Archivio | novembre, 2019

Indian summer (Becca you’re come back)

10 Nov

Il ruscello scrosciava in un bisbiglio sommesso alle spalle del quale, colline brulle e grinzose scendevano e rampicavano stagliandosi contro al cielo simile a una parete robusta, a quell’ora, d’un rosso cangiante nel quale era possibile intravedere le ultime nuvole piatte e smorte ormai prossime a dissolversi nel crepuscolo.
Io e Becca dividevamo la medesima tenda che un tempo apparteneva a sua sorella maggiore, Sally;
alla Georgetown University si faceva chiamare Seine.
“Hai molto o poco appetito?”.
Scrollai una mano come a dire
-così così-
Alle mie parole Becca pesco’ dalla cassa per il ghiaccio una lattina di birra.
Strappo’ la linguetta e per un secondo la lattina gemette emettendo schiuma: Becca si avvento’ sulla lattina e prosciugo’ la schiuma.
A quel gesto seguì un’imprecazione ma non me ne diedi pensiero.
Ero troppo preso dal consultare il manuale di istruzioni che occorreva al profano al fine di edificare la tenda in maniera corretta e Dio solo sapeva quanto fossi profano in materia, almeno a quei tempi.
Becca stava accartocciando la lattina.
Crepitava alle mie spalle e lo sapevo per certo anche senza voltarmi.
Era una lattina ed era stata accartocciata.
Becca si divertiva a calciarla sbattendola avanti per poi recuperarla e di lì, calciarla in un’altra direzione.
“Gooooooooooal”.
Trasalii e i picchetti mi caddero dalle mani con un tintinnio insopportabile.
“Non credi dovresti darmi una mano invece di giocare a Soccer?”.
Di malavoglia mi raggiunse e si chino’ sul libretto spianato a terra.
“Beh, non occorre un genio mi pare”.
Il suo rigoroso ammonimento mi spinse non a replicare bensì ad allontanarmi e dissi: “Ok, io spalmo burro di arachidi e tu monti la tenda”.
“Non credo ci impieghero’ molto”.
La sua voce mi arrivava come attutita, soffocata dal folto del bosco nel quale ci trovavamo nonostante fosse a dieci passi da me.
“Vuoi salsa sulle braciole, vero ?!”.
Non disse nulla ed io spruzzai la carne in maniera piuttosto spartana poi mi detti a trafficare di nuovo col burro di arachidi.
“Finito” annuncio’. “Che forza”.
Era stata montata, per quanto ne sapevo, in maniera impeccabile ma non glielo dissi limitandomi a stringermi nelle spalle.
“Si mangia ?”.
“Si mangia”.
Avanzava adagio tenendo sul viso la gioia di un condannato graziato all’ultimo secondo.
La sera aveva inequivocabilmente calato la sua grande mano invisibile, sicché tutt’intorno adesso era buio pesto.
“Accendi la torcia” disse. “E il fuoco”.
Le piaceva impartirmi ordini.
Gli avanzi della cena vennero gettati non tra le fitte verdacee del bosco bensì, diligentemente riposte in un sacchetto di plastica.
Noi gente rurale idolatriamo la natura e tutto ciò che rappresenta nel suo insieme; non potremmo mai violarla in nessun modo.
Becca si era chinata in avanti per recuperare i marshmallow.
Il bordo delle mutandine nere che indossava era un gran bello spettacolo e pensai: il cielo benedica i jeans a vita bassa! Lunga vita ai jeans a vita bassa.
Nell’abbrustolire i marshmallow mi venne fatto di pensare a come mai quel periodo si chiamasse “Estate Indiana”.
Non una sola goccia s’era vista da settimane.
Oh cielo, conoscevo bene il periodo coperto da questo fenomeno e sapevo cosa fosse oggettivamente ma ignoravo il perché si chiamasse proprio “estate indiana” invece di che so io “pioggia marrone-arancio” ad esempio, i colori dell’autunno.
Sarebbe a mio parere stato un nome altrettanto e comunque calzante.
Non ebbi il tempo di formulare altre ipotesi poiché qualcuno mi stava battendo la spalla.
