel medesimo tempo qualcosa stava iniziando a farsi inconsciamente strada nella sua mente.
Gli si accappono’ la pelle e i peli schizzarono sull’attenti da poterli vedere distintamente.
Stava accingendosi a indossare il giubbotto che aveva con sé quando nel voltare la testa per guardare l’ora sul cruscotto vide Calvin che “correva” incontro all’auto.
Teneva, se il chiaroscuro e la stanchezza mentale non lo tradivano, una confezione da sei bottiglie (birra forse) sotto a un braccio. L’altra mano che artigliava il collo come se stesse soffocando.
Sarebbe cascato lungo disteso, infarto?
Hank non aveva cuore di augurarglielo, ma forse un pochino ci sperava.
L’uomo si proietto’ in auto con impeto tale da scuoterla. Avvio’ il motore e partì a razzo facendo stridere le gomme.
Qualcosa spinse Hank a voltarsi e si augurava di non vedere ciò che la sua mente gli suggeriva.
Suo malgrado dovette vederlo e accettarlo: il proprietario del negozio lanciato in delirio all’inseguimento dell’auto con il grembiule ancora indosso.
Un secondo più tardi era scomparso come inghiottito dall’asfalto.
Ora la Polar fendeva la notte facendosi strada con prepotenza, sorpassando un auto con roulette e un camion della nettezza urbana.
Hank non fiatava.
Teneva d’occhio il cruscotto.
Una spia rossa lampeggiava, a destra.
Si auguro’ con tutto il cuore che ciò stesse a significare che vi fosse un qualche guasto abbastanza serio da lasciarli a piedi.
Non ne aveva mai capito un accidenti di motori e ora se lo rimproverava.
Calvin gli getto’ addosso un’occhiata raggelante che Hank interpreto’ come un semplice e diretto:

Non fiatare o t’ammazzo !

