Archivio | aprile, 2020

hillbilly philosophy

5 Apr

“Un tizio al bar del paese vicino alla bottega di barbiere tempo addietro mi disse che ognuno di noi e’ intrappolato in sé stesso: un pescatore nella sua rete, un musicante nel suo strumento

per parte mia allora lascio scritto che dal sacco nel quale sono intrappolato mi cibo dei più sublimi ed esaltanti momenti di gloria della mia vita, ogni giorno, come pure ogni giorno ingoio pentole traboccanti di merda”

estratto de “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

2013 ristampa 2015

edito da casa editrice Vicolo del Pavone

via Giordano Bruno, 6
29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

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Italy tournée

3 Apr

Le due di notte e quì non si dorme.
Le due di notte vicino a Scandicci.
Passeggio dal bagno al letto e viceversa.

Applausi.
Strette di mano.
Foto di rito, ok.
Tutto fatto…anzi no, due parole per la stampa.
Adesso ho fatto tutto e intanto alla tv le battute di un tizio che dovrebbe far ridere a me fan cagare.
Spengo la tv.
Fuori dalla finestra e’ tutto opaco e fiacco e smorto a parte l’entusiasmo dei fans, o almeno credo. Chissene più o meno.

Fumo e rifletto.
Capisco che ciò che voglio non e’ tanto lasciare un segno nel mondo ma piuttosto annientare la rabbia che ho dentro prima che lei annienti me.
Siedo allo scrittoio e fisso il foglio.
Il foglio mi fissa a sua volta e così restiamo a farci compagnia per un po’.

Qualcosa mi scivola fuori dalla penna e tempo d’un secondo sigillo “la lettera” in una delle tante “buste ricordo” messe a disposizione dall’Hotel.

Ripenso a quello che ho scritto e lo trovo iracondo, sboccato, limaccioso ma questa e’ la notte – penso – e di notte vien fuori la parte peggiore di tutti.

“…ecco, un altro cretino che rimedia all’insonnia scrivendo cazzate e sciupando buste da 5.000 lire”. Questo pensera’ un qualche inserviente o facchino all’indomani ma va bene lo stesso.

Riaccendo la tv e aspetto l’alba allungato sul letto (scomodo) e stronzo e dovrebbe essere un Hotel a cinque stelle.

estratto de “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli
casa editrice Vicolo del Pavone
Via Giordano Bruno, 6
29121 Piacenza (PC)

Tutti i diritti sono riservati

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yellow bandana

3 Apr

Un’esperienza anche più stimolante di quanto avessi immaginato perché inconsciamente avevo aspettato quel momento per forse 45 anni: dividere il letto con un avvocato in carriera

(3:14) ed era tutto perfetto come lo avevo immaginato

un grosso e costoso appartamento in piena Downtown arredato con gusto ed era stupendo trovarsi in casa di una donna dopo due anni e mezzo di (Ok?! Capiti,si)

rientriamo

dicevo, un grosso e costoso appartamento in piena Downtown arredato con gusto (…) rigogliose felci verde pisello quà e là, un tappeto probabilmente acquistato in India o giù di lì, maschere tribali alle pareti, una gigantografia immortalava un leone intento a spiccare un balzo e mentre aprivo il pacchetto delle sigarette ho pensato – nella mia abissale ignoranza al riguardo – che era stato congelato come andava congelato

il fotografo che aveva catturato lo scatto era certo uno con le palle, navigato e virtuoso, un professionista

nella stanza in fondo un’altra professionista si stava svegliando adagio

in piena notte abbiam fatto man bassa in cucina e un casino nel bagno, di bocca e basta

ha detto che le faceva male

immaginavo fosse possibile e non era un problema, ok

vada per la bocca anche perché sinceramente non c’era di meglio nel 1986 così come oggi nonostante il Coronavirus a spaccare i coglioni e anche quì mi avete capito