“Che c’è?” dissi. “Mi fai male”.
Vedevo che in una delle mani di Becca stava una bottiglia di Jim Beam a metà.
Mi aveva battuto la spalla adoperando il fondo della bottiglia non certo con l’intenzione di ferirmi in qualche modo ma era stato un gesto tanto strambo quanto antipatico e che mi aveva urtato non poco.
“Ma sei scema?!”.
“No, solo un poco ubriaca”
“Un poco”.
Sedette accanto a me e così restammo a lungo senza dire una parola, neanche una sillaba, neanche un sospiro.
Non saprei dire perché ma d’improvviso ebbi la sensazione che tutto cio’ che fino a quel momento era stato così prezioso e indispensabile sia in termini di uso quotidiano come ad esempio telefoni cellulari e computer, sia in termini sociali e spirituali, così profondamente personali, intimi e a tratti inconfessabili per la loro ambiguita’, tutto ciò che apparteneva al mondo così come lo si conosce e lo si reputa e lo si interpreta in automatico come civilizzato e al passo coi tempi, fosse ora mera stupidità nella quale era certo contemplata una totale e definitiva inutilità in tutti i sensi e quand’anche non fosse stato così, cosa era rimasto delle nostre vite umane: piccole, brevi, probabilmente anche senza valore, o con poco valore, o non molto valore e’ come dir lo stesso.
“Chi vuole andare al diavolo non si faccia trattenere…”. Non era stato Lutero a dirlo ?! Forse era Lutero o forse era un altro. Fatto sta che quelle parole non fecero che acuire la mia insofferenza.
Becca fumava fissando come iptnotizzata l’arancio vivo della fiammata.
La legna scoppiettava dentro di essa e di tanto in tanto volavano scintille nell’aria che stava diventando sempre più umida e fredda.
Che sia l’estate indiana a farmi sragionare, pensai.
Ma poi perché sragionare, anzi.
Tuttavia la cosa mi turbava profondamente.
Quella mia riflessione aveva ridestato in me l’angoscia che forse accomuna un po’ tutte le genti.
Era una possibilità.
Il certo era che pure dalla natura che ci circondava ora traevo non poco disagio. Pensavo a tutti gli insetti e altri animali potenzialmente pericolosi che si annidavano (forse) dietro di noi, magari anche sopra di noi, mimetizzati nel fogliame e ulteriormente protetti dal buio.
Pure ve ne fossero stati non avremmo potuto…
mi sfuggì un sorta di ringhio più o meno simile a quando il fumo di un sigaro o di una sigaretta ti va di traverso.
L’orrore di quella situazione scaturita da un ragionamento apparentemente innocuo mi stava viceversa devastando.
Presi la mano di Becca.
Lei strinse la mia.
Ci guardammo negli occhi.
Mi ero perduto tante altre volte nell’azzuro dei suoi occhi ma stavolta era diverso.
Le occhiate ardite di un tempo avevano adesso ceduto il passo a sguardi simili a gridi d’aiuto, almeno per quanto mi riguardava.
Come se avesse compreso, un sorriso morbido e dolce, materno quasi le si stese sul volto e in un soffio mi disse:
“Ti racconto una storia, vuoi?!”.
“Storia davanti alla fiammata”.
“Si”. Confermo’.
“Un grande classico” dissi. “Va bene”.
Seguí un brevissimo ma intenso silenzio, uno di quei silenzi pregni di parole che vengono certo dal cuore e che il più delle volte le persone si vergognano di pronunciare.
“Ma niente storie di paura”.
Mi resi conto che la mia non era una richiesta bensì la stavo implorando.
Avevo paura del bosco, della notte, delle mie terrificanti congetture e non per ultima, della vita in generale.
Mi feci più vicino a Becca per ascoltare il suo racconto.
Di scatto si proietto’ in avanti e in un secondo mi trovai le sue labbra premute sulle mie.
Una goccia, un’altra goccia, un’altra…
stava iniziando a piovere!

