Archivio | novembre, 2019

Churches

30 Nov

Era il mese di maggio (e come ogni anno) la mia parrocchia si era data un gran da fare per organizzare “i rosari di cortile”.
Qualcuno con i primi capelli grigi, certi tenevano ancora il viso imbrattato dall’acne e non arrivavano ai sedici anni. Ognuno aveva le proprie ragioni per pregare il signore.
La speranza che ci accomunava e’ facilmente intuibile: che i nostri bisbigli venissero raccolti, qualsiasi cosa volesse dire.
Le giornate iniziavano ad allungarsi ed era piacevole intrattenersi sotto ai pergolati nella luce lillà sbiadito delle nove di sera.
Accompagnavo mia madre in queste escursioni religiose una volta a settimana, il mercoledì.
Si partiva da un punto d’incontro comodo a tutti e si proseguiva alla volta di una chiesa sempre differente laddove chi di dovere si sarebbe pigliato la briga di dispensare benedizioni (…) e fu in occasione dell’ultimo incontro che una ragazza sui venticinque anni si accorse di me. La solita vecchia battuta, se la memoria mi assiste:
“Scusa, hai un fiammifero per caso?”.
Lo avevo.
Mi disse di chiamarsi Greta e che stava per laurearsi. Avrebbe voluto esercitare da guida in qualche museo importante, a Firenze magari.
Vi era già stata una Greta nel mio passato.
Roba lontana. Eravamo due ragazzini ed era andata com’era andata.
Lei, espansiva e solare.
Io, burbero e gelosissimo.
La “nuova” Greta mi promise che ci saremmo rivisti
-gli incontri del mercoledì sono finiti- le rammentai

Scrollata di testa.

“Lavoro al bar Sahara” disse. “Puoi passare quando vuoi”.
Per una settimana abbondante mi riservai di pensarci su (bene) prima di lanciarmi a testa bassa in qualcosa che a dirla tutta mi lasciava non poco perplesso.
Generalmente le signorine non si accorgono di me. Specialmente quelle belle e interessanti.
Indossai una giacca beige, una camicia a quadri e una cravatta pure beige.
Portavo un mazzo di fiori sottobraccio e in tasca avevo circa cinquantamila lire. “Greta?”. Disse il ragazzo.
Era esile e giovane e slanciato.
“Mai sentita”.
“Certo”.
“E’ proprio sicuro che le abbia detto bar Sahara, signore ?!”.
Risposi -forse- e gli augurai buon lavoro.
Camminai, camminai e camminai…
poi sedetti su una panchina.
Pochi passanti. Era quasi ora di cena.
Avevo forse trent’anni.
Portavo un mazzo di fiori che solo a guardarlo avrei voluto dargli fuoco e la solita insopportabile emicrania di chi ha fumato una sigaretta via l’altra prima del “grande incontro”.
Il viale odoroso si srotolava insolitamente infinito ed ero al punto di partenza.
Un tutt’uno con la natura e per nulla con i miei simili.

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.
Tutti i diritti sono riservati.
Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza

www.piacenzasera.it di Gianmarco Groppelli

30 Nov

News 24 Sport Eventi Cinema

Le Rubriche di PiacenzaSera.it – Cinema
Con “The Post” Spielberg va ancora a segno di Gianmarco Groppelli

di Cinema – 02 Febbraio 2018 – 2:02

THE POST

Usa 2017
regia: Steven Spielberg
durata: 115 min
genere: biografico-storico drammatico
cast: Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Mattew Rhys, Alison Brie, Carrie Coon.

Il film racconta di documenti top secret usciti sui quotidiani New York Times e Washington Post. Ha ottenuto due candidature al premio Oscar e sei candidature ai Golden Globes