I suoi occhi erano adesso bui e senza vita come quelli di uno squalo.
Vibravano. Erano occhi che dovevano aver veduto l’inferno, penso’ Hank.
Un sorrisetto “complice” imbastito alla bell’e meglio tenuto su dalla forza della volontà come a dire: “Tranquillo, sono calmo Calvin. Davvero, non fiato”.
Ma aveva i nervi a fior di pelle e il cuore gli pulsava nella gola strozzata come strozzate gli erano uscite quelle parole immaginarie ma purtroppo il suo terrore era autentico, e gli sedeva proprio da parte.
Non poteva nemmeno gettarsi fuori dalla macchina perché andavano troppo veloci e si sarebbe sfracellato sull’asfalto lasciando sul ciglio della strada e poi chissà dove brandelli di carne, poltiglia di cervello, schegge d’ossa, denti e frattaglie.
Materia grigia sprecata !
Penso’ con un insolito e disgustoso humour nero dettato dall’isterismo che gli gonfiava il petto.
Si sentiva soffocare e le orecchie gli fischiavano.
L’uomo infilo’ una mano sotto al sedile e poi la rimise sopra il volante.
Hank non aveva fatto in tempo a vedere cosa Calvin avesse fatto.
Un secondo più tardi, dopo aver guardato nello specchietto, Hank lo avrebbe purtroppo saputo.
L’uomo gli spianava in faccia una pistola enorme o almeno così gli sembrava, a due centimetri dal suo naso
“Caccia i soldi, professore”.
Se il panico non avesse travalicato la sua capacità di pensare e di articolare una qualsivoglia frase che avesse un senso, gli avrebbe senza dubbio chiesto se secondo lui sembrava un professore (…)
Guardami bene, bifolco. Penso’.
Ma l’occhio cieco della calibro quaranta cinque che gli stava di fronte era troppo.
Quello era un colpo basso. Roba da film.
“Calvin” gemette. “Sai bene che…”.
L’uomo proseguì per lui, ringhiando:
“Che non ho un soldo e ho le pezze al culo perché mi hanno cacciato dall’università e mi faccio il paese in autostop”.
Hank era paonazzo, addossato, praticamente appiccicato al finestrino come se quella posizione avesse potuto cavarlo dai guai.
“Qualcosa così, si”.
“Invece io dico che voi damerini di città non avete mai del tutto il culo a terra”.
E nel pronunciare queste parole l’uomo stringeva la pistola con tanto vigore da sbiancargli le nocche.
“Non te lo ripeto, professore”.
Gli premette la pistola contro.
Hank sentiva la sagoma gelata del foro esattamente al centro della fronte.
“Amico, io…avrò forse venti dollari”.
“Balle. Caccia la grana o ti ammazzo”.
Passo’ per la mente di Hank che non doveva aver ricavato poi molto dalla rapina nel supermarket, perché era palese che lo aveva rapinato.
“Se abbassi quella cosa te li do”.
“Non mi dici cosa fare !”.
“Io intendevo dire che…”.
“Caccia i soldi. Sei proprio al limite”.
Hank sapeva che gli avrebbe sparato.
Oscuramente. Oscuramente ma lo sentí.
Negli occhi celeste del ragazzo nei quali adesso si rifletteva l’immagine della macabra mietitrice, Calvin carpí una sorta di proiezione del futuro.
Qualcosa che oscillava tra il possibile e il quasi sicuro.
“Dunque ti spicci o vuoi che…”.
Poggio’ il dito sul grilletto e lentamente mosse il foro della canna sulla fronte madida del giovane.
Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeep
Calvin trasalí proiettandosi automaticamente giù dal “letto”.
Aveva i piedi nudi e il pavimento era una lastra di ghiaccio a scacchi, una mattonella grigio, l’altra nero.
Dopo sette anni passati in quel cesso doveva ancora abituarsi al suono assordante di quella specie di cicalino
che doveva sentire cinque volte al giorno: per l’alzata del mattino, all’ora di colazione, per l’ora d’aria, per l’ora di cena e poi ancora cinque minuti prima che venissero spente le luci in automatico lasciando il braccio D in una luce morticcia in teoria tendente al giallo ma che di fatto era più bianca che gialla, alle dieci in punto.
Non era la prima volta che lo stato del Texas gli pagava una vacanza ma quello sarebbe stato il soggiorno “più lungo” della sua vita.
Il suo legale, vista vana la possibilità di giocare la carta di una ipotetica infermita’ mentale del suo assistito in quanto tre psichiatri su quattro avevano asserito che Calvin Peter Goldman era in pieno possesso delle proprie facoltà mentali al momento del reato e avevano prodotto documenti incontestabili al fine di incriminarlo non aveva potuto far molto per cavarlo dai guai. Tali perizie psichiatriche, una per il giudice, una per l’accusa e una per la giuria ponevano l’imputato in una situazione a dir poco spiacevole. Egli doveva rispondere di dodici capi d’accusa tra i quali, sequestro di persona, rapina e omicidio.
Il procuratore aveva chiesto la pena di morte.
La sentenza emanata dal giudice Thomson il quale di lì a pochi giorni sarebbe andato in pensione appendendo la toga al chiodo e firmando l’ultimo capitolo della sua brillante carriera era stata letta alle nove del mattino.