GIANMARCO GROPPELLI

da “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza.

MT

10 Nov

Raccolti intorno al focolare di un bivacco (eravamo quattro) io, due di noi e la guida
– ramblin’ man – per gli amici e
ci parlava del passaggio tra pubertà e adolescenza.
Non so com’e’ che s’era finiti sull’argomento, so solo, che per noi era interessante e affascinante l’argomento. Eravamo a un passo dal diventare degli adulti?.
Beh, ora non esageriamo ma in effetti qualcosa era accaduto, qualcosa stava cambiando
ecco cosa: per la prima volta nella vita i miei pensieri deviavano dalla solita ferrata per imboccare e percorrere binari sconosciuti:
avevo iniziato a notare il gentil sesso.
E lo stesso valeva per il mio compare, credo si chiamasse Luke o Lester; e’ passato tanto di quel tempo che sinceramente (…)
alzando la testa al cielo e trovandolo così gremito di stelle fantastiche mi venne di pensare a una certa ragazza.
Forse crescendo si diventa romantici.
L’ho pensato.
Lo pensai quella notte.
Mi trovavo dove mi trovavo per assistere all’ennesimo rodeo (biglietti gratis, ottimi posti) ed eccomi lì a rivedere il suo viso riflesso nella luna, a desiderare di conquistarla magari con l’aiutino di una poesia.
Non avevo mai scritto nulla in vita mia e alle tre di notte nella mia tenda c’era ancora la luce accesa, quell’altro russava di brutto.
La luce nella tenda della guida era spenta.
Il viso mi avvampava nel buttar giù quelle parole.
E’ una sensazione che non si può spiegare, davvero.
Rilessi quanto avevo scritto e aggiunsi un cuore accanto al mio nome nel fondo della “lettera”,
GIANMARCO.
Non avevo, ripeto, mai scritto nulla fino a quel momento e il fatto di essere arrivato in fondo allo scopo che mi ero prefissato mi riempiva i polmoni, mi faceva sentire bene, mi faceva sentire romantico, forte e diverso perché ero riuscito a partorire una poesia e non conoscevo nessun altro che lo avesse fatto.
Ero inebriato, esaltato, eccitato all’idea di leggergliela sulle rocce d’intorno due giorni più tardi e
stranamente – ed era strano davvero – il pensiero di assistere al terzo rodeo di tutto il paese in termini di importanza mi suonava lontano e fiacco e insapore come pane azimo,tuttavia, mi sentivo bene…anzi benissimo.
Ero un cavallo selvaggio senza briglie di cuoio ne sella che sfrecciava nella notte fondendosi agli olezzi fragranti dell’estate diventavo un tutt’uno col vento che mi frusciava tra i capelli (che allora avevo ancora) e portavo pettinati a spazzola; corti sul capo e lunghi sul coppino.
Ero a un passo dal diventare un’adolescente…
Ero un cavallo selvaggio senza briglie di cuoio ne sella che sfrecciava nella notte.

GIANMARCO GROPPELLI

Kalispell, Montana

da “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

acquistabile anche online

Aprile 2013 – ristampa 2015

Casa editrice Vicolo del Pavone
Via. G. Bruno, 6 – Piacenza 29121

Genere: Poesia

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.

Progetto grafico, impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza.

3:34 AM

10 Nov

Dietro alle palpebre di chi m’aveva idolatrato, il tondo sordo di uno “stagno” ha stretto forte i suoi anelli; e son rimastovi talmente male da ritoccarmi tutto quanto
-un viso nuovo a un’alba nuova-

l’oggetto “sacro” innominato di chi stanotte andrà cercandomi (…)

for sale

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.

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Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza

What we talk about when we talk about love by R. CARVER 🗽

10 Nov

Stinkin’

10 Nov

“Quando il disgelo primaverile riesumera’ la sepolta, prodigiosa e odorosa “stagione del cuore” e gli alberi d’acero grassi di linfa saranno pronti per l’estrazione le prime giornate miti verranno puntuali, portandosi appresso colori stupendi – ranciati tramonti, luminarie d’albe e i bramosi turisti:
ricche vedove annoiate, pensionati, peones, ragazzini in t-shirt e calzoncini corti, padri col passeggino, adolescenti molesti con i calzoni dal cavallo basso; fauna estiva.
Io sarò sempre io (…)
alla medesima ora, sotto alla medesima veranda col terzo gradino incrinato che non ho mai fatto aggiustare, a riempirmi gli occhi della felicità altrui”.

GIANMARCO GROPPELLI

“Del sale era il profumo”
di Gianmarco Groppelli
aprile 2013 – ristampa 2015

Casa editrice Vicolo del Pavone
Via. G. Bruno, 6
29121 Piacenza.

Genere: Poesia

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
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SusieSuckerDrive (in)

10 Nov

“Ho deposto i miei sentimenti sul tavolo affinché tu potessi leggerli apertamente: i più intimi, i più brutali, i più inconfessabili, quelli dolceamari, i più malinconici, quelli nostalgici.
Nulla di nuovo per te che ne hai fatto nel tempo terra bruciata, scempio e spazzatura e in questo pomeriggio
(lungo e inutile) ho affondato i piedi nell’abisso per l’ennesima volta.
Non ho mai riposto fede nel detto
“il tempo aggiusta ogni cosa” sicché sono al punto di partenza ma qualcosa di vero c’è …
ossia che i tuoi occhi menzogneri
(così belli e così crudi) RESTERANNO dove sono…
come stelle maledette ostracizzate da un firmamento nel quale proprio non vi e’ spazio per la cattiveria umana e poco conta se mi stai di fronte a un palmo di naso; “sbagliando si impara” e a queste parole viceversa credo fermamente e se e’ vero che niente insegna e tutto insegna allora si spiega il perché del fatto che tu sia già un minuscolo puntino beatamente lontanissimo dal mio cuore in pezzi”.

