Archivio | novembre, 2019

Churches

30 Nov

Era il mese di maggio (e come ogni anno) la mia parrocchia si era data un gran da fare per organizzare “i rosari di cortile”.
Qualcuno con i primi capelli grigi, certi tenevano ancora il viso imbrattato dall’acne e non arrivavano ai sedici anni. Ognuno aveva le proprie ragioni per pregare il signore.
La speranza che ci accomunava e’ facilmente intuibile: che i nostri bisbigli venissero raccolti, qualsiasi cosa volesse dire.
Le giornate iniziavano ad allungarsi ed era piacevole intrattenersi sotto ai pergolati nella luce lillà sbiadito delle nove di sera.
Accompagnavo mia madre in queste escursioni religiose una volta a settimana, il mercoledì.
Si partiva da un punto d’incontro comodo a tutti e si proseguiva alla volta di una chiesa sempre differente laddove chi di dovere si sarebbe pigliato la briga di dispensare benedizioni (…) e fu in occasione dell’ultimo incontro che una ragazza sui venticinque anni si accorse di me. La solita vecchia battuta, se la memoria mi assiste:
“Scusa, hai un fiammifero per caso?”.
Lo avevo.
Mi disse di chiamarsi Greta e che stava per laurearsi. Avrebbe voluto esercitare da guida in qualche museo importante, a Firenze magari.
Vi era già stata una Greta nel mio passato.
Roba lontana. Eravamo due ragazzini ed era andata com’era andata.
Lei, espansiva e solare.
Io, burbero e gelosissimo.
La “nuova” Greta mi promise che ci saremmo rivisti
-gli incontri del mercoledì sono finiti- le rammentai

Scrollata di testa.

“Lavoro al bar Sahara” disse. “Puoi passare quando vuoi”.
Per una settimana abbondante mi riservai di pensarci su (bene) prima di lanciarmi a testa bassa in qualcosa che a dirla tutta mi lasciava non poco perplesso.
Generalmente le signorine non si accorgono di me. Specialmente quelle belle e interessanti.
Indossai una giacca beige, una camicia a quadri e una cravatta pure beige.
Portavo un mazzo di fiori sottobraccio e in tasca avevo circa cinquantamila lire. “Greta?”. Disse il ragazzo.
Era esile e giovane e slanciato.
“Mai sentita”.
“Certo”.
“E’ proprio sicuro che le abbia detto bar Sahara, signore ?!”.
Risposi -forse- e gli augurai buon lavoro.
Camminai, camminai e camminai…
poi sedetti su una panchina.
Pochi passanti. Era quasi ora di cena.
Avevo forse trent’anni.
Portavo un mazzo di fiori che solo a guardarlo avrei voluto dargli fuoco e la solita insopportabile emicrania di chi ha fumato una sigaretta via l’altra prima del “grande incontro”.
Il viale odoroso si srotolava insolitamente infinito ed ero al punto di partenza.
Un tutt’uno con la natura e per nulla con i miei simili.

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.
Tutti i diritti sono riservati.
Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza

www.piacenzasera.it di Gianmarco Groppelli

30 Nov

News 24 Sport Eventi Cinema

Le Rubriche di PiacenzaSera.it – Cinema
Con “The Post” Spielberg va ancora a segno di Gianmarco Groppelli

di Cinema – 02 Febbraio 2018 – 2:02

THE POST

Usa 2017
regia: Steven Spielberg
durata: 115 min
genere: biografico-storico drammatico
cast: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Mattew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon.

Il film racconta di documenti top secret usciti sui quotidiani New York Times e Washington Post. Ha ottenuto due candidature al premio Oscar e sei candidature ai Golden Globes

