Archivio | settembre, 2019

Lost in myself

30 Set

Guardo passare un aeroplano e penso:

un altro uccello tecnologico e’ diretto alla volta di chissà quale angolo del mondo.

Io ?!

Ancora in veranda alle ore piccole, strizzato nella sedia, una sigaretta dopo l’altra.
Il vento e’ una cosa impossibile; già s’avverte il cambiamento di clima. E’ in arrivo un temporale e mi domando se la penna che stringo nella mano
(con una rabbia cieca) abbia ancora voglia di raccontare la mia storia (…)

l’esilio di un anonimo che osserva la vita trincerato dietro le finestre zanzariera.

GIANMARCO GROPPELLI
1989

The Liberty Bell

30 Set

Transito avanti e indietro laggiù dove la strada scende a picco per poi rialzarsi in una ripida salita fiancheggiata su entrambi i lati da olmi, molti di questi ricurvi, i quali si piegano fino all’inverosimile sulla TX Road.
Becca vive al civico 121 in una grande casa dipinta d’azzurro.
Sotto alla veranda vi sono due sedie a dondolo, una a destra e una a sinistra; un tavolino di legno grezzo nel centro. Una lampada malfunzionante appesa alla buona pende dall’alto gettando nelle ore notturne una luce fiacca sul lato sinistro; il destro perennemente in un chiaroscuro simile a quello di una chiesa quando non vi sono messe, matrimoni, funerali e funzioni varie.
Becca e’ una considerevole parte di me come pure la veranda e il granaio sul retro che nel buio sembra un gigantesco escavatore addormentato, o qualcosa del genere.
Vado da lei circa tre volte a settimana
(sempre di sera) lì dove la gente per bene non vuole andare dopo il tramonto.
Io e Becca siamo animali notturni.
Io e Becca siamo un tutt’uno.
Io e Becca amiamo le medesime cose.
Io e Becca non siamo innamorati ma poco ci manca nonostante l’abisso cronologico che ci “separa”.
Io e Becca parliamo per ore e tiriamo mattina. Arrivo coi fari dell’auto accesi e torno a casa coi fari spenti, quando il resto del paese si alza per la prima colazione.
Becca beve birra e Jim Beam: prima l’una e poi l’altro. Non poche volte entrambi insieme mescolando il tutto con uno stuzzicadenti o qualsiasi altra cosa sia a portata di mano lì sul tavolino.
Pigrizia allo stato puro ?
Non esattamente. E’ che affrontare i quattro gradini che portano in casa e’ uno sforzo indicibile per lei.
Le giornate di Becca sono pesanti e pericolose ma la nota positiva e’ che queste non iniziano mai prima del mezzogiorno.
Quando il paese ha le gambe sotto al tavolo, Becca raggiunge la stalla passando per il granaio.
Adempie alle sue mansioni con zelo.
Ha una pazienza infinita questa ragazza -penso- poiché il suo Baio, e’ noto a tutti in paese per la sua invincibile testardaggine.
Agli occhi degli altri; ma Becca sa bene come prendere questo stupendo animale. Ne possiede altri due: un pezzato avanti negli anni ma ancora valido e un brocco buono per la macellazione che Becca tratta più come un asino che un cavallo adoperandolo per i “lavori” più ingrati e riempiendolo di mazzate alla prima occasione.
Di solito per questa pratica si serve di un asse di legno che un tempo reggeva la cassetta della posta.
Ora che il gambo della cassetta della posta e’ in acciaio, quell’asse di legno le viene buona dunque per altro.
“Come mai così tardi ?”.
Le rispondo che un mio vicino mi ha trattenuto: problemi di idraulica.
Gli sono stato di aiuto ? No, perché di idraulica non ne capisco niente ma dal canto suo l’uomo non poteva saperlo e ha pensato bene di suonare alla mia porta.