Ci erano volute quasi due ore per chiudere il caso Goldman; due ore per leggere l’articolato e “infinito” papiro che condannava Calvin Peter Goldman a duecento ventisette anni di prigione più altri undici da scontare nel braccio della morte più altri due di “sospensione” prima dell’esecuzione che sarebbe avvenuta tramite iniezione letale.
“Datti una mossa”. Ringhio’ la guardia piantata davanti alla cella aperta con le braccia forti intrecciate sul petto altrettanto forte e un gigantesco mazzo di chiavi che gli pendeva dal cinturone già appesantito da manette, pistola di ordinanza, radio, Guardian Angel orticante, taser elettrico, uno sfollagente a corpo rigido, uno sfollagente estendibile, quattro caricatori, una grossa torcia elettrica e una radio supplementare più piccola.
Calvin si mosse lentamente e si mise il pezzo di sopra, la t-shirt della prigione (color rosso) che distingueva i detenuti estremamente pericolosi dai detenuti “comuni” i quali indossavano colori come giallo, bianco, blue e verde.
La sua cella era un inno al ciarpame e al disordine.
Negli ultimi due anni si era lasciato crescere la barba che ora gli arrivava poco sotto il pomo d’adamo.
Non gli importava che il signore dio dei cieli e della terra lo trovasse più o meno curato il giorno in cui sarebbe uscito coi piedi avanti dalla camera del boia.
Come non gli importava aver stuprato, rapinato, torturato e ucciso persone innocenti adescate lungo strade poco illuminate.
Non gli importava aver piantato una pallottola in testa “al professore” ma per una qualche occulta ragione che non si spiegava aveva sognato di lui e non solo, la cosa più orrenda e bizzarra di quel “sogno” tanto lungo quanto sgradevole, era che in questo, egli era la vittima e il ragazzo, l’ex universitario, il giovane coi grandi occhi, il suo aguzzino.
“Se non esci entro due secondi ti faccio rimpiangere di essere nato, non te lo ripeto”. La guardia oscillava ora su un piede ora sull’altro e pareva desideroso di pestare a sangue quel rifiuto umano.
Ma perché aveva sognato di lui tante volte?
Non gli era mai capitato prima.
Aveva sempre nonostante le aberrazioni delle quali si era macchiato, dormito sonni tranquilli e ristoratori.
Ma quel ragazzo era divenuto il suo tormento e il suo castigo ed era riuscito persino (da morto) a insinuarsi nei suoi sogni per turbarli, stravolgerli e invertirne addirittura i ruoli.
“Adesso t’ammazzo”.
“Arrivo, arrivo. Rilassati”.
Si portò di fronte all’agente.
Calvin “vedeva” il suo viso celato dalla visiera dal casco anti sommossa.
Era la prassi.
Di fatto non lo vedeva ma se lo figurava grasso e pieno o almeno così gli piaceva figurarselo.
Quell’altro non sapeva che Calvin lo aveva nella sua mente, battezzato “lo yankee ciccione”.
Il detenuto sorrise sempre scrutando la visiera dietro la quale c’era questa chiazza informe parlante.
“Mani avanti, faccia a me…”.
Catene ai piedi e il solito ritornello che aveva sentito fino alla nausea.
“Esci adagio – tu davanti a me”.
E mentre avanzava lungo il corridoio scorgeva gli altri detenuti rinchiusi come bestie in un serraglio.
Gli pareva quasi di sentirli gemere e ululare di follia e dolore, di rabbia e dio solo sapeva che altro.
Il piano di sotto era una sala a cerchio che ospitava più o meno trenta tavoli anche loro a cerchio ognuno con dieci posti a sedere, forse otto.
Non li aveva mai contati.
Ora di colazione:
aveva impiegato una vita a sedersi.
La nuova addetta alla distribuzione pasti era quasi più lenta delle sue quattro colleghe il che era tutto dire.
Anche questo pensava Calvin era contemplato nel disegno.
I detenuti vedevano i loro diritti e la loro dignità calpestati su ogni fronte anche il più apparentemente insignificante.
Forse era giusto così. Non gli importava.
Voleva solo la sua colazione; uova e pancetta con molto burro, non troppo cotte.
Seeeeee, se si fosse anche solo azzardato a dire per scherzo una cosa del genere al personale sarebbe finito in isolamento per quattro giorni.
Mangiava quello che passavano come tutti.
Ma nelle sue fantasticherie c’era spazio non solo per le donnine nude ma anche per uova e pancetta, non troppo cotte con molto burro, evidentemente.
Al suo tavolo stavano ergastolani più o meno dell’età sua. Bikers avvezzi a fare dentro e fuori dall’età di vent’anni.
Anche loro indossavano il colore rosso.
“Come ti va, killer ?!”. Chiese uno di loro rivolgendosi a Calvin con una lieve canzonatura.
“Tutto sommato bene” rispose. “Ma…”.
“Ma cosa ?”. Lo incalzarono gli altri.
“Continuo a fare un sogno tremendo”.
La forchetta gli casco’ dalla mano e l’uomo si getto’ al centro della stanza dove dette di stomaco.