Daniel Ellsberg, uomo del Pentagono, disgustato dall’azione militare del suo paese nel Vietnam, nel 1971 fa pubblicare parte di documenti riservatissimi. Il New York Times ha per le mani materiale bollente quanto basta a far tremare gli alti ranghi Usa. L’ambiguo e discutibile intervento dell’esercito/governo americano in Vietnam è secondo Daniel Ellsberg un insulto alla democrazia. La corte suprema impedisce al Times di proseguire le pubblicazioni in merito all’argomento ma ciò non è sufficiente a insabbiare le cose poiché il Washington Post prosegue da dove il New York Times era stato obbligato a interrompere svelando così molti scheletri nell’armadio, portando sotto i riflettori uno scandalo di Stato dalle proporzioni immani.
Va detto, anche se non occorre, che l’argomento è quello che è. Può annoiare a morte se non si è per nulla interessati agli accadimenti narrati in questi 115 minuti. Viceversa, i curiosi di assistere al film denuncia più possente e autorevole finora mai realizzato avranno di che sfamarsi e ne resteranno certamente entusiasti.
Non può essere altrimenti: un grande cast per un grande film anche se “The Post” è molto più di un film. E’ un mosaico del quale scovare dove si annidino le tessere per poi metterle al posto esatto affinché tutto combaci è una soddisfazione senza eguali. Per il cinefilo estimatore del passato (retro’) in termini di ricostruzione, guardaroba e acconciature Steven Spielberg ha allestito un vero e proprio teatro – museo anni ’70. La cinepresa a spalla che segue gli attori negli interni delle redazioni da’ un’impronta documentaristica al suo prodotto nel senso che questa scelta ha come fine ultimo quello di coinvolgere maggiormente lo spettatore nel parapiglia nevrastenico degli uffici.
L’intenzione base è mostrare lo squarcio attraverso il quale ADESSO la nazione può scorgere l’abisso. Forse qualcuno lo intuiva ma non era certo, ecco spiegato il perché della confusione che “ha mandato in tilt le redazioni”. Uno scandalo di quel calibro è un colpaccio e una manna per i giornali da una parte, una vergogna e una sconfitta dall’altra in quanto anche i cronisti più cocciuti e ficcanaso hanno un’identità ben precisa, che si identifica qui nello specifico nella bandiera a stelle e strisce. Pertanto, se vi è motivo di festeggiare per la tiratura delle vendite, così vi e’ anche motivo di meditare (con la testa tra le mani) a notte fonda, in casa. Quando tutto intorno è silenzio e le macchine da scrivere hanno smesso di sferragliare.
Su cosa riflettere? Su molte cose. In primis sul gioco sporco del Governo che ha trascinato il paese in una causa che non trova radici e motivazioni. Quantomeno questo è quello che resta in bocca, quel che si percepisce. L’ amaro del: “ma che accidenti ?!”. Da qualche parte nella Bibbia è scritto che l’Onnipotente opera il più delle volte in maniera incomprensibile all’uomo ma non credo che questa citazione sia di un qualche sollievo al signor tal dei tali che invece di votare X pensa: “sarebbe stato più saggio se avessi votato Y”.
Film attualissimo. Provocatorio. Spielberg molla un progetto per dedicarsi a questo severo e impietoso lungometraggio. Ci crede fino in fondo e quel che ne deriva è già una pietra miliare. Erroneamente, molti nel “Belpaese” associano il cognome di Spielberg ai film per ragazzi, agli happy ending, ai commoventi film di buone intenzioni da vedere insieme alla famiglia. Qui stiamo parlando di Spielberg non di John Hughes, con tutto il rispetto per il suo genio di kids filmmaker.
“Salvate il soldato Ryan”, “Il colore viola”, “Schindler’s List”, “Amistad”, “Munich”. Sono prodotti tutt’altro che per ragazzini, firmati dal maestro di Cincinnati (Spielberg) ma si sa, quando il pubblico decide di catalogarti, sei intrappolato in un cliché. Io non do a questa tesi nessun credito ma là fuori c’è gente decisamente influenzabile dal giudizio di massa che la pensa diversamente da me. Questo film è la dimostrazione più palese del fatto che Spielberg trova un’affinità e un parallelismo col purtroppo scomparso Pollack. Entrambi hanno cavalcato generi tutti diversi l’uno dall’altro. E non esagero se dico che: “L’eredita’ cinematografica made in Usa raccolta dall’Italia trova la sua ragione in due titoli che preferisco non citare…”.
Lascio scritto soltanto:
Pollack, 1975
Spielberg, 1993
A buon intenditor poche parole.
Un film ambizioso e riuscito.
Di Gianmarco Groppelli
Giudizio:☆☆☆☆ http://www.piacenzasera.it