Becca pesca una manciata di ghiaccio dal cestello (un anonimo secchio da muratore) e si riempie il bicchiere, poi versa il Jim Beam.
Io ho smesso con l’alcool nove anni fa ma non mi importa davvero se mi beve davanti.
Si accende una Marlboro Red e tira una profonda boccata.
L’aria notturna si fa sentire anche stando sotto alla veranda; per un mesetto ancora basterà un maglioncino leggero, poi si vedrà.
Le stagioni di questi tempi…
non sai mai come vestirti, e’ il pensiero che mi passa per la testa mentre le chiedo il permesso di entrare in casa per andare al bagno.
Mi fermo di fronte alla bacheca: uno scaffale lungo e forte ben inchiodato alla parete.
Lo faccio ogni volta (di fermarmi) a guardare le coppe, i trofei, le foto, le medaglie, gli stivali ricordo di giorni di gloria, le fibbie con incise data, città e tutto il resto.
Una testa di cervo sopra lo scaffale sembra essere stata messa lì a guardia dei successi di Becca (davvero tanti) ma proprio tanti per la sua età.
“Pensavo fossi caduto nel buco”.
-scusa, mi son fermato -dico- a guardare lo scaffale dei tuoi trionfi-
“Ancora, ma non ti stanchi mai ?!”.
Le rispondo con un secco: No !
Altro ghiaccio nel bicchiere.
Secondo giro di Jim Beam.
Mi chiede se conosco un film intitolato “The shout” con Susannah York.
Le dico che lo conosco ma non l’ho visto.
“Potremmo guardarlo” fa lei. “Si”.
-entriamo in casa, allora-
Finisce la frase con palese amarezza.
“Se solo il televisore funzionasse”.
Si lascia scappare un grugnito e accende un’altra sigaretta; getto un’occhiata al posacenere sul tavolino e ne conto già cinque.
Per un po’ restiamo in silenzio.
Entrambi fumiamo assorti nelle nostre più intime meditazioni.
-mi suoni qualcosa ?-
Le dico che avrei voglia di ascoltare un pezzo di D.A.C. magari “Longhaired redneck”.
Si alza e va in casa a recuperare la chitarra.
Mi metto comodo.
Inizia a pizzicare le corde ma dopo mezzo secondo si lascia sfuggire un: “Dannazione”.
-che c’è ?-
“Ho la mano mezzo scorticata”.
La rimpovero.
-perché non hai indossato i guanti ?-
Mi dice che semplicemente non ne aveva voglia e aggiunge:
“Mi sono allenata senza guanti, pace”.
Riprende da dove si era interrotta e mi suona (e canta) tutto il brano.
Ha una voce bellissima.
Soffia, sbuffa sulla mano ferita e la scrolla con vigore.
-a quando il prossimo rodeo ?-
“Sette mesi” pausa. “E tre giorni”.
Vorrei chiederle apertamente se si sente pronta ma non lo faccio.
E’ nata pronta ! (come si dice) e in più, ha coraggio da vendere.
Rivedo il tabellone: l’estate passata.
Il suo nome campeggia a lettere cubitali (lettere rosso rubino) al primo posto.
Il secondo e il terzo classificato appena sotto, sempre a lettere cubitali.
Risento l’aria infuocata d’agosto…
la folla in delirio.
Le trombe da stadio si sprecano.
I pagliacci da rodeo battono le mani (forte) appena dietro al cancello che porta nel “cerchio”.
Il cancello e’ verde:
scrostato, mostra lo smalto nudo sottostante di un accecante silver.
Becca abbandona la scena con la sella sulle spalle e una coppa sotto a un’ascella. Zoppica un poco.
Il toro viene spinto a viva forza nel rimorchio di un camion: tre cowboys per quella bestia tutta muscoli e rabbia.
“Ci sei ?”.
-certo-
“Mi sembri un po’ suonato stasera”.
Altra Marlboro Red.
No cara -penso- tutt’altro.
E ragionando su una frase che mi disse tempo addietro a Tucson, mi accendo una sigaretta.
“E’ la mia vita” pausa. “Una sfida e…”.
E ?!
Immagino volesse dire “e così via” o roba del genere.