Daniel Ellsberg, uomo del Pentagono, disgustato dall’azione militare del suo paese nel Vietnam, nel 1971 fa pubblicare parte di documenti riservatissimi. Il New York Times ha per le mani materiale bollente quanto basta a far tremare gli alti ranghi Usa. L’ambiguo e discutibile intervento dell’esercito/governo americano in Vietnam è secondo Daniel Ellsberg un insulto alla democrazia. La corte suprema impedisce al Times di proseguire le pubblicazioni in merito all’argomento ma ciò non è sufficiente a insabbiare le cose poiché il Washington Post prosegue da dove il New York Times era stato obbligato a interrompere svelando così molti scheletri nell’armadio, portando sotto i riflettori uno scandalo di Stato dalle proporzioni immani.
Va detto, anche se non occorre, che l’argomento è quello che è. Può annoiare a morte se non si è per nulla interessati agli accadimenti narrati in questi 115 minuti. Viceversa, i curiosi di assistere al film denuncia più possente e autorevole finora mai realizzato avranno di che sfamarsi e ne resteranno certamente entusiasti.
Non può essere altrimenti: un grande cast per un grande film anche se “The Post” è molto più di un film. E’ un mosaico del quale scovare dove si annidino le tessere per poi metterle al posto esatto affinché tutto combaci è una soddisfazione senza eguali. Per il cinefilo estimatore del passato (retro’) in termini di ricostruzione, guardaroba e acconciature Steven Spielberg ha allestito un vero e proprio teatro – museo anni ’70. La cinepresa a spalla che segue gli attori negli interni delle redazioni da’ un’impronta documentaristica al suo prodotto nel senso che questa scelta ha come fine ultimo quello di coinvolgere maggiormente lo spettatore nel parapiglia nevrastenico degli uffici.
L’intenzione base è mostrare lo squarcio attraverso il quale ADESSO la nazione può scorgere l’abisso. Forse qualcuno lo intuiva ma non era certo, ecco spiegato il perché della confusione che “ha mandato in tilt le redazioni”. Uno scandalo di quel calibro è un colpaccio e una manna per i giornali da una parte, una vergogna e una sconfitta dall’altra in quanto anche i cronisti più cocciuti e ficcanaso hanno un’identità ben precisa, che si identifica qui nello specifico nella bandiera a stelle e strisce. Pertanto, se vi è motivo di festeggiare per la tiratura delle vendite, così vi e’ anche motivo di meditare (con la testa tra le mani) a notte fonda, in casa. Quando tutto intorno è silenzio e le macchine da scrivere hanno smesso di sferragliare.
Su cosa riflettere? Su molte cose. In primis sul gioco sporco del Governo che ha trascinato il paese in una causa che non trova radici e motivazioni. Quantomeno questo è quello che resta in bocca, quel che si percepisce. L’ amaro del: “ma che accidenti ?!”. Da qualche parte nella Bibbia è scritto che l’Onnipotente opera il più delle volte in maniera incomprensibile all’uomo ma non credo che questa citazione sia di un qualche sollievo al signor tal dei tali che invece di votare X pensa: “sarebbe stato più saggio se avessi votato Y”.
Film attualissimo. Provocatorio. Spielberg molla un progetto per dedicarsi a questo severo e impietoso lungometraggio. Ci crede fino in fondo e quel che ne deriva è già una pietra miliare. Erroneamente, molti nel “Belpaese” associano il cognome di Spielberg ai film per ragazzi, agli happy ending, ai commoventi film di buone intenzioni da vedere insieme alla famiglia. Qui stiamo parlando di Spielberg non di John Hughes, con tutto il rispetto per il suo genio di kids filmmaker.
“Salvate il soldato Ryan”, “Il colore viola”, “Schindler’s List”, “Amistad”, “Munich”. Sono prodotti tutt’altro che per ragazzini, firmati dal maestro di Cincinnati (Spielberg) ma si sa, quando il pubblico decide di catalogarti, sei intrappolato in un cliché. Io non do a questa tesi nessun credito ma là fuori c’è gente decisamente influenzabile dal giudizio di massa che la pensa diversamente da me. Questo film è la dimostrazione più palese del fatto che Spielberg trova un’affinità e un parallelismo col purtroppo scomparso Pollack. Entrambi hanno cavalcato generi tutti diversi l’uno dall’altro. E non esagero se dico che: “L’eredita’ cinematografica made in Usa raccolta dall’Italia trova la sua ragione in due titoli che preferisco non citare…”.
Lascio scritto soltanto:
Pollack, 1975
Spielberg, 1993
A buon intenditor poche parole.
Un film ambizioso e riuscito.
Di Gianmarco Groppelli
Giudizio:☆☆☆☆ http://www.piacenzasera.it