that’s how they do it in Wyoming ■

30 Nov

The Liberty Bell

29 Nov

Transito avanti e indietro laggiù dove la strada scende a picco per poi rialzarsi in una ripida salita fiancheggiata su entrambi i lati da olmi, molti di questi ricurvi, i quali si piegano fino all’inverosimile sulla TX Road.
Becca vive al civico 121 in una grande casa dipinta d’azzurro.
Sotto alla veranda vi sono due sedie a dondolo, una a destra e una a sinistra; un tavolino di legno grezzo nel centro. Una lampada malfunzionante appesa alla buona pende dall’alto gettando nelle ore notturne una luce fiacca sul lato sinistro; il destro perennemente in un chiaroscuro simile a quello di una chiesa quando non vi sono messe, matrimoni, funerali e funzioni varie.
Becca e’ una considerevole parte di me come pure la veranda e il granaio sul retro che nel buio sembra un gigantesco escavatore addormentato, o qualcosa del genere.
Vado da lei circa tre volte a settimana
(sempre di sera) lì dove la gente per bene non vuole andare dopo il tramonto.
Io e Becca siamo animali notturni.
Io e Becca siamo un tutt’uno.
Io e Becca amiamo le medesime cose.
Io e Becca non siamo innamorati ma poco ci manca nonostante l’abisso cronologico che ci “separa”.
Io e Becca parliamo per ore e tiriamo mattina. Arrivo coi fari dell’auto accesi e torno a casa coi fari spenti, quando il resto del paese si alza per la prima colazione.
Becca beve birra e Jim Beam: prima l’una e poi l’altro. Non poche volte entrambi insieme mescolando il tutto con uno stuzzicadenti o qualsiasi altra cosa sia a portata di mano lì sul tavolino.
Pigrizia allo stato puro ?
Non esattamente. E’ che affrontare i quattro gradini che portano in casa e’ uno sforzo indicibile per lei.
Le giornate di Becca sono pesanti e pericolose ma la nota positiva e’ che queste non iniziano mai prima del mezzogiorno.
Quando il paese ha le gambe sotto al tavolo, Becca raggiunge la stalla passando per il granaio.
Adempie alle sue mansioni con zelo.
Ha una pazienza infinita questa ragazza -penso- poiché il suo Baio, e’ noto a tutti in paese per la sua invincibile testardaggine.
Agli occhi degli altri; ma Becca sa bene come prendere questo stupendo animale. Ne possiede altri due: un pezzato avanti negli anni ma ancora valido e un brocco buono per la macellazione che Becca tratta più come un asino che un cavallo adoperandolo per i “lavori” più ingrati e riempiendolo di mazzate alla prima occasione.
Di solito per questa pratica si serve di un asse di legno che un tempo reggeva la cassetta della posta.
Ora che il gambo della cassetta della posta e’ in acciaio, quell’asse di legno le viene buona dunque per altro.
“Come mai così tardi ?”.
Le rispondo che un mio vicino mi ha trattenuto: problemi di idraulica.
Gli sono stato di aiuto ? No, perché di idraulica non ne capisco niente ma dal canto suo l’uomo non poteva saperlo e ha pensato bene di suonare alla mia porta.
Becca pesca una manciata di ghiaccio dal cestello (un anonimo secchio da muratore) e si riempie il bicchiere, poi versa il Jim Beam.
Io ho smesso con l’alcool nove anni fa ma non mi importa davvero se mi beve davanti.
Si accende una Marlboro Red e tira una profonda boccata.
L’aria notturna si fa sentire anche stando sotto alla veranda; per un mesetto ancora basterà un maglioncino leggero, poi si vedrà.
Le stagioni di questi tempi…
non sai mai come vestirti, e’ il pensiero che mi passa per la testa mentre le chiedo il permesso di entrare in casa per andare al bagno.
Mi fermo di fronte alla bacheca: uno scaffale lungo e forte ben inchiodato alla parete.
Lo faccio ogni volta (di fermarmi) a guardare le coppe, i trofei, le foto, le medaglie, gli stivali ricordo di giorni di gloria, le fibbie con incise data, città e tutto il resto.
Una testa di cervo sopra lo scaffale sembra essere stata messa lì a guardia dei successi di Becca (davvero tanti) ma proprio tanti per la sua età.
“Pensavo fossi caduto nel buco”.
-scusa, mi son fermato -dico- a guardare lo scaffale dei tuoi trionfi-
“Ancora, ma non ti stanchi mai ?!”.
Le rispondo con un secco: No !
Altro ghiaccio nel bicchiere.
Secondo giro di Jim Beam.
Mi chiede se conosco un film intitolato “The shout” con Susannah York.
Le dico che lo conosco ma non l’ho visto.
“Potremmo guardarlo” fa lei. “Si”.
-entriamo in casa, allora-
Finisce la frase con palese amarezza.
“Se solo il televisore funzionasse”.
Si lascia scappare un grugnito e accende un’altra sigaretta; getto un’occhiata al posacenere sul tavolino e ne conto già cinque.
Per un po’ restiamo in silenzio.
Entrambi fumiamo assorti nelle nostre più intime meditazioni.
-mi suoni qualcosa ?-
Le dico che avrei voglia di ascoltare un pezzo di D.A.C. magari “Longhaired redneck”.
Si alza e va in casa a recuperare la chitarra.
Mi metto comodo.
Inizia a pizzicare le corde ma dopo mezzo secondo si lascia sfuggire un: “Dannazione”.
-che c’è ?-
“Ho la mano mezzo scorticata”.
La rimpovero.
-perché non hai indossato i guanti ?-