Non conta poi tanto; e’ un persona incredibile con un talento incredibile…
e questo e’ un fatto.
Guardo l’orologio.
“Vuoi già andare via ?”.
Le rispondo -dovrei,si-
Giro la testa, lecco la punta del pollice e volto pagina.
Il calendario affisso alla parete e’ fermo al mese di maggio.
-sei rimasta un po’ indietro-
Scrolla la testa.
Altro Jim Beam.
“Pace”.
So cosa sta pensando o almeno credo.
Il mio pollice resta per una qualche ragione dov’e’.
Il calendario “Diesel” e’ affisso alla parete. Becca fuma di nuovo e io me ne sto lì con il pollice sul calendario.
Credo ma non ne sono sicuro: probabilmente stiamo entrambi pensando la medesima cosa.
Esistono ancora veri eroi in questo paese ? Non quei coglioni Marvel io sto parlando di “eroi” veri, di persone disposte a dare la vita per la bandiera. Ha un senso fermarsi con la mano sul cuore quando i rintocchi della Campana della Libertà ci rammentano che abbiamo non solo diritti ma anche doveri ?!
Che ne e’ stato -mi chiedo- dei patrioti con il coltello tra i denti che hanno “edificato” il Nuovo Mondo dando un significato speciale alla parola LIBERTÀ ?! (quella stessa della quale si parla nell’inno nazionale, e non solo) che ti fa gelare il sangue nelle vene ogni volta:
“…mia dolce terra della libertà, di te io canto” e così, parole simili…
E prima che il mio cervello abbia il tempo di pensare, dalla mia bocca esce
-sei mai stata a Philly ?-
Come mi avesse letto la mente mi risponde: “Per la campana ?”.
Annuisco.
“Guardami bene” fa lei. “Guarda”.
Scopre una spalla per mostrarmi la clavicola deformata.
“Secondo te ci sono stata ?”.
Certo, sei un eroe e una guerriera che darebbe la vita per la patria.
Lo penso, ma non glielo dico.
Annuisco di nuovo.
“Vai su Google” dice. “Voce cowboys”.
Ha ragione.
Una tradizione più americana della
NFL, neanche a dirlo.
Guardo i suoi stivali mica nuovi, mica di bellezza, mica per atteggiarsi.
Sono devastati e lerci come e’ giusto che sia (adesso che per l’ennesima volta) mi ha aperto gli occhi.
“Hey” fa lei. “Quante stelle conti nella nostra orgogliosa bandiera ?”.
L’occhio mi cade sulla bandiera confederata penzoloni a un angolo della veranda .
-conto stati che-
Finisce per me.
“Conti ogni stato…un cuore ogni stato, sulla bandiera a stelle e strisce”.
-si ma alle tue spalle e’ confederata-
Ancora una volta non finisco perché la sua voce cancella prepotentemente la mia ricacciandomi le parole in gola.
“Dove sono nata io ?”.
Adesso e’ tutto chiaro -penso- e penso a quanto sono stupido e a quanto poco so della terra in cui vivo.
Ancora una volta i suoi anni di giovane donna hanno fatto scuola.
-certo, ovvio, molto giusto-
Scrolla la testa e pesca altro ghiaccio.
Tintinna nel bicchiere con un tic tac insopportabile.
“Hey”. Dice, sbirciandomi per traverso.
-dimmi-
“Ti garantisco posti di lusso”.
-prima fila ?-
“Non sarebbe la prima volta”.
-assolutamente non la sarebbe, no-
Mi alzo e stiro la schiena poi mi chino su di lei per darle il bacio della buonanotte (sulla fronte) come sempre.
Mi trattiene con forza e mi sussurra all’orecchio parole che non avrei mai dimenticato.
“Mi hai scortata in tutti i rodei del paese…”.
-confermo, si-
“Vieni a Philadelphia con me”.
Non suona come una proposta; e’ un ordine, lo sa lei e lo so io.
-ma io ho già visto la campana- si
-l’ho udita- e -con la mano-
“Sul cuore”.
-esatto-
“Con la mano sul cuore”.
Ho annuito, poi ho aggiunto che eravamo fuori stagione e che la campana solo ogni…
E lei: “Per te va bene venerdì ?”.