The Liberty Bell

29 Nov

Transito avanti e indietro laggiù dove la strada scende a picco per poi rialzarsi in una ripida salita fiancheggiata su entrambi i lati da olmi, molti di questi ricurvi, i quali si piegano fino all’inverosimile sulla TX Road.
Becca vive al civico 121 in una grande casa dipinta d’azzurro.
Sotto alla veranda vi sono due sedie a dondolo, una a destra e una a sinistra; un tavolino di legno grezzo nel centro. Una lampada malfunzionante appesa alla buona pende dall’alto gettando nelle ore notturne una luce fiacca sul lato sinistro; il destro perennemente in un chiaroscuro simile a quello di una chiesa quando non vi sono messe, matrimoni, funerali e funzioni varie.
Becca e’ una considerevole parte di me come pure la veranda e il granaio sul retro che nel buio sembra un gigantesco escavatore addormentato, o qualcosa del genere.
Vado da lei circa tre volte a settimana
(sempre di sera) lì dove la gente per bene non vuole andare dopo il tramonto.
Io e Becca siamo animali notturni.
Io e Becca siamo un tutt’uno.
Io e Becca amiamo le medesime cose.
Io e Becca non siamo innamorati ma poco ci manca nonostante l’abisso cronologico che ci “separa”.
Io e Becca parliamo per ore e tiriamo mattina. Arrivo coi fari dell’auto accesi e torno a casa coi fari spenti, quando il resto del paese si alza per la prima colazione.
Becca beve birra e Jim Beam: prima l’una e poi l’altro. Non poche volte entrambi insieme mescolando il tutto con uno stuzzicadenti o qualsiasi altra cosa sia a portata di mano lì sul tavolino.
Pigrizia allo stato puro ?
Non esattamente. E’ che affrontare i quattro gradini che portano in casa e’ uno sforzo indicibile per lei.
Le giornate di Becca sono pesanti e pericolose ma la nota positiva e’ che queste non iniziano mai prima del mezzogiorno.
Quando il paese ha le gambe sotto al tavolo, Becca raggiunge la stalla passando per il granaio.
Adempie alle sue mansioni con zelo.
Ha una pazienza infinita questa ragazza -penso- poiché il suo Baio, e’ noto a tutti in paese per la sua invincibile testardaggine.
Agli occhi degli altri; ma Becca sa bene come prendere questo stupendo animale. Ne possiede altri due: un pezzato avanti negli anni ma ancora valido e un brocco buono per la macellazione che Becca tratta più come un asino che un cavallo adoperandolo per i “lavori” più ingrati e riempiendolo di mazzate alla prima occasione.
Di solito per questa pratica si serve di un asse di legno che un tempo reggeva la cassetta della posta.
Ora che il gambo della cassetta della posta e’ in acciaio, quell’asse di legno le viene buona dunque per altro.
“Come mai così tardi ?”.
Le rispondo che un mio vicino mi ha trattenuto: problemi di idraulica.
Gli sono stato di aiuto ? No, perché di idraulica non ne capisco niente ma dal canto suo l’uomo non poteva saperlo e ha pensato bene di suonare alla mia porta.
Becca pesca una manciata di ghiaccio dal cestello (un anonimo secchio da muratore) e si riempie il bicchiere, poi versa il Jim Beam.
Io ho smesso con l’alcool nove anni fa ma non mi importa davvero se mi beve davanti.
Si accende una Marlboro Red e tira una profonda boccata.
L’aria notturna si fa sentire anche stando sotto alla veranda; per un mesetto ancora basterà un maglioncino leggero, poi si vedrà.
Le stagioni di questi tempi…
non sai mai come vestirti, e’ il pensiero che mi passa per la testa mentre le chiedo il permesso di entrare in casa per andare al bagno.
Mi fermo di fronte alla bacheca: uno scaffale lungo e forte ben inchiodato alla parete.
Lo faccio ogni volta (di fermarmi) a guardare le coppe, i trofei, le foto, le medaglie, gli stivali ricordo di giorni di gloria, le fibbie con incise data, città e tutto il resto.
Una testa di cervo sopra lo scaffale sembra essere stata messa lì a guardia dei successi di Becca (davvero tanti) ma proprio tanti per la sua età.
“Pensavo fossi caduto nel buco”.
-scusa, mi son fermato -dico- a guardare lo scaffale dei tuoi trionfi-
“Ancora, ma non ti stanchi mai ?!”.
Le rispondo con un secco: No !
Altro ghiaccio nel bicchiere.
Secondo giro di Jim Beam.
Mi chiede se conosco un film intitolato “The shout” con Susannah York.
Le dico che lo conosco ma non l’ho visto.
“Potremmo guardarlo” fa lei. “Si”.
-entriamo in casa, allora-
Finisce la frase con palese amarezza.
“Se solo il televisore funzionasse”.
Si lascia scappare un grugnito e accende un’altra sigaretta; getto un’occhiata al posacenere sul tavolino e ne conto già cinque.
Per un po’ restiamo in silenzio.
Entrambi fumiamo assorti nelle nostre più intime meditazioni.
-mi suoni qualcosa ?-
Le dico che avrei voglia di ascoltare un pezzo di D.A.C. magari “Longhaired redneck”.
Si alza e va in casa a recuperare la chitarra.
Mi metto comodo.
Inizia a pizzicare le corde ma dopo mezzo secondo si lascia sfuggire un: “Dannazione”.
-che c’è ?-
“Ho la mano mezzo scorticata”.
La rimpovero.
-perché non hai indossato i guanti ?-