Mi dice che semplicemente non ne aveva voglia e aggiunge:
“Mi sono allenata senza guanti, pace”.
Riprende da dove si era interrotta e mi suona (e canta) tutto il brano.
Ha una voce bellissima.
Soffia, sbuffa sulla mano ferita e la scrolla con vigore.
-a quando il prossimo rodeo ?-
“Sette mesi” pausa. “E tre giorni”.
Vorrei chiederle apertamente se si sente pronta ma non lo faccio.
E’ nata pronta ! (come si dice) e in più, ha coraggio da vendere.
Rivedo il tabellone: l’estate passata.
Il suo nome campeggia a lettere cubitali (lettere rosso rubino) al primo posto.
Il secondo e il terzo classificato appena sotto, sempre a lettere cubitali.
Risento l’aria infuocata d’agosto…
la folla in delirio.
Le trombe da stadio si sprecano.
I pagliacci da rodeo battono le mani (forte) appena dietro al cancello che porta nel “cerchio”.
Il cancello e’ verde:
scrostato, mostra lo smalto nudo sottostante di un accecante silver.
Becca abbandona la scena con la sella sulle spalle e una coppa sotto a un’ascella. Zoppica un poco.
Il toro viene spinto a viva forza nel rimorchio di un camion: tre cowboys per quella bestia tutta muscoli e rabbia.
“Ci sei ?”.
-certo-
“Mi sembri un po’ suonato stasera”.
Altra Marlboro Red.
No cara -penso- tutt’altro.
E ragionando su una frase che mi disse tempo addietro a Tucson, mi accendo una sigaretta.
“E’ la mia vita” pausa. “Una sfida e…”.
E ?!
Immagino volesse dire “e così via” o roba del genere.
Non conta poi tanto; e’ un persona incredibile con un talento incredibile…
e questo e’ un fatto.
Guardo l’orologio.
“Vuoi già andare via ?”.
Le rispondo -dovrei,si-
Giro la testa, lecco la punta del pollice e volto pagina.
Il calendario affisso alla parete e’ fermo al mese di maggio.
-sei rimasta un po’ indietro-
Scrolla la testa.
Altro Jim Beam.
“Pace”.
So cosa sta pensando o almeno credo.
Il mio pollice resta per una qualche ragione dov’e’.
Il calendario “Diesel” e’ affisso alla parete. Becca fuma di nuovo e io me ne sto lì con il pollice sul calendario.
Credo ma non ne sono sicuro: probabilmente stiamo entrambi pensando la medesima cosa.
Esistono ancora veri eroi in questo paese ? Non quei coglioni Marvel io sto parlando di “eroi” veri, di persone disposte a dare la vita per la bandiera. Ha un senso fermarsi con la mano sul cuore quando i rintocchi della Campana della Libertà ci rammentano che abbiamo non solo diritti ma anche doveri ?!
Che ne e’ stato -mi chiedo- dei patrioti con il coltello tra i denti che hanno “edificato” il Nuovo Mondo dando un significato speciale alla parola LIBERTÀ ?! (quella stessa della quale si parla nell’inno nazionale, e non solo) che ti fa gelare il sangue nelle vene ogni volta:
“…mia dolce terra della libertà, di te io canto” e così, parole simili…
E prima che il mio cervello abbia il tempo di pensare, dalla mia bocca esce
-sei mai stata a Philly ?-
Come mi avesse letto la mente mi risponde: “Per la campana ?”.
Annuisco.
“Guardami bene” fa lei. “Guarda”.
Scopre una spalla per mostrarmi la clavicola deformata.
“Secondo te ci sono stata ?”.
Certo, sei un eroe e una guerriera che darebbe la vita per la patria.
Lo penso, ma non glielo dico.
Annuisco di nuovo.
“Vai su Google” dice. “Voce cowboys”.
Ha ragione.
Una tradizione più americana della
NFL, neanche a dirlo.
Guardo i suoi stivali mica nuovi, mica di bellezza, mica per atteggiarsi.
Sono devastati e lerci come e’ giusto che sia (adesso che per l’ennesima volta) mi ha aperto gli occhi.
“Hey” fa lei. “Quante stelle conti nella nostra orgogliosa bandiera ?”.
L’occhio mi cade sulla bandiera confederata penzoloni a un angolo della veranda .
-conto stati che-
Finisce per me.
“Conti ogni stato…un cuore ogni stato, sulla bandiera a stelle e strisce”.
-si ma alle tue spalle e’ confederata-
Ancora una volta non finisco perché la sua voce cancella prepotentemente la mia ricacciandomi le parole in gola.
“Dove sono nata io ?”.
Adesso e’ tutto chiaro -penso- e penso a quanto sono stupido e a quanto poco so della terra in cui vivo.
Ancora una volta i suoi anni di giovane donna hanno fatto scuola.
-certo, ovvio, molto giusto-
Scrolla la testa e pesca altro ghiaccio.
Tintinna nel bicchiere con un tic tac insopportabile.
“Hey”. Dice, sbirciandomi per traverso.
-dimmi-
“Ti garantisco posti di lusso”.
-prima fila ?-
“Non sarebbe la prima volta”.
-assolutamente non la sarebbe, no-
Mi alzo e stiro la schiena poi mi chino su di lei per darle il bacio della buonanotte (sulla fronte) come sempre.
Mi trattiene con forza e mi sussurra all’orecchio parole che non avrei mai dimenticato.
“Mi hai scortata in tutti i rodei del paese…”.
-confermo, si-
“Vieni a Philadelphia con me”.
Non suona come una proposta; e’ un ordine, lo sa lei e lo so io.
-ma io ho già visto la campana- si
-l’ho udita- e -con la mano-
“Sul cuore”.
-esatto-
“Con la mano sul cuore”.
Ho annuito, poi ho aggiunto che eravamo fuori stagione e che la campana solo ogni…
E lei: “Per te va bene venerdì ?”.