GIANMARCO GROPPELLI

wait ‘n piss

29 Set

notti di luna
notti di luna

reminiscenze

gioia-dolore-amore- paura

deturpato nel corpo dal passato e
mortificato dal presente

e’ quasi mattina e in questa tutto si perde nel cielo,

e si dissolvono
(thank God)

gioia-dolore-amore-paura

quante volte scene così !

GIANMARCO GROPPELLI

Indy, 1990

PcSera VALERIAN E LA CITTA’ DEI MILLE PIANETI

29 Set

FR 2017
REGIA DI LUC BESSON
genere: Fantascienza/Avventura
con: Dane DeHaan, Cara Delevingne, Rihanna, Mathieu Kassovitz, Kris Wu, Rutger Hauer, Alain Chabat, Herbie Hancock, Ethan Hawke
durata: 137 min

Dal fumetto fantasy “Valerian et Laurelin”.

Anno 2740. Una cruenta guerra interstellare…l’ennesima guerra interstellare starete pensando !? Sì, è così, siamo nelle stelle ed è certo una guerra ma…un attimo di pazienza, signori.
L’agente governativo Valerian e la sua collega, il sergente Laureline partono su ordine del ministro della difesa alla volta di una missione tanto pericolosa quanto incredibile.
Destinazione? Il “grande mercato” del pianeta Kirian.
Lo scopo dell’operazione è quello di recuperare e mettere in salvo l’ultimo convertitore Mül esistente.
I Mül dovrebbero essere in teoria una razza estinta ma non è affatto così! La trama si infittisce quando Valerian e Laureline vengono catapultati, insieme allo spettatore, nella stazione spaziale di Alpha (la citta’ dei mille pianeti) la quale è minacciata da una sorgente radiottiva che pare originarsi dal suo interno….
Luc Besson è regista, sceneggiatore e produttore di questo piccolo gioiello “Valerian e la città dei mille pianeti”. Il suo ultimo lungometraggio è come un grande piatto, una sinfonia di sapori, perché in questi 137 minuti circa si mescola davvero di tutto e ognuno se ne torna a casa appagato: fantascienza-azione-avventura-mystery-drama romantico, spy story…
Insomma un vero e proprio campionario in grado di avvincere e convincere anche lo spettatore più scettico e indifferente all’arte perché qui si parla di arte.
L’arte del regista nel guidare la sua compagnia di attori (credibili) nelle varie direzioni: dalle scene di battaglia a colpi di laser e pistole dalle forme più strane, all’autoironia, al grottesco, allo humour bizzarro che ti strappa un sorriso proprio quando meno te lo aspetti. Gli effetti speciali (Philippe Hubin, Jean – Christophe Magnaud) fanno impallidire i concetti base di parole come: fittizio, disegnato, ritoccato, elaborato ecc ecc, in quanto lasciano letteralmente a bocca aperta.
In nessuna pellicola rammento d’aver mai visto nulla di simile.
Immagini che danno vita ad altre immagini che a loro volta innescano reminiscenze di sogni, vecchi accadimenti che si mescolano ad altri accadimenti solo di un millesimo di secondo più recenti.
Un amalgama perfetto. Sincronizzato come un cronometro.
Luc Besson sciorina tra le righe i mostri sacri che lo hanno certo messo in carreggiata, dal fumetto ai buon vecchi film di genere.
Duemiladiciassette: il risultato del suo lavoro e’ un prodotto riuscito, ben cofezionato, psichedelico nella vestizione e politicamente corretto nelle intenzioni.
Ambizioso quanto basta a compiacere gli adulti, rumoroso, veloce, scintillante e visionario quanto basta a riempire occhi e cuore dei più piccoli. Trionfo della tecnologia ma anche della fantasia, diciamolo a voce alta.
Probabilmente nemmeno i piu’ ispirati David Lynch, Lovecraft, Tim Burton, Stephen King, William Burroughs e simili hanno visto, nei loro deliranti sogni/incubi ad occhi aperti, facce del genere, mostri, forme di vita dai colori assurdi e il corpo flaccido che parlano milioni di lingue.
Insomma un vero e proprio luna park affidato alle mani magiche di Thierry Arbogast, che ha curato la fotografia della pellicola.
Va detto e sottolineato che in questo delizioso mosaico di fantasia c’è spazio anche per il perdono e per i sentimenti nobili quali l’amore, che lega i due protagonisti rendendoli ancora più affiatati.
Ancora una volta bisogna riconoscere alla Francia la viscerale devozione che nutre nei confronti del cinema e dell’arte in generale.
Riconoscerle “il mestiere”, il genio, la innata ed inesauribile ispirazione che la pone due passi davanti a tutti, sempre. Almeno al cinema, FR DOCET!

di GIANMARCO GROPPELLI

Giudizio: ☆☆☆1/2
http://www.piacenzasera.it

CLEWI’DIS O.M. DINNER

29 Set

Era un piatto sbeccato sul bordo;
nulla di più e nulla di meno ma lo guardavo e la scheggia mancante sul bordo verde-azzurro mi suonava come un insulto a quella porcellana tanto pregiata e così vi poggiai la mano sopra per non doverla vedere; quella cicatrice, quello sfregio che mi dava sui nervi perché una cosa bella (sciupata) si sa, da fastidio a chiunque.
Il barista era un amico di vecchia data e potevo starmene lì a martoriarmi il cervello anche tutta la sera senza ordinare nemmeno un drink.