pensavo agli omosessuali che forse (era una possibilità) in quello stesso momento erano presi ed intenti e completamente assorbiti dalla medesima pratica; l’ho pensato ed ero felice per loro e per me

la finestra socchiusa si affacciava praticamente sul tetto della St.Patrick che vista di lassù sembrava molto più piccola che vista dalla strada

vacci a capire, prospettiva ottica ed era una cosa, ma diciamolo, la prospettiva mia era focalizzata solo ed esclusivamente sul passo successivo e di nuovo ho pensato ai gay di laggiù: gente alla mano, belli nel corpo (perlopiù) e belli nell’anima, gente di compagnia, gente propensa alla trasparenza e alla lealtà e scusate se e’ poco

ne conosco/scevo quattro

lo ammetto: fossi omosessuale non ne farei mistero e lo scrivo in grande che NON MI HANNO MAI PUGNALATO ALLE SPALLE, cosa che non posso dire di molti altri stronzi etero

caffè

altro prosciutto al miele

carne essiccata, neeee

che sfiga – ma mica poi tanto – considerando la bocca a boccaglio da Hall of Fame e comunque don’t call me a “icon” (m’ha detto così) e ha finito il caffè fumante in due secondi (mai capito come) io di solito dopo averlo fatto metto la tazza nel frigo ma forse sono io il “pazzo” e lei “l’ordinaria”

sinceramente riuscivo solo a pensare che quel sogno era per l’appunto un sogno, l’avventura di una notte, una scappatella poiché il marito era già imbarcato sul volo che lo avrebbe riportato da noi (da LEI) ma era già una fortuna, un miracolo, una stranezza incredibile il fatto che in un modo o nell’altro mi avesse notato pertanto andava bene così e pure se non andava bene doveva andare bene per forza

altro boccaglio (centro del salotto)

-spettacolo!-

era un lampadario di cristallo: un mix tra una mela e una rosa passita che si rifletteva nello specchio alle nostre spalle e vedevo la sua schiena come una benedizione e il suo calore come una “rivelazione”, che avvocato…non ti capita più in mille vite

certi direbbero che non si può mai dire ma io sentivo che sul serio sarebbe stata la prima e unica volta

l’ho sentito sulle mie labbra, l’ho sentito nei lobi frontali, nell’intestino e dovunque vi fosse spazio sufficiente in me da ospitare quella nauseante sensazione perché la fine delle più piccole cose- io credo – al pari delle piu’ grandi contemplano, chiaro come il sole, se non proprio disperazione ma certo un senso di vuoto – mica bello – mica simpatico ma succede – a volte/sempre e siamo esseri umani anche per questo; per penare, struggersi e spasimare

la strada era già un delirio nonostante l’ora prima del mattino

ho superato la chiesa irlandese di San Patrizio (avevo ancora l’erezione) ho svoltato a sinistra, dritto dieci metri e una voce m’ha chiesto se poteva pagarmi da bere

era un bel giovanotto all’ingresso dell’unico omosex bar nei paraggi: teneva una postura orgogliosa e dal suo viso rasato con cura si spandeva una sorta di “gas” odoroso d’amore, pace e piacere sia fisico sia psichico

da maschio so riconoscere la bellezza di un maschio quando la vedo

una bandana gialla (credo fosse gialla) mi suggeriva quali erano le sue preferenze una volta in intimità

ho declinato l’invito e alzato gli occhi all’insegna

“magari un’altra volta oggi no”

mi e’ uscito così e nello specifico ho attribuito quel “magari un’altra volta” al fatto che senza amore io non riesco proprio a stare e dai, mi avete capito
…e ve ne sono moooolto grato MY DEAR FRIENDS ❤

NYC, New York U.S.

dal testo “Coni d’ombra e lame di luce” di Gianmarco Groppelli

edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

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Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova linotipia Piacenza

29121, Piacenza (PC)

2000 – FC 2001(02) finito di stampare nel mese di marzo 2000

Becca’s Pick-Up

3 Apr

Sette di agosto, fiaccolata; una tradizione vecchia come il cane di San Rocco.

