METALLICA ?

23 Gen

Avevo 21 anni e lei 15, o forse 16.
“Non ti spiace darle un passaggio su fino al lago, vero ?!” disse sua madre. “Non può camminare”.
Erano brava gente (i suoi) da tempo immemorabile i miei vicini di casa.
Risposi che non era un problema e non lo era, dicevo sul serio.
La Jeep sobbalzava, era come se ringhiasse e l’avesse con la sterrata che era un disastro, una catastrofe, neanche una strada a dirla tutta era un sentiero che arrampicava e piegava in spiacevoli curve cieche; in certi punti si stringeva talmente che potevi sentire i rami degli alberi che ghermivano le fiancate della Jeep.
Pioveva a dirotto e a quell’altezza c’era da battere i denti nonostante fosse estate piena ma lei, neanche una piega e guardava fuori dal finestrino.
Nei due anni nei quali non l’avevo veduta era sbocciata come un bel fiore, un fiore stupendo non bello, in altezza e…
e il suo mezzo profilo restava impresso nel finestrino e sempre guardava fuori.
Il suo corpo sussultava a ogni “passo”. Nonostante avessi ingranato le ridotte il terreno fradicio era una cosa impossibile e rendeva il tutto potenzialmente pericoloso.
Avevo una giovane vita di fianco e il pepe al culo: un lampo del colore del ciclamino serpeggiava all’orizzonte lacerando il cielo (una macchia nera) ed erano le tre e mezza del pomeriggio.
Indossavo il solito giubbetto militare smanicato che mio padre usava per andare a pesca, una camicia a quadri, stivali da centoventimilalire e il berretto verde oliva (tutto bisunto e logoro) con la bandiera confederata e una spilla di D.A.C. sull’ala (dalla parte sinistra) e fumavo.
Le chiesi se avesse sentito molto male.
Era una domanda stupida, di circostanza e imbarazzo, per certo verso.
Una domanda fatta per rompere il silenzio del temporale, anche se non era possibile immaginavo che lo fosse (possibile) fatto sta che mi disse di si.
“Un male atroce” pausa. “Il cavallo mi e’ caduto proprio sopra”.
Faceva un freddo del cazzo (in estate) e pioveva peggio di prima e la Jeep gridava “pietà” ma non potevamo fermarci lì, già che se avessimo incrociato un veicolo che scendeva (e Dio solo sa se c’erano) macchinate di turisti e carretti, trattori, cassonati del comune stipati di sassi o legno o entrambi e pale ed escavatori e tanta altra roba per il duro lavoro in estate anche se sembrava gennaio ma era estate ed avevo il berretto in testa e il giubbetto da pesca e una giovane vita di fianco e il pepe al culo: un temporale sulla testa e la Jeep in rivolta.
Un gesso griffato di firme impossibili da decifrare le arrivava appena sotto il ginocchio sinistro: sul medesimo ginocchio si intrecciavano fasce elastiche simili a cerotti bislunghi del colore del grano quando inizia a imbiondire.
E a costo di ripetermi diro’ che faceva un freddo del cazzo e pioveva a dirotto.
Tuoni come colpi di mortaio scuotevano la vallata ed era un eco tutt’intorno da farsela nei calzoni.
Lei? Sempre faccia al finestrino che sembrava a metà strada tra imbalsamata e iptnotizzata.
Indossava una felpa nera di un qualche gruppo cazzuto (roba da metallari) ma non chiedetemi chi fossero perché non me lo ricordo.
Ciò che viceversa non ho mai dimenticato sono le cosce nude punteggiate di pelle d’oca a un centimetro dal cambio (e dalla mia mano) che tenevo sulla corta delle ridotte e il suo mezzo profilo come uno stampo nel finestrino e fantasticavo potesse restate lì per sempre (lo stampo nel finestrino) orecchini compresi: grossi tondi tipo acchiappasogni piumati con tanto di giada nei bordi (roba indiana) da riserva – e solo lei sapeva dove li aveva pescati – immaginavo a una qualche bancarella a tema il giorno del quattro luglio di chissà quando, ma non glielo chiesi e spingevo la Jeep pregando si potesse arrivare tutti interi.