Mi dice che semplicemente non ne aveva voglia e aggiunge:
“Mi sono allenata senza guanti, pace”.
Riprende da dove si era interrotta e mi suona (e canta) tutto il brano.
Ha una voce bellissima.
Soffia, sbuffa sulla mano ferita e la scrolla con vigore.
-a quando il prossimo rodeo ?-
“Sette mesi” pausa. “E tre giorni”.
Vorrei chiederle apertamente se si sente pronta ma non lo faccio.
E’ nata pronta ! (come si dice) e in più, ha coraggio da vendere.
Rivedo il tabellone: l’estate passata.
Il suo nome campeggia a lettere cubitali (lettere rosso rubino) al primo posto.
Il secondo e il terzo classificato appena sotto, sempre a lettere cubitali.
Risento l’aria infuocata d’agosto…
la folla in delirio.
Le trombe da stadio si sprecano.
I pagliacci da rodeo battono le mani (forte) appena dietro al cancello che porta nel “cerchio”.
Il cancello e’ verde:
scrostato, mostra lo smalto nudo sottostante di un accecante silver.
Becca abbandona la scena con la sella sulle spalle e una coppa sotto a un’ascella. Zoppica un poco.
Il toro viene spinto a viva forza nel rimorchio di un camion: tre cowboys per quella bestia tutta muscoli e rabbia.
“Ci sei ?”.
-certo-
“Mi sembri un po’ suonato stasera”.
Altra Marlboro Red.
No cara -penso- tutt’altro.
E ragionando su una frase che mi disse tempo addietro a Tucson, mi accendo una sigaretta.
“E’ la mia vita” pausa. “Una sfida e…”.
E ?!
Immagino volesse dire “e così via” o roba del genere.
Non conta poi tanto; e’ un persona incredibile con un talento incredibile…
e questo e’ un fatto.
Guardo l’orologio.
“Vuoi già andare via ?”.
Le rispondo -dovrei,si-
Giro la testa, lecco la punta del pollice e volto pagina.
Il calendario affisso alla parete e’ fermo al mese di maggio.
-sei rimasta un po’ indietro-
Scrolla la testa.
Altro Jim Beam.
“Pace”.
So cosa sta pensando o almeno credo.
Il mio pollice resta per una qualche ragione dov’e’.
Il calendario “Diesel” e’ affisso alla parete. Becca fuma di nuovo e io me ne sto lì con il pollice sul calendario.
Credo ma non ne sono sicuro: probabilmente stiamo entrambi pensando la medesima cosa.
Esistono ancora veri eroi in questo paese ? Non quei coglioni Marvel io sto parlando di “eroi” veri, di persone disposte a dare la vita per la bandiera. Ha un senso fermarsi con la mano sul cuore quando i rintocchi della Campana della Libertà ci rammentano che abbiamo non solo diritti ma anche doveri ?!
Che ne e’ stato -mi chiedo- dei patrioti con il coltello tra i denti che hanno “edificato” il Nuovo Mondo dando un significato speciale alla parola LIBERTÀ ?! (quella stessa della quale si parla nell’inno nazionale, e non solo) che ti fa gelare il sangue nelle vene ogni volta:
“…mia dolce terra della libertà, di te io canto” e così, parole simili…
E prima che il mio cervello abbia il tempo di pensare, dalla mia bocca esce
-sei mai stata a Philly ?-
Come mi avesse letto la mente mi risponde: “Per la campana ?”.
Annuisco.
“Guardami bene” fa lei. “Guarda”.
Scopre una spalla per mostrarmi la clavicola deformata.
“Secondo te ci sono stata ?”.
Certo, sei un eroe e una guerriera che darebbe la vita per la patria.
Lo penso, ma non glielo dico.
Annuisco di nuovo.
“Vai su Google” dice. “Voce cowboys”.
Ha ragione.
Una tradizione più americana della
NFL, neanche a dirlo.
Guardo i suoi stivali mica nuovi, mica di bellezza, mica per atteggiarsi.
Sono devastati e lerci come e’ giusto che sia (adesso che per l’ennesima volta) mi ha aperto gli occhi.
“Hey” fa lei. “Quante stelle conti nella nostra orgogliosa bandiera ?”.
L’occhio mi cade sulla bandiera confederata penzoloni a un angolo della veranda .
-conto stati che-
Finisce per me.
“Conti ogni stato…un cuore ogni stato, sulla bandiera a stelle e strisce”.
-si ma alle tue spalle e’ confederata-
Ancora una volta non finisco perché la sua voce cancella prepotentemente la mia ricacciandomi le parole in gola.
“Dove sono nata io ?”.
Adesso e’ tutto chiaro -penso- e penso a quanto sono stupido e a quanto poco so della terra in cui vivo.
Ancora una volta i suoi anni di giovane donna hanno fatto scuola.
-certo, ovvio, molto giusto-
Scrolla la testa e pesca altro ghiaccio.
Tintinna nel bicchiere con un tic tac insopportabile.
“Hey”. Dice, sbirciandomi per traverso.
-dimmi-
“Ti garantisco posti di lusso”.
-prima fila ?-
“Non sarebbe la prima volta”.
-assolutamente non la sarebbe, no-
Mi alzo e stiro la schiena poi mi chino su di lei per darle il bacio della buonanotte (sulla fronte) come sempre.
Mi trattiene con forza e mi sussurra all’orecchio parole che non avrei mai dimenticato.
“Mi hai scortata in tutti i rodei del paese…”.
-confermo, si-
“Vieni a Philadelphia con me”.
Non suona come una proposta; e’ un ordine, lo sa lei e lo so io.
-ma io ho già visto la campana- si
-l’ho udita- e -con la mano-
“Sul cuore”.
-esatto-
“Con la mano sul cuore”.
Ho annuito, poi ho aggiunto che eravamo fuori stagione e che la campana solo ogni…
E lei: “Per te va bene venerdì ?”.