Il paese si prepara, indossa l’abito buono e mette su una faccia felice, i bar diventano insolitamente puliti per letizia dei turisti: no reclami + incasso almeno fino a settembre dopodiché tornerà tutto come prima ma intanto che siamo in alta stagione spariamo alto, a volte un pizzico “d’astuzia” non guasta davvero – ognuno ha il proprio odore – secondo il medesimo principio diro’ che a volte uno sciacquo di colonia non guasta davvero.

La colonia dalle mie parti non la mette nessuno ma capita qualche volta (in estate) a ridosso della fiaccolata, vedi un po’.

Becca se la fila da che aveva dieci anni, la fiaccolata.

E’ un’ottima gamba e va su come un ragno con un razzo nel culo: e’ tosta come un Mustang con la luna storta e della gente di quì ha per certo assorbito la grinta che l’ha resa cio’ che e’ oggi.

In bacheca ho contato 34 medaglie ed era un anno fa: la regina del rodeo!

Non ci siamo più visti per un po’ perché mi aveva fatto incazzare di brutto…

Ad ogni modo, da che i medici m’hanno aperto il petto non se la sente proprio di escludermi e mi tira su col suo Pick-Up verde militare in penombra.

La fiaccolata la puoi fare pure in Jeep o quel che sia in elicottero, certi van su direttamente con la protezione civile addirittura; basta pagare ($$$) molto!

Quelli della pro loco son furbi ma a me stan sulle palle lo stesso, tranne uno. Un ragazzone coriaceo come il cuoio dei suoi stivali.

E’ un boscaiolo con le palle quadrate: ti scarnifica un ceppo nel giro di due minuti senza indossare cuffie, senza mascherina davanti agli occhi. Fa quello che deve fare e basta. Al naturale.

Ogni hanno lo portiamo.

Becca si riempie come un uovo (come fa piu’ o meno la meta’ della gente che scenderà a notte, fiaccola in mano)

Io non ho paura di sedere per traverso nel retro del Pick-Up mentre Becca ci da di gas e ridotte, radio a palla; ogni tanto una lattina vola fuori dal finestrino. Lui però lo mettiamo sempre davanti.

Si e’ già scassato la testa una volta, cascando in moto quindi e’ meglio non forzare la fortuna – Billy Kid lo diceva a Pat Garrett – non forzare la tua fortuna – e mi e’ rimasto sempre in testa.

In cima ci si raggruppa in una gigantesca tenda montata dagli Alpini ma non tutti ci vanno.

Certi si portano una coperta e si sbattono dove capita e noi facciamo così.

Io e il ragazzo.

Becca si fa la fila per beccarsi una grappa a sbafo.

Intorno alle 21 sparano un razzo dal cuore del paese: un “petardo” di soccorso che incendia il cielo come un fungo atomico ma dura un secondo.

Si scende a fiaccola spenta, gomito a gomito e così te la fai a piedi o in Jeep o in Pick-Up o in elicottero ma e’ palpabile il senso di comunione che alla fine e’ ciò che tutti andavan cercando dall’inizio dell’estate (almeno i turisti) mentre noi scendiamo e basta, ruggendo a quelli in mezzo ai coglioni: suoniamo loro dietro col clacson, sfanaliamo mentre i sassi schizzano da tutte le parti xche’ a Becca non frega una mazza dei turisti e dei NON turisti (se sei in mezzo ai coglioni) ti becchi la tua strombazzata, punto.

A metà strada si accendono le prime torce, una dopo l’altra, un@ decina per volta e in un secondo il sentiero e’ uno sciame luccicante che più luccicante non si può.