Ripensandoci oggi non ero esattamente un cliente. Ero un pezzo di quel locale: come il bancone e il frigorifero ne più ne meno, e sempre tenevo la mano là sopra per non dover vedere lo sfregio, quella cicatrice che mi dava tanto su i nervi.

2019 e un piatto sbeccato mi infastidisce…
che abbia i bordi
verde-azzurro oppure no.

GIANMARCO GROPPELLI

end-on-end

29 Set

Seduto in veranda
vedo i fuochi d’artificio
come stelle colorate

La folla entusiasta
Gennaio alle porte

Il botto sordo d’un petardo

Inquietanti barriti lontani a segnare la fine di un anno e l’inizio di un altro

La festa in paese e la morte nel cuore
(una scena già vista)
di già l’anno scorso e ancora quì dentro da qualche parte
(adesso)

GIANMARCO GROPPELLI

essay redneck

27 Set

Dannato capanno degli attrezzi e sempre mi ostino a tornarci la sera

beeeeeep

mi affaccio
e’ in ritardo di dieci minuti e non e’ da lui in genere e’ sempre puntuale

se non mi sbaglio sullo sportello dalla parte del guidatore c’è una grossa bolla che incassa la lamiera spingendola in dentro e parte della vernice e’ volata via mostrando lo “smalto” nudo sotto di essa

ci spostiamo sotto alla veranda come sempre

puzza come sempre
le sue mani sono robuste e nodose come sempre
e’ spettinato e nell’insieme sembra un senzatetto ma e’ un tipo a posto, un buon diavolo

– ho cercato poi quel Fracassi –

accende la pipa

“dunque ?”

– avevi ragione –

“foto stupende, vero !?”

– bellissime –

accendo una sigaretta e gli domando:
“cosa e’ successo al pick up ?”

mi risponde con un secco
– un idiota al centro commerciale –

“certa gente non dovrebbe guidare” dico

– eh –

per un po’ fumiamo in silenzio e
il cielo e’ un gigantesco tappeto nero

– niente stelle stasera –

“mhmm, ci speravo”
(di ammirare le stelle) come tutte le sere, o quasi

– sei giù di corda –
vero

“dici ?!”

– ti conosco da troppo tempo –

“forse lo sono”

picchietta la pipa sul corrimano della veranda spargendo tabacco residuo, passato e bruciato senza curarsi del fatto che l’indomani toccherà a me passare la scopa (una scena già vista)

– cosa ti rode ? –

“rode non e’ la parola adatta”

– perche’ sei triste ? –

accendo un’altra sigaretta

“e’ così evidente ?”

si – dice – vuota il sacco

“sono rattristato non mi rode niente”

riaccende la pipa

– da cosa o per cosa ? –

“penso a Riccardo”

– dunque ?! –

quanto e’ piu’ dura vuotare il sacco senza la compagnia delle stelle la sera
lo penso ma non glielo dico

“hai mai l’impressione di essere uno ?”

– in che senso ? –

“di sentirti l’ultimo o l’unico uomo”

– non ti seguo –

“xxx solo sa quanto vorrei non essere io”

– e perché mai ? –

“perché ogni volta che guardo le foto…”

– continua –

“quando guardo le foto di Riccardo…”

ha lasciato le luci dei fari accese

“spegnile o resterai a piedi”

si alza e lentamente avanza incontro al pick up
una bandana gialla spunta da una delle tasche posteriori della sua salopette bisunta

accendo un’altra sigaretta

– eri rimasto che guardavi le foto –

“provo una grande tristezza”

– l’ho capito ma perché ? –

“sai come si dice”

– come si dice ? –

“non si vive di solo pane”

il suo viso rugoso e indurito si increspa a quelle parole e mi guarda di traverso (immagino stia meditando)

– forse credo d’aver intuito, non so –

“eh”

– tormenti da artista o roba così ? –

“esatto”

– puoi spiegarti meglio ? –
segue un breve silenzio
entrambi tiriamo profonde boccate

– mettimi in carreggiata –

“non si vive di solo pane” ripeto

i suoi occhi azzurri e lucidi appena venati di un rosso chiaro si fanno stretti stretti
neanche fosse a un dito dal sole

e il cielo e’ sempre un dannato tappeto nero (senza stelle)

“quando penso all’inutilita’ dell’arte…”

– pensi sia inutile ? –

“a volte vorrei mollare”

– non puoi – dice – sei nato per questo

“eh”

– ma che volevi dire di Riccardo ? –

“la tristezza che sento risiede nel fatto…”

– nel fatto ?! –

“che non si vive di solo pane”

– forse ho capito – dice in un soffio

“davvero ?”