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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28 Nov

E’ una tiepida notte primaverile.
A un angolo di strada un violinista suona allegri motivetti: ha una folta barba rossiccia e indossa calzoni verde scuro troppo larghi per la sua taglia.
Un gruppo di forse dodici persone e’ raccolto intorno a quest’uomo non più un giovanotto (forse sui cinquanta) ma non smettere di suonare e non ci badare se chiudo le persiane.
Il cielo e’ un trionfo ! Stelle a profusione da perderne il conto.
E’ tutto stupendo: la baia e il violino e le stelle senz’altro anche loro, tuttavia, dislocate in forze come stanotte hanno un che di orribilmente familiare e non ci badare se ho chiuso le persiane; non smettere di suonare.
Stelle da perderne il conto là in alto come i rimorsi che stanotte mi impediscono di dormire. La macchina per scrivere rosso con la P che resta incastrata e ogni volta devo andare a riprenderla per metterla al suo posto, le mie sigarette leggere (le persiane chiuse) a domandarmi se esistano ancora parole per le quali valga la pena di vivere.

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“Coni d’ombra e lame di luce” di Gianmarco Groppelli

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Ballad of Pittsburgh

25 Nov

Vidi un gattino morire
Vidi un gattino morire
ed era la fine di maggio; sbattuto in un angolo come una buccia (uno scarto) senza un lamento, un fiato, un bisbiglio.
Alla tv, un film di Frank Capra in B/N
“It happened one night” e una candela mezzo consumata al centro del tavolo; rimasuglio del romanticismo primaverile.
Qualche ora lieta (io e lei) ora amante, ora mamma, ora amica (…)
a tratti nulla delle tre ma soltanto una bellissima donna con gli occhi grigio-verde e le belle mani pienotte ma a stento rammento il suo “nome” quasi fossimo stati a compiacerci nella nebbia della PA dove tutto e’ una voce, e non vedi nulla.
Fuori dalla finestra e’ un mondo che conosco a malapena:
nei cinema, NEI BAR, nei negozi con la carta da parati, nelle botteghe di pellicce pregiate, sotto i ponti incurvati
-e’ vita- m’han detto
con una Red Bull e un telefilm di 30 anni
-vita da vivere- m’han detto.
Le ho prese per buone quelle parole nondimeno, ripenso a quel gattino sbattuto in un angolo come una buccia [uno scarto ] si, un autentico ed inutile scarto.

estratto
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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Kristofferson

25 Nov

Fuck ya ! Eva

25 Nov

Ho riposto tutto quel poco che avevo da offrire nelle tue mani e cosa ne resta?!

Un pugno chiuso sanguinante.
Un crisantemo passito.
Un treno perso all’ultimo momento.