GIANMARCO GROPPELLI
( TX, ’98 )

Tra poesia e fantasy, ecco “La forma dell’acqua” di Gianmarco Groppelli

12 Ott

USA 2017
119 min.
Regia di Guillermo del Toro.
genere: fantastico – sentimentale.
fotografia: Dan Laustsen.
musiche: Alexadre Desplat.
cast: Sally Awkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer, Doug Jones, Lauren Lee Smith, Nick Searcy, David Hewlett.

Vincitore del Leone d’oro come miglior film alla 74esima mostra internazionale cinematografica d’arte di Venezia. Vincitore di due Golden Globes. Ha ottenuto tredici candidature ai premi Oscar.

1962, Elisa donna delle pulizie (muta) impiegata presso un laboratorio governativo scopre, insieme a una collega, una strana creatura all’interno di una cisterna. Nel tempo, Elisa maturerà per questa curiosa creatura anfibia sentimenti di affetto dettati da una forte empatia. Questa opera d’arte, perché non è possibile definirla altrimenti, non è un film fantastico propriamente detto.
Non è un film di fantascienza e non è un film che vuole sbatterci in faccia i prodigiosi effetti speciali che lo arricchiscono anzi, per certi versi la sia pur affascinante vestizione digitale è il punto di minor interesse poiché si potrebbe definire “La forma dell’acqua” come un intelligente e motivato trattato socio-psico-culturale-scientifico.
La ricerca del calore e del sentimento nell’asettico e indifferente mondo della scienza anfibia. In un’atmosfera in bilico tra intrighi bellico politici e ricerche di laboratorio, questo appassionato lungometraggio ha il fascino misterioso del – tutto ciò che e’ diverso da noi – fuori dall’ordinario. Elisa, nella sua solitudine trova nel diverso da noi un’affinità che non ha mai provato coi propri simili. Esseri umani che si professano perfetti.
“La scienza, che ci opprime con le sue sconvolgenti rivelazioni firmerà probabilmente la fine della specie umana ammesso che siamo una specie autonoma quando fornirà alla nostra conoscenza la chiave di orrori insostenibili che prima o poi si diffonderanno nel mondo”. Questo lasciò scritto H.P. Lovecraft. Ad ogni nuova scoperta equivale un prezzo da pagare; in termini di denaro e…
“La forma dell’acqua” poggia il suo dito sulla spalla dello spettatore, con discrezione, invitandolo ad osservare bene gli occhi della creatura. Chi sa leggere tra le righe carpirà senza difficoltà alcuna ciò che si cela dietro di essi. Una combinazione di triste e consapevole “rassegnata” sottomissione all’essere umano, e titanica determinazione.
La creatura ha un forte desiderio di umanizzarsi da una parte, dall’altra, un altrettanto forte desiderio di sopprimere tutto ciò che di umano potrebbe acquisire in quanto è stata proprio la scienza umana ad aver dato per scontato il fatto che ogni qualsivoglia forma vivente -diversa – da noi – difetti di certe prerogative a prescindere, monopolio esclusivo “dell’uomo evoluto” quali ad esempio il bisogno istintivo di compagnia, di sentirsi parte di qualche cosa (qualunque cosa) che gratifichi.
Che giustifichi il fatto di esistere senza necessariamente dover accettare il compromesso o “mostro” o “normale”. Cosa significa la parola normale ? In questi 119 minuti, il virtuoso regista messicano cerca una risposta chiarificatrice a questa domanda vecchia come il mondo. Tanto vecchia quanto senza risposta. Poiché se si fosse giunti a una conclusione in merito, a mio parere il mondo sarebbe certamente un posto migliore.
Questo capolavoro non avrebbe forse ragione di esistere e tutti si dormirebbe con la coscienza pulita ma giacche’ non è affatto così, ben venga questo sapiente prodotto che tocca il cuore, che fa riflettere, che istiga, che provoca e commuove al medesimo tempo.
Possiamo trarre le somme? Per conto mio, Guillermo del Toro ha, non so se volontariamente o di riflesso, partorito un nuovo genere cinematografico che potremmo battezzare “FANTAVERISMO”.

Da non perdere.

GIANMARCO GROPPELLI

Giudizio ☆☆☆
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PcSera

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11 Ott

Ho vissuto il mio tempo aspettandomi chissà che.

Ardenti passioni.

Amori longevi,
intimi attimi di complicità,
percussioni nel petto,
sensazioni irripetibili sulle quali poter meditare nel cuore della notte e a mani vuote, col cuore fiacco,
spento di dentro e sgualcito di fuori ti lasciai fare.

Senza parole.
Senza carezze.

Da allora,
la mia tacita e reclusa esistenza va navigando a vele spiegate al centro di una tratta di mare sconosciuta,
dove la burrasca della notte ha spento la sua ira e le stelle appaiono talmente vicine da poterle toccare.

L’albero maestro s’è fatto più forte di prima.
Non accusa stanchezza né sente il peso degli anni.

Sono il comandante, il mozzo e la vedetta.
Il naufrago può darsi, e tu ?

Il panfilo fantasma che mi ha strappato a morte certa.

di Gianmarco Groppelli

(a GIOVANNA)

estratto de: “Del sale era il profumo”.

di Gianmarco Groppelli
“Del sale era il profumo”

Aprile 2013 – ristampa 2015

Casa Editrice Vicolo del Pavone
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