– la tua pena e’ per lui e anche per te –

“e’ un’artista eccezionale”

– ne convengo al cento per cento –

“e ho un senso di nausea se penso che…”

– al mondo non frega più un cazzo –

“dici bene” ringhio. “Ora c’è la tv”

– forse siete nati nel periodo sbagliato –

“ci ritieni sorpassati ?”

– io no ma dalla tua faccia direi che –
sputa
(nell’erba non sulle assi della veranda) e lo stesso
guardo a terra
(si, ha sputato nell’erba)

prosegue dicendo che ho tutta l’aria di uno che vuole piantarla lì con la narrativa e le recensioni cinematografiche e
aggiunge che il mio malessere e’ probabilmente dovuto al fatto che ora che ho trovato un’anima affine, un fratello d’arte o come io voglia chiamarlo sento che tutti i nostri sforzi creativi sono vanificati dall’indifferenza
generale del mondo a cui non frega un cazzo né di fotografia, cinema e poesia

ci ha visto giusto !

a volte ho come l’impressione che io e Riccardo Fracassi siamo per certi versi dei reietti, un’eccezione quasi morbosa in violento contrasto con la patetica scena tecnologica che ci circonda (dico)

sono sbalordito e la sigaretta si e’ esaurita senza che io me ne sia accorto lasciandomi tra le labbra un mozzicone puzzolente

non so come abbia fatto ma mi ha letto nel pensiero

– non darti troppa pena –

“e’ una parola”

– quello che avete e’ un dono del cielo –

“un dono che inizia a pesarmi”

– tipo una maledizione ? –

“qualcosa del genere”

– quello che fate e’ nobile –

“e a chi frega se tutti oggi vanno …”

– a pane e grande fratello ? –

“volevo dire isola dei famosi ma, si”

– fate arte per voi o per gli altri ? –

“le recensioni sono per gli altri” dico

– lascia stare le recensioni parlo di poesia-

“per me stesso o almeno credo”

– non puoi vivere senza scrivere, lo sai –

“lo so ?”

– lo sai benissimo – fa – ne moriresti –

“forse e’ come dici tu”

– avete un dono e una marcia in più –

“e a quale scopo ? non lo so più”

– fregatene del grande fratello –

“eh, come no”

– ti compro un biglietto –

“un biglietto ?”

sputa di nuovo
(sempre nell’erba)

– penso che sia tempo che vi incontriate –

si alza
il cavallo dei suoi “calzoni” mi ricorda i fottuti che fanno musica Rap

– vado a pisciare –

“ok”

– anche se siete rimasti in due –

“due si”

– lasciami finire –

“scusa”

– contro il mondo…meglio due buoni –

“mhmm”

– tu mi capisci –

“credo di si”

– non si vive di solo pane –

ha gli occhi più lucidi di prima

– se smettete di fare arte vi accoppo –

entra in casa
lascia la porta aperta e io richiudo alla svelta quella a zanzariera

non voglio rotture di palle quando dormo

beh, non riesco quasi mai a dormire in realtà (perlomeno non nel 2018) quando per tutti gli altri fotografia, libri, cinema e pittura sono merda
un pensiero terribile !

ma il vecchio in fondo ha ragione
(lo sa lui e lo so io)

lo sa Riccardo
insomma lo sappiamo tutti

andatevene a fare in culo nelle vostre pretenziose villette del cazzo a vedere l’isola dei famosi o che so io

quanto a noi continueremo per la nostra strada a costo di passare come reietti, vitelli a due teste e perfino pazzi

credo che a Riccardo non freghi una mazza del tuo parere (world)

– come va ? –

si siede

“per quel biglietto ?” dico io

– non si vive di solo pane –

mi mette un braccio intorno al collo; non lo aveva mai fatto prima

“restiamo così un poco, vuoi ?!”

– certo, non devo andare a teatro –
dice ironicamente

il calore umano…
ecco un’altra cosa per la quale vale la pena adoperarsi nell’arte

GIANMARCO GROPPELLI