Gore “area”

3 Apr

Non era a causa dell’alcool perché avevo già smesso a quel tempo ma fatto sta che ero inchiodato sul cesso a pisciare dal culo (troppo caffè, credo) colite latente ai tempi -certa!- quest’oggi ma ci convivo va beh, piscio a parte non era una giornata ne troppo bella ne particolarmente amara ma continuavo a pensare a un sogno stranissimo mentre stavo sul water. Un sogno assurdo.
Ero da qualche parte in una giungla; non era un bosco perché ho visto e recensito “Cannibal Holocaust” e quindi so per certo che era una giungla e non un bosco e diro’ che di questo anche (ri)conoscere i boschi, intendo, sono ben certo perché ci abito a 700 metri e ho tre case di vacanza nell’alta bresciana, una a St. Moritz e una a Dimaro.
Era strano e vivido e molto intenso come una pompa al cinema di straforo però non esattamente uguale, era intenso (il sogno) ma no, la pompa al cinema di straforo non si batte perciò diro’ che era un po’ come trovarsi nel mezzo di un temporale improvviso senza che nulla lo facesse presagire e quindi ero completamente annientato in questo sogno. Circondato, affondato nel cuore, nel folto della giungla. Stavo in ansia per certo verso e l’incontro con la natura selvaggia tuttavia non mi toccava nemmeno.
Era silenzio di tomba. Possenti e verdeggianti alberi facevano corona e non un rumore a km di distanza o almeno così mi sembrava.
Nella mia follia mi venne di improvvisare una danza che immaginavo molto simile a un qualche rito tribale ed era sicuro come l’inferno che lì in mezzo qualcuno ne faceva (di quei riti) danze e/o altre pratiche che ignoravo.
C’era un grande spiazzo più chiaro dove l’erba folta si diradava fin quasi a sparire mostrando la pelle nuda che era giallino scuro tipo fieno (al punto giusto) per le vacche, ecco così, e in questo spiazzo c’era una capanna di erbacce secche che sembrava una cabina telefonica: allungo la testa per sbirciare e quasi ci resto secco (sono portatore di pacemaker) lo so, fumo e se accelero il passo di botto sono impiccato e mi trovo senza fiato ma fumo lo stesso.
Comunque, mi faccio indietro istintivamente.
Un indiano nativo -diciamo- tarchiato, brandiva una rudimentale lancia che terminava con una capocchia più scura che sembrava essere ancora più acuminata ma c’era dell’altro. Non il tizio e non la sua arma e nemmeno i suoi occhi piccoli, neri, fiammeggianti e carichi di
-chi diavolo sei?!- no, era il suo grosso cazzo che mi aveva colpito davvero.
Svettava orgoglioso inarcato verso il cielo cangiante dal rosso al viola.
Se ne stava lì, membro al vento e mi guardava e io guardavo lui in teoria ma di fatto non ci riuscivo perché non s’era mai visto un cazzo più duro di quello e nel sogno sapevo/sentivo che mi sarei prima o poi svegliato ma intanto eravamo io e lui, lancia ed erezione e nient’altro in giro.
A un certo punto una voce ha spezzato il silenzio in una lingua che non capivo (solo una volta sveglio ho rammentato che era il fottuto tedesco) e che lo stronzo che aveva spezzato il silenzio era un tipo sui cinquanta con indosso una divisa, una divisa da ufficiale delle SS e la cosa più stronza e’ che s’era messo in mezzo come se avesse avuto il sentore che di lì a un secondo l’indiano si sarebbe avventato su di me.
Non avrei mai ringraziato in un milione di vite un fottuto del genere tanto che gli ho fottuto la fottuta pistola e ho fatto schizzare la testa a lui e a quell’altro .La pistola era una Ruger del 1940. Ho scarrellato per buttare fuori i colpi che rimanevano e sono cascati nell’erba senza un “bisbiglio”.
Ho buttato la pistola (scottava) addosso a quello che una volta era stato un ufficiale e poi gli ho orinato addosso.
Mi sono (ri)preso la pistola, me la sono messa in tasca e gli ho mollato una pedata da qualche parte; era moscio come le tette della Marini e gli ho mollato un altro calcio. Volevo girarlo pancia all’aria ma non ci sono riuscito perché pesava troppi chili più di me, lo stronzo.
Ho guardato il selvaggio che stringeva ancora la lancia nella mano. Mi sono svegliato, ho tastato il materasso e Giovanna non c’era nel senso “che non c’era non c’era” non del tipo era al lavoro e prima o poi sarebbe tornata e ho capito che non sarebbe tornata e sapevo di essere sveglio.
Sono andato in cucina e ho guardato il calendario quando ho visto un biglietto sul tavolo; mi aspettavo il peggio, una qualche frase d’effetto e la sua copia delle chiavi di casa sotto al biglietto ma c’era scritto: “Non capisci una mazza, ho ricevuto quelli della ditta con un’auto che sembra uscita da un Rally! Grazie mille”.
Non ricordavo che ci fosse una qualche macchina da lavare (prima/durante/dopo) e non ci ho pensato (più o meno per venti minuti) poi sono sceso in garage: evidentemente, in effetti, si.
Sono salito (in pigiama) su quella più sozza delle due pensando alla Volvo in mano a Giovanna – soprattutto ai vaffanculo che mi stavo beccando e che potevo quasi sentire poi mi sono svegliato altre tre volte e ho lavato tutte e tre le auto che ti ci potevi specchiare (…) Alle due e mezza Giovanna ha aperto la porta di cucina reclamando caffè “in tedesco”.
I capelli che non ho mi si sono rizzati.

estratto de “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia, 29121 Piacenza (PC)

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