Greenfield, AL 2001

estratto
“Prima visione e altri racconti” di Gianmarco Groppelli

Genere: Fiction/Narrativa

Aprile 2013, € 15,30

Casa Editrice Vicolo del Pavone, 29121 Piacenza.

http://www.vicolodelpavone.it
info@vicolodelpavone.it
Tutti i diritti sono riservati.

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Progetto grafico, impaginazione e stampa Tipitalia – Piacenza

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“Prima visione e altri racconti” di Gianmarco Groppelli

10 Nov

Giovanotti che per racimolare due soldi posano senza veli.

Police vs Nazis nel giorno della memoria ebraica.

Intimi cinema d’essai : luoghi magici nei quali nutrire cuore e cervello.

Ammiratrici disposte a qualsiasi cosa pur di…

Agenti federali in trasferta.

Disillusi e vinti, anime alla deriva nella Grande Mela.

Improvvisati investigatori a caccia di…

Inquietanti misteri nei ricordi di un reduce di guerra.

Sangue e follia nel giorno più caldo e afoso della storia americana.

Quando la passione per il mondo del cinema può salvare la vita.

L’alta società di Manhattan nel bene e nel male.

Un viaggio di lavoro tutt’altro che ordinario a bordo del possente “White Bear”.

“Prima visione e altri racconti” e’ un’antologia imperdibile per i nostalgici dei tempi andati, ma non solo.

Questo libro e’ un prolungato e sentito tributo all’arte in ogni sua forma.

CONSIGLIATO
M. Nastro

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Gianmarco Groppelli, hillbilly
Prima visione e altri racconti

Genere: Fiction/Narrativa

Aprile 2013, € 15,30

Casa Editrice Vicolo del Pavone, 29121 Piacenza.

http://www.vicolodelpavone.it
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Oki’s state of mind

9 Nov

Ero appena rientrato; un quattro in disegno e una nota sul registro nello stesso giorno.
L’estate alle porte invadeva il soggiorno con la sua luce abbacinante e impossibile delle 12:50
– portavo un 4 e una nota –
scarpe risuolate e una camicia a quadri da sette dollari e venticinque.

Era quasi estate -summertime-
il periodo più bello e più atteso, e sapevo che quel quattro avrebbe rovinato tutto e che la nota sul registro avrebbe inferto il colpo definitivo (e mortale) alla mia estate stupenda: me la figuravo stupenda.
Volevo che fosse stupenda e indimenticabile (per xxx) tredici anni si hanno una sola volta nella vita ma sapevo che il quattro in disegno e la nota avrebbero rovinato tutto. La tv era accesa ma in soggiorno non c’era nessuno.
Mollai lo zaino a terra e guardai in cucina; niente.
– mamma –
niente
– papa’, sono a casa –
niente
raccolsi lo zaino e mi avviai su per le scale trascinando i piedi come un uomo vecchio, stanco e malato.
Mi ci sentivo (non vecchio) ma stanco di certo ! Malato, in un certo senso, se pensavo a quel quattro e alla nota sul registro che avrebbero rovinato tutto. Affisso alla porta della mia camera, un foglio macchiato di burro di arachidi o xxx solo sapeva cos’altro (marmellata di castagna forse) diceva: “Torniamo verso le due. Il pranzo e’ in frigo. Baci mamma”.
Tornai di sotto appetito zero. Schermandomi gli occhi sedetti nella luce proprio impossibile dell’estate alle porte maledicendo il quattro, la nota sul registro e la scuola (insieme a colui che l’aveva inventata) e intanto la tv sempre accesa.
Facevano “I Waltons” e John-Boy stava parlando con un uomo più largo che lungo con indosso un camice bianco, un dottore.
Tutto poteva passare più o meno sotto l’uscio della porta ma non la stucchevole espressione di John-Boy che parlava col medico; quello era un colpo basso.
Spensi il televisore e mi gettai semplicemente fuori: in mezzo al viale alberato, la luce forte, i pick up diligentemente parcheggiati nei vialetti delle case tutte pulite col giardino ben rasato com’era giusto che fosse: l’estate e’ il momento migliore per sfoggiare giardino curato e gazebo. Dopo tre pedalate stavo dimenticando voto e nota sul registro. Era (quasi) estate e avevo tredici anni. Ho detto tutto.

dal libro “Del sale era il profumo” di GIANMARCO GROPPELLI

acquistabile anche online

“Del sale era il profumo”
Aprile 2013 – ristampa 2015
Casa editrice Vicolo del Pavone
Via. G. Bruno, 6
29121 Piacenza.