Son tutti contenti e se la ridono mentre quattro (ci sono sempre) del barbiere della piazza spingono il gregge luminoso nella via giusta perché qualcuno che s’allontana per orinare non manca mai e questo qualcuno va controllato a distanza da in cima ai loro cavalli vecchi ma pure se sono vecchi o prossimi ad esserlo la loro scena la fanno sicché questi volontari mi fanno venire in mente i sorveglianti (detenuti privilegiati) detti “affidabili” impiegati a gruppi di quattro nei campi dei lavori forzati – mica tanto distanti da quì

e tutti insieme s’arriva @lla piazza del paese, meglio sarebbe entro la mezzanotte non perché sia una gara a tempo ma solo perché a quelli del giornale piace così; mandano sempre lo stesso inviato. Una fica stellare, bionda.

Ogni anno noi tre non arriviamo mai entro la mezzanotte.

Sempre troppo presto o sempre troppo tardi per meritare gli applausi della gente affacciata ai balconi o addossata agli angoli delle vie.

A noi non frega nulla degli applausi ma il certo e’ che la fiaccolata non si liscia, mai.

E’ una tradizione vecchia come il cane di San Rocco e a noi piacciono sia i cani, sia i santi anche se non sei uno e non sarai mai l’altro perché sei un bestemmiatore irriducibile o perché fai come Becca, che ti riempi fino agli occhi e suoni addosso a poveri villeggianti spesso con figli al seguito

…ma siam brave persone, alla fine

molto alla fine quando svaniti i fumi dell’alcool vieni a sapere con tre giorni di ritardo il nome di chi ha “tagliato per primo il traguardo” ma va bene così: la bandiera confederata inchiodata sul tetto verde militare in penombra, la camicia spruzzata d’erba bagnata perché lassù c’è sempre un cazzo di prato bagnato, e tanto per capirsi, te lo becchi sempre quell’angolo ma e’ tutto perfetto. Se son contenti i turisti lo siamo anche noi e se non lo siamo facciamo finta di esserlo come fan tutti mi vien da dire – portatemi un essere umano perfetto e io vi farò vedere un pallone da calcio triangolare.

dal testo “Storie di vita” di Gianmarco Groppelli edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

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Gore “area”