Una cicatrice come un sorriso beffardo a mostrare i suoi denti aguzzi di scherno per un “amore” spirato ancor prima di sbocciare.

da “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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Disillusioned

25 Nov

Gli stivali nella sabbia in questa notte estiva più fredda che estiva e resto a scrutare l’orizzonte piatto nel quale spiccano stelle lattescenti; so bene cosa io sia venuto a cercare a quest’ora tarda e so bene perché abbia scelto questo posto consumato, circondato per ogni dove da squallide case tutte uguali, tutte insapore e tristi e peste di sonno e di rabbia. Incuria totale, sublime abbandono dietro al quale si cela lo splendore maledetto dei bei tempi andati ora che la mezzanotte pulsa e piange e si gonfia prepotentemente, ora che la mezzanotte monta e avanza portandosi appresso la sua maligna influenza, con le sue credenze popolari, leggende metropolitane e tutto il resto; non ho paura!
Questo per certo mi e’ indifferente ma se mi trovo dove mi trovo e’ appunto per ritrovare non tanto me stesso poiché vi ho rinunciato da tempo immemorabile, quanto per (ri)vedere con gli occhi in sangue della mente ciò che di più caro ho perduto.
Dicono che struggersi volutamente sia una penosa pratica che gli artisti: pittori, musicanti, filosofi e poeti adoperano per violentare la vita ! Per malmenarla, igiuriarla, deriderla e odiarla nella speranza che il dolore porti loro quell’ispirazione che tante volte non viene. Può darsi sia così.
Io vedo solo un’orizzonte piatto punteggiato di stelle lattescenti: so bene per quale motivo mi trovo dove mi trovo e so che purtroppo ancora una volta tornerò indietro a mani vuote nonostante le mie “buone” e disperate intenzioni.
Come un fiume in piena sono arrivati i ricordi nondimeno non sono riuscito – e lo ripeto – non sono riuscito a trattenerne nemmeno uno (sia pur sbiadito e corroso) nemmeno uno. Li ho visti ma senza realmente vederli come pure loro con tutta certezza non hanno veduto me sicché mi sono trovato al punto di partenza: senz’anima, senz’aria nei polmoni e da questo fiume in piena non ho tratto ne giovamento ne “ulteriore” patimento, me lo aspettavo!
Mi sono seduto, poi coricato, rimesso in piedi, coricato un’altra volta e così via per un’ora abbondante (…)
proprio non ho trovato ciò che andavo cercando.
Ho tastato i calzoni (davanti e dietro) e una volta pescato il portafogli da esso ho estratto una rubrica quasi in brandelli e l’ho sfogliata adagio. Il vento mi sferzava la faccia quasi a dire -alza i tacchi -sei tutto- tranne che il benvenuto – va via!
Nel portafogli vi era una foto e una data, nient’altro.
Patente di guida sospesa, documenti smarriti, zero soldi (…) e così restammo
(in piedi nella sabbia) io e la foto che adesso stringevo con un vigore tale da sbiancare le nocche. Nei colori sbiaditi del tempo gli occhi di mio fratello erano un misto di gioia passata e una coltre di nebbia fuori stagione quasi a guardare con malevolenza l’idiota che ero, lì così, in piena notte col mio dolore, la mia nostalgia, la mia ottusa avversione per tutto ciò che evolve e cambia come le strade che ora ci separavano: lui a destra e io a sinistra. Ero davvero (in quel tempo) il più stupido e malinconico e nostalgico
rottame incagliato tra gli scogli spigolosi della vita. Era davvero l’inferno a mezzanotte. Le mie parole pesanti, un “lucido” delirio nel silenzio tutt’intorno:
“Fratello carissimo” ogni sillaba era una pugnalata. “Darei la vita se tanto servisse a riavvicinarci”.
Un turpiloquio livido e osceno carico della collera più accesa e al contempo bruciante di appassionato sentimento per il sangue del mio sangue!
“Family is 4ever&4always” mi dicevo. “Family is 4ever&4always”.
Ah, fottutissimo orologio sei riuscito nel tuo intento peggio ci avesse messo la coda il diavolo! Bastardo codardo, non avevo null’altro che mio fratello
(la mia luce e la mia letizia) bastardo sei ! E in quell’abominio non vi era spazio per null’altro che non fosse catastrofe e sfacelo.
Quando mi svegliai la sabbia era svanita insieme a tutto il resto e ne fui sorpreso e felice e nauseato…
Non era notte bensì primo pomeriggio.
Niente stivali, niente fiume in piena.
Mi ero salvato per miracolo?
Non saprei, il certo e’ che non riuscivo a decifrare, a leggere gli occhi di mio fratello (la mia luce e la mia letizia) come avrei voluto. Era davvero l’inferno nelle ore afose del primo pomeriggio quella foto sul comodino?
Ero davvero (in quel tempo) il più stupido e malinconico e nostalgico rottame incagliato tra gli scogli spigolosi della vita?

in quel tempo – fanculo – appena due giorni fa !!!!