Genere: Poesia

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DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO D’AMORE di R. CARVER

9 Nov

BUGGERED part.2

9 Nov

Era una settimana che s’aspettava quel giorno.
Vuoi mettere che figata
(e’ così che dicevamo allora) non so se si usi ancora: “figata” e sinceramente non mi interessa pertanto lasciero’ scritto “figata”.
Una baita nel folto di un bosco; tre maschi e tre femmine?! Suonava troppo bello per essere vero infatti ne uscimmo sconfitti tutti (più o meno tutti) so solo che in teoria avrei potuto limonare la sorella di Claudia ma in pratica non lo feci perché aveva un mal di gola (…) insomma proprio da starle lontano tant’è che a metà strada era già ribaltata di nausea. Schizzava a violente gettate ogni dieci minuti (forse meno) sicché invece di impiegare tre ore restammo in auto per cinque, vabbè…gettate a parte?!
Eh, niente, che arriviamo alla baita di Claudia (dei suoi genitori) all’imbrunire.
Minchia!
Era davvero roba da film: sei adolescenti arrapati (beh, cinque) contare la vomitona proprio non si poteva.
“Forza vediamo dentro che promette bene”. Invento perché e’ passato un sacco di tempo da quella domenica pomeriggio, più sera che pomeriggio, credo abbia detto qualcuno del gruppo, si di entrare intendo (xche’ prometteva bene da fuori) ed e’ vero…prorio una FIGATA.
Claudia ci da le spalle.
Armeggia per qualche istante.
Si tasta davanti e dietro.
Fruga i calzoni.
Torna in auto: una Pajero grigio perennemente sfregiata sulle fiancate da un mix di fango e merda di gallina.
Sono certo che quelli di città giustificherebbero quella “mancanza” dicendo che e’ l’auto del lavoro e si sa che dell’auto del lavoro non frega un fico a nessuno.
A lei non fregava un fico e a noi nemmeno. Volevamo solo entrare, aprire la prima di una lunga sfilza di bottiglie di Jim Beam e farci qualche torcione. Poi come tutti gli adolescenti avremmo aspettato che la magia della natura facesse il resto andando a influire sui nostri ormoni ballerini. L’aria di montagna fa bene, vero. Ma iniziava a fare un freddo del cxxxo e qualcuno/a disse una cosa tipo “E quindi?”.
Si volta e ci sbatte in faccia il più crudo e diretto “Ho dimenticato le chiavi” della storia dei -ho dimenticato- qualcosa.
“Stai scherzando”.
“Chiavi e patente”.
Ci siamo guardati tutti in faccia a vicenda tranne la vomitona che stava coricata sui sedili posteriori dell’auto da lavoro grigio perennemente sfregiata sulle fiancate da un mix di fango e merda di gallina.
“Dai, su lo scherzo e’ bello”.
“Ma deve finire”. Ha finito lei per boh che stava dicendo: “Dai, su lo scherzo e’ bello”. Ma non c’era in effetti una mazza di buffo pure fosse stato uno uno scherzo… ma non lo era!!!!
“Stai dicendo che dopo quattro ore di macchina con una che ogni cinque secondi ci ha fatti fermare, adesso siamo chiusi fuori cioè quì nel bosco”.
“Cinque ore”.
“Cosa?”.
“Cinque ore di auto”. L’ho detto io.
Si, e sono pronto a dirlo di nuovo nel caso ipotetico che un qualche rincoglionito mi (o ci) faccia stare al freddo, in mezzo al nulla, in dicembre, dopo cinque ore di auto a segare curve per salire talmente in alto che la radio non prendeva neanche più (a parte Radio Maria) e devo ancora capire perché Waylon Jennings non passa ma Radio Maria piglia pure su Marte, comunque.
La morale di questa sgocciolante reminiscenza?
Non molto a parte il fatto che abbiamo dormito in auto con la puzza di vomito sotto al naso, un freddo cane, niente Jim Beam ne torcioni, niente limonate, niente magia (alla Dawson’s Creek) e non
c’è altro. Non so nemmeno perché mi sia tornato in mente. Ah si, perché ieri Claudia m’ha detto che ha frugnato la macchina e quella gita, chiaro come il sole, era stata una scusa per festeggiare il fatto che avesse preso la patente e (thank God) era ora, all’alba dei 20 anni in quel tempo, più vuota di un vaso vuoto. Con la patente nel cassetto giù a Milano probabilmente insieme al medesimo mazzo di chiavi che ci aveva fottuto magia e limonate, vabbè che aveva mal di gola. Ok, passi la non-limonata ma almeno le chiavi, cxxxo.

estratto “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

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“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore
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