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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28 Nov

E’ una tiepida notte primaverile.
A un angolo di strada un violinista suona allegri motivetti: ha una folta barba rossiccia e indossa calzoni verde scuro troppo larghi per la sua taglia.
Un gruppo di forse dodici persone e’ raccolto intorno a quest’uomo non più un giovanotto (forse sui cinquanta) ma non smettere di suonare e non ci badare se chiudo le persiane.
Il cielo e’ un trionfo ! Stelle a profusione da perderne il conto.
E’ tutto stupendo: la baia e il violino e le stelle senz’altro anche loro, tuttavia, dislocate in forze come stanotte hanno un che di orribilmente familiare e non ci badare se ho chiuso le persiane; non smettere di suonare.
Stelle da perderne il conto là in alto come i rimorsi che stanotte mi impediscono di dormire. La macchina per scrivere rosso con la P che resta incastrata e ogni volta devo andare a riprenderla per metterla al suo posto, le mie sigarette leggere (le persiane chiuse) a domandarmi se esistano ancora parole per le quali valga la pena di vivere.

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce” di Gianmarco Groppelli

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Ballad of Pittsburgh

25 Nov

Vidi un gattino morire
Vidi un gattino morire
ed era la fine di maggio; sbattuto in un angolo come una buccia (uno scarto) senza un lamento, un fiato, un bisbiglio.
Alla tv, un film di Frank Capra in B/N
“It happened one night” e una candela mezzo consumata al centro del tavolo; rimasuglio del romanticismo primaverile.
Qualche ora lieta (io e lei) ora amante, ora mamma, ora amica (…)
a tratti nulla delle tre ma soltanto una bellissima donna con gli occhi grigio-verde e le belle mani pienotte ma a stento rammento il suo “nome” quasi fossimo stati a compiacerci nella nebbia della PA dove tutto e’ una voce, e non vedi nulla.
Fuori dalla finestra e’ un mondo che conosco a malapena:
nei cinema, NEI BAR, nei negozi con la carta da parati, nelle botteghe di pellicce pregiate, sotto i ponti incurvati
-e’ vita- m’han detto
con una Red Bull e un telefilm di 30 anni
-vita da vivere- m’han detto.
Le ho prese per buone quelle parole nondimeno, ripenso a quel gattino sbattuto in un angolo come una buccia [uno scarto ] si, un autentico ed inutile scarto.

estratto
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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Kristofferson

25 Nov