3 Apr

Non era a causa dell’alcool perché avevo già smesso a quel tempo ma fatto sta che ero inchiodato sul cesso a pisciare dal culo (troppo caffè, credo) colite latente ai tempi -certa!- quest’oggi ma ci convivo va beh, piscio a parte non era una giornata ne troppo bella ne particolarmente amara ma continuavo a pensare a un sogno stranissimo mentre stavo sul water. Un sogno assurdo.
Ero da qualche parte in una giungla; non era un bosco perché ho visto e recensito “Cannibal Holocaust” e quindi so per certo che era una giungla e non un bosco e diro’ che di questo anche (ri)conoscere i boschi, intendo, sono ben certo perché ci abito a 700 metri e ho tre case di vacanza nell’alta bresciana, una a St. Moritz e una a Dimaro.
Era strano e vivido e molto intenso come una pompa al cinema di straforo però non esattamente uguale, era intenso (il sogno) ma no, la pompa al cinema di straforo non si batte perciò diro’ che era un po’ come trovarsi nel mezzo di un temporale improvviso senza che nulla lo facesse presagire e quindi ero completamente annientato in questo sogno. Circondato, affondato nel cuore, nel folto della giungla. Stavo in ansia per certo verso e l’incontro con la natura selvaggia tuttavia non mi toccava nemmeno.
Era silenzio di tomba. Possenti e verdeggianti alberi facevano corona e non un rumore a km di distanza o almeno così mi sembrava.
Nella mia follia mi venne di improvvisare una danza che immaginavo molto simile a un qualche rito tribale ed era sicuro come l’inferno che lì in mezzo qualcuno ne faceva (di quei riti) danze e/o altre pratiche che ignoravo.
C’era un grande spiazzo più chiaro dove l’erba folta si diradava fin quasi a sparire mostrando la pelle nuda che era giallino scuro tipo fieno (al punto giusto) per le vacche, ecco così, e in questo spiazzo c’era una capanna di erbacce secche che sembrava una cabina telefonica: allungo la testa per sbirciare e quasi ci resto secco (sono portatore di pacemaker) lo so, fumo e se accelero il passo di botto sono impiccato e mi trovo senza fiato ma fumo lo stesso.
Comunque, mi faccio indietro istintivamente.
Un indiano nativo -diciamo- tarchiato, brandiva una rudimentale lancia che terminava con una capocchia più scura che sembrava essere ancora più acuminata ma c’era dell’altro. Non il tizio e non la sua arma e nemmeno i suoi occhi piccoli, neri, fiammeggianti e carichi di
-chi diavolo sei?!- no, era il suo grosso cazzo che mi aveva colpito davvero.
Svettava orgoglioso inarcato verso il cielo cangiante dal rosso al viola.
Se ne stava lì, membro al vento e mi guardava e io guardavo lui in teoria ma di fatto non ci riuscivo perché non s’era mai visto un cazzo più duro di quello e nel sogno sapevo/sentivo che mi sarei prima o poi svegliato ma intanto eravamo io e lui, lancia ed erezione e nient’altro in giro.
A un certo punto una voce ha spezzato il silenzio in una lingua che non capivo (solo una volta sveglio ho rammentato che era il fottuto tedesco) e che lo stronzo che aveva spezzato il silenzio era un tipo sui cinquanta con indosso una divisa, una divisa da ufficiale delle SS e la cosa più stronza e’ che s’era messo in mezzo come se avesse avuto il sentore che di lì a un secondo l’indiano si sarebbe avventato su di me.
Non avrei mai ringraziato in un milione di vite un fottuto del genere tanto che gli ho fottuto la fottuta pistola e ho fatto schizzare la testa a lui e a quell’altro .La pistola era una Ruger del 1940. Ho scarrellato per buttare fuori i colpi che rimanevano e sono cascati nell’erba senza un “bisbiglio”.
Ho buttato la pistola (scottava) addosso a quello che una volta era stato un ufficiale e poi gli ho orinato addosso.
Mi sono (ri)preso la pistola, me la sono messa in tasca e gli ho mollato una pedata da qualche parte; era moscio come le tette della Marini e gli ho mollato un altro calcio. Volevo girarlo pancia all’aria ma non ci sono riuscito perché pesava troppi chili più di me, lo stronzo.
Ho guardato il selvaggio che stringeva ancora la lancia nella mano. Mi sono svegliato, ho tastato il materasso e Giovanna non c’era nel senso “che non c’era non c’era” non del tipo era al lavoro e prima o poi sarebbe tornata e ho capito che non sarebbe tornata e sapevo di essere sveglio.
Sono andato in cucina e ho guardato il calendario quando ho visto un biglietto sul tavolo; mi aspettavo il peggio, una qualche frase d’effetto e la sua copia delle chiavi di casa sotto al biglietto ma c’era scritto: “Non capisci una mazza, ho ricevuto quelli della ditta con un’auto che sembra uscita da un Rally! Grazie mille”.
Non ricordavo che ci fosse una qualche macchina da lavare (prima/durante/dopo) e non ci ho pensato (più o meno per venti minuti) poi sono sceso in garage: evidentemente, in effetti, si.
Sono salito (in pigiama) su quella più sozza delle due pensando alla Volvo in mano a Giovanna – soprattutto ai vaffanculo che mi stavo beccando e che potevo quasi sentire poi mi sono svegliato altre tre volte e ho lavato tutte e tre le auto che ti ci potevi specchiare (…) Alle due e mezza Giovanna ha aperto la porta di cucina reclamando caffè “in tedesco”.
I capelli che non ho mi si sono rizzati.

estratto de “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

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