L’acqua si era accumulata nel centro infossato e andava a infilarsi sotto alla Jeep: era lorda di fango e infarcita di sassi più o meno grossi.
Avevo dunque un problema in più senza contare l’eventualita’ di ribaltare su un fianco sicché le curve incazzate e bagnate tendevano a buttarti fuori.
Un cartello recante il simbolo
“obbligo di catene” si mostrava dilaniato da un colpo di fucile.
Avanti cento metri una baita ed era cosa tutt’altro che incoraggiante.
Chi aveva casa di lassù era gente decisamente selvatica e ostile, pastori e mandriani di poche parole dal grilletto facile (hillbilly che non avevano nulla da perdere) gelosi dei loro spazi e dei loro pick up malamente parcheggiati per traverso che dovevi schivarne il culo perché tenevano le ruote posteriori sulla strada e il muso alla stalla …
e occhio a non mettere sotto un qualche cane altrimenti eri fottuto, e non perché ci tenessero ma perché erano strumenti di lavoro anche se pietosamente smagriti e incredibilmente incattiviti da digiuni e pedate, a volte sassate.
Ed era tempo di sgasare sul serio poiché due metri forse nemmeno ci separavano dal punto più ripido in assoluto.
Dovevo rampicare ma farlo in maniera adeguata come fossi stato sulla neve perché la strada non era più degna di questo nome: era una lingua vagabonda di fango e acqua e sassi a profusione e i denti delle ruote non servivano quasi a nulla ma se c’era una speranza di arrivare in cima, perdio ci sarei arrivato intero insieme a lei pure intera con le sue cosce nude punteggiate di pelle d’oca e la felpa dei vattelapesca (nera) col cappuccio, due misure la taglia sua (forse un XL) ma era la moda dei tempi anche se in Italia i calzoni dal cavallo basso dovevano ancora fare la loro porca comparsa, almeno dalle nostre parti.
Ed eccoci arrivati.
Famiglia raccolta sotto alla tettoia di lamiera fissata alla bell’e meglio tenuta pure alla bell’e meglio; intrichi di filo spinato che non mi spiegavo penzolavano di sotto la tettoia.
“Eccovi” un soffio. “Mamma mia”.
Eravamo ufficialmente “salvi”.
Lei sicuro; io solo in parte.
Per quale ragione?
Perché dovevo rifare il percorso di prima e in discesa sarebbe stato un incubo, chiaro come il sole.
In secondo luogo perché sapevo che avrei pensato per tutto il tempo a quel gesso che aveva mutilato la sua estate impedendole di ruzzare coi suoi amici per la piazza scoppiando petardi e canzonando i turisti a nome “gringo” e non ho mai capito perché lo facevano: ma i ragazzi sono strani e se hanno freddo fanno finta di non averlo, come lei.
Forse era per questo che si era fatta tutto il viaggio col viso al finestrino?
Chissene, il certo e’ che aveva delle gambe da volar via e un culo micidiale e questo e’ chiaro pure come il sole.
Altra cosa, aveva un fratello grosso e molesto che lavorava alla segheria Montini e girava (come tutti i suoi colleghi) con un grosso coltello dentato in tasca anche quando andava per il paese ed era meglio salutarlo e congedarsi. Aveva sempre le palle girate e la cosa più stupida al mondo era quella, superfluo dirlo, di farsi beccare a guardare il culo di sua sorella.
Ad ogni modo era sotto alla tettoia e mi salutava con la mano.
Ricambiavo il saluto e la guardavo per traverso dalla Jeep che si muoveva adagio, nel fango.
Reminiscenza? Si.
Di una certa estate con un tempo di merda e un miracolo sul sedile del passeggero.

estratto de “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

Aprile 2013 – ristampa 2015

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