Greenfield Alabama, 35748 U.S.

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LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE – PiacenzaSera.it di Gianmarco Groppelli

24 Nov

Usa 2017
regia di Woody Allen
genere: comedy-drama- sentimentale
durata: 101 min
cast: Kate Winslet, Justin Timberlake, Juno Temple, Jim Belushi, Jack Gore, Tony Sirico, Steve Schirripa, Max Casella, David Krumholtz
Fotografia: Vittorio Storaro.
Scritto e diretto da Woody Allen

New York City, anni ’50

Ex attrice attualmente impiegata come cameriera presso un ristorante di pesce, perde la testa per Mickey, un bagnino che sogna di diventare commediografo. Non mancheranno di ostacolare il loro incontro malavita, antipatici giostrai e altre ragazze.
Eh, immagino cosa starete pensando cari lettori. Justin Timberlake nel cast di un film di Woody Allen è un colpo basso che non scivola sotto la porta, è un abominio a voler essere clementi.
Non so darvi torto, ma abbiate pazienza, parliamone un attimo.
Woody Allen torna alla carica.
Il suo ventaglio di idee, registro cinematografico e passione sono rimasti immutati negli anni.
E questo è positivo poiché un uomo-artista deve, a mio parere, tener fede alle proprie convinzioni.
La dimostrazione più palese del suo credo è riassunto nel film culto Manhattan (1979) nel quale tributa la buona letteratura, il cinema svedese, il sentimento umano con le sue gioie e i suoi dolori e non per ultimo, è un omaggio alla sua amata New York voluta dal regista in bianco e nero per varie ragioni sulle quali non mi soffermerò.
Non voglio annoiare. Ho citato “Manhattan” in quanto opera madre del cineasta senza dimenticare, superfluo dirlo, Io e Annie del 1977.
La coppia Diane Keaton-Woody Allen è un sodalizio durato “una vita” che non mancherà di emozionare le generazioni a venire.
È d’uopo menzionare questi riferimenti col fine di provare a dare una più chiara visione al complesso e geniale mondo di Woody Allen.
Due parole ancora sul passato. Sebbene il regista, nel corso della sua brillante carriera abbia cavalcato (diretto, scritto e recitato) generi a una prima occhiata piuttosto differenti l’uno dall’altro, Allen è rimasto sempre sul binario del dolceamaro atto a toccare il cuore della gente, far riflettere ma anche far sorridere.
Non dimentichiamoci che Woody Allen nasce artisticamente come comico fatta eccezione per tre impietosi, amarissimi e drammatici lungometraggi dedicati in tutto e per tutto al suo mentore, Ingmar Bergman. Settembre, Un’altra donna e Interiors sono film “non alla Woody Allen” per dirla in soldoni.
Sono lavori della sua ricca filmografia che per certi versi restano su un’isola a parte; l’isola del Farö di Bergman. A buon intenditor poche parole.
“La ruota delle meraviglie” ha tutti gli ingredienti accattivanti e intelligenti del “vecchio” Allen: comedy-drama-sentimentale. Una combinazione perfetta.
Il disincanto degli anni Cinquanta, sia pur visionato attraverso crudeli ammiccate ai gangster movies, rimane disincanto anni Cinquanta nel quale lo spettatore si perde e si strugge.
Film cucito su misura per nostalgici e romantici. L’ultimo Allen è un trionfo di virtù. Cento uno minuti di VERE emozioni.
Va detto e sottolineato che in questa sua ultima opera, la fotografia gioca un ruolo fondamentale in quanto Vittorio Storaro è un vero maestro quando si tratta di allestire (o meglio, arricchire) la scena con i suoi prodigiosi e travolgenti giochi di luce.
Stanley Kubrick sarebbe certo rimasto compiaciuto dal talento di Storaro in quanto “appassionato” della luce e di tutto ciò che scintilla. Riposa in pace, Stanley.
Classe 1935, il regista Allen non perde la verve ed il mestiere che lo hanno reso leggenda. Salire sulla sua ruota delle meraviglie è un piacere che riscatta una vita di noia. Quasi un privilegio.
Pubblico e critica, compresi e rapiti dalla magia di questo film tanto atteso, hanno parere unanime. Verdetto? Applausi a profusione e riconoscimento Hollywood Actress Award per la protagonista, Kate Winslet.
Coinvolgente, bellissimo. Woody Allen alias nation’s pride centra il bersaglio. Un colpo maestro.
Gianmarco Groppelli
Giudizio: ☆☆☆☆☆
http://www.piacenzasera.it

di Gianmarco Groppelli “Quello che non so di lei” – PiacenzaSera.it

24 Nov

(D’après une histoire vraie)

FR-BELGIO-POLONIA 2017
110 min.
regia di Roman Polanski.
gen: thriller psicologico-noir drammatico
cast: Emmanuelle Seigner, Vincet Pérez, Eva Green, Dominique Pinon, Camille Chamoux.

Liberamente ispirato al romanzo verità di Delphine de Vigan.

Delphine, scrittrice di successo in piena crisi creativa intreccia una singolare relazione con una sua fan, donna intelligente e misteriosa. Premetto che ripercorre il trascorso artistico di Roman Polanski è un po’ come arrischiarsi sul ghiaccio.
La sua fortunata e chilometrica carriera vanta capolavori impressi nella storia del cinema. Vere e proprie pietre miliari. Polanski è per certi versi un mondo a parte e i mondi a parte hanno bisogno di qualche parola in più.
Non voglio annoiare, tuttavia, pertanto non starò a dilungarmi troppo. Potrei tracciare un profilo del regista al fine di dare una visione più chiara di questo controverso artista.
Ho scelto di farlo; con poche parole. Sebbene, come del resto prima e dopo di lui, hanno fatto i suoi colleghi ossia cavalcare generi molto diversi l’uno d’altro, Polanski ha davvero qualcosa in più che lo contraddistingue.

Una sorta di marchio di fabbrica.
Un modo di fare cinema assolutamente personale.
Come dicevo, un mondo a parte. Prendiamo come riferimento un David Cronenberg notoriamente riconosciuto come il fondatore “dell’horror biologico”. Solo gli occhi di Cronenberg vedono realmente e lo sottolineo, realmente, ciò che è il risultato ultimo della sua fatica. In questo si assomigliano molto poiché se esiste un regista al mondo i cui film appaiono a una prima occhiata addirittura incomprensibili (nel messaggio e nella vestizione) è proprio David Cronenberg. Polanski trova un parallelismo col regista canadese in quanto entrambi hanno come scelta in comune quella di avvalersi dell’effetto shock, del – ma cosa ?- Cronenberg, il più delle volte sbattendoci in faccia i più raccapriccianti effetti speciali sia in termini di make up che in termini digitali. E poi ?
E poi la sottotrama. Porte dentro porte e dove queste conducano è sempre un mistero. Quindi, Cronenberg più diretto e spietato. Polanski più malinconico, intimista, “cauto” e di impronta più fina, ma sempre scioccante. Mai prevedibile. Un passo davanti a tutti. La macchina da presa è un’estensione dei suoi occhi che frugano l’animo umano, lo sviscerano letteralmente e lo passano al microscopio; per cavarne cosa ? Angoscia, punti deboli, tetraggini, ambiguità e direi un compiaciuto, morboso ricalcare (sempre con perizia e mestiere) gli anelli che tengono insieme la catena del suo “bizzarro” stile. Del suo modo di vedere il mondo.
Qualche critico lo ha paragonato in questo senso a Ingmar Bergman. Ne convengo al mille per mille: due psicologi oltre che due virtuosi registi.
Due esperti del tormento. “Rosemary’s baby – nastro rosso a New York”, “L’inquilino del terzo piano” e “Venere in pelliccia”. Mi sbilancio e dico: la “trilogia dei sensi”. Polanski torna alla riscossa col coltello in mezzo ai denti. “Quello che non so di lei” è un film tesissimo, torbido, mozzafiato, inquietante, possessivo-ossessivo, nero, amaro, efferato. Un -lasciatevi sconvolgere- d’autore. Il confine tra “vero” e “falso” è una linea ben visibile oppure occorre scavare con le unghie per stanare il “vero” o il “falso” ? Polanski ha tutto in testa. Lo spettatore un po’ meno ed è proprio questo che fa di “Quello che non so di lei” una perla del thriller psicologico.
Polanski è un genio. Maestro della gamma cromatica. La padronanza con la quale maneggia e impasta gli ingredienti di questo esplosivo prodotto è incredibile. Nelle mani sbagliate il risultato sarebbe stato un guazzabuglio di deliranti immagini senza capo ne coda. Viceversa, questo è proprio uno di quei film che a fine proiezione ti fa dire “Il buon cinema non è morto come dicono in molti!”. Gianmarco Groppelli Giudizio: ☆☆☆☆☆ http://www.piacenzasera.it