Archivio | maggio, 2020

truckerfriendship

30 Mag

https://gianmarcogroppelli.files.wordpress.com/2019/09/screenshot_2019-09-22-22-45-35-11691833419.png

Avevo un buon amico dico AVEVO e lo scrivo in maiuscolo xke’ eravamo buoni amici ma adesso non lo siamo più per colpa di una DONNA e lo scrivo in maiuscolo xke’ detesto perdere amici per colpa dell’altro sesso

gli volevo un gran bene anche se avrei voluto decapitarlo quando ero venuto a sapere che aveva dato a Becca della redneck senza cervello (nel bene e nel male) in ogni dove si annida il pettegolo di turno che non c’ha un cazzo da fare e Greenfield, IN non fa certo eccezione ad ogni modo l’ho minacciato (di fargli un gran male) e in tutta risposta c’ho rimesso due denti ma per Becca ne era valsa la PENA e lo scrivo in maiuscolo xke’ le voglio un gran bene e detesto che qualcuno si prenda la libertà di schernirla, questo e’ un fatto

AVEVO un amico e lo scrivo in maiuscolo xke’ eravamo buoni amici ma adesso non lo siamo più per colpa di una DONNA e lo scrivo in maiuscolo xke’ detesto perdere amici specialmente se portano un 18 ruote con le flames spruzzate con la bomboletta sulle portiere e la scritta IF HEAVEN AIN’T LIKE DIXIE I DON’T WANNA GO e l’ho scritto in maiscuolo che se il paradiso non e’ come la Dixieland non ci voglio andare perché in Dixie ci nasci e ci muori: nel mezzo -o la ami o la odi- e sono in Indiana (a-d-e-s-s-o)

dicevo, a maggior ragione se porta un 18 ruote xke’ io adoro i camion e ci sono cresciuto non sopra (ai camion) ma intorno xké ha 10 anni più di me L’EX amico e lo scrivo in maiuscolo xke’ eravamo buoni amici ma adesso non lo siamo più per colpa di una donna e detesto perdere amici (…) e in questa mattina iniziata peggio che male, Giovanna in ufficio e zero idee nella testa tanto per divagare; questo cazzo di foglio INSOPPORTABILMENTE E INSOLITAMENTE E FOTTUTAMENTE bianco che resta bianco e’ il mio tormento in terra

quanto MI sto sulle palle e lo scrivo in maiuscolo xké vorrei parlarvi del mondo “ispido” dei camionisti forever onD’road ma non ci riesco xke’ continuo a pensare al mio EX buon amico e lo scrivo in maiuscolo xke’ eravamo amici ma adesso non lo siamo più per colpa di una donna

non di quella che ha tatuata sulla spalla destra

non di quella che spicca in rosa e bianco appena sopra le branchie laterali e nemmeno per colpa di quell’altra che ti saluta da appena sopra la griglia del radiatore (appiattita sul cofano) a gambe aperte com’e’ giusto che sia quando stai lontano da casa 6 giorni su 7

NO e lo scrivo in maiscuolo xke’ e’ “colpa” di una donna in carne e ossa

e’ piu semplice (x me) vederla così xké m’ha respinto tre manoscritti e buttato giù il telefono almeno una dozzina di volte e brucia ,sapete, essere cestinato quando hai letto da Venezia a Baton Rouge ed avevo l’età che avevo

la pelle in fiamme sotto a i riflettori di mezzo mondo e il cuore uguale (UN INCENDIO) e lo scrivo in maiuscolo xke’ mi amo e mi odio quando mi ingrippo…ed e’ il foglio ad avere la meglio nondimeno non mollo e son calci nelle palle

masochismo sublime, i love ya!

dal testo “Coni d’ombra e lame di luce” di Gianmarco Groppelli edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

29121 Piacenza (PC) PIACENZA

acquistabile anche online

Greenfield, IN
19…

“get back to my old homeland” di Gianmarco Groppelli

17 Mag

“Potresti aggiustare il cardine della porta” e non era una richiesta perché suonava come un ordine 100% a maggior ragione, no, tanto più che non so attaccare un quadro figuriamoci AGGIUSTARE un cardine o quel che e’

mia cara vicina, fuck ya! In peace&(no)hate, davvero

noi chiamiamo l’idraulico se ci cade una saponetta nella vasca da bagno, vedi tu

per il mangiare abbiamo/avevamo una car@ibica (balena) simpatica ma incapace sicché non l’abbiamo più al suo posto ci sta un indiano con la barba da redneck che viceversa fila come una scheggia

Giovanna ogni sabato gli da una sorta di mancia premio, chiamiamola così
ha tre figli e trent’anni forse e non son neanche certo dei 30anni perché lo “conosco” poco – il “colloquio” – glielo ha fatto Giovanna

io so solo che sa cucinare e stirare e fila come una scheggia e carica macchinate di panni sporchi e pulisce i vetri e altre cose che non gli competono perché per le pulizie viene un’amica di Gio’, tre volte a settimana ma quello ci da di braccia e pentole e prodotti perciò a me non da fastidio se si becca la mancia premio ma
indiano a parte ognuno di noi ha il proprio mestiere: lei si alza, sputacchia dentifricio nel lavabo, fuma e prende il caffè o il contrario/caffè e poi fuma, sputacchia dentifricio nel lavabo, fuma mentre legge il giornale e io la guardo fare queste cose, ogni mattina, ogni giorno e sono invecchiato guardandola fare queste cose ogni mattina, ogni giorno

mi metto a scrivere – certe volte e’ un orgasmo certe altre una vera e propria martellata sulle palle ma va fatto

quello si becca la mancia premio al sabato e io mi becco la telefonata delle 12 – sempre uguale da 12 anni – vuol sapere “come procede?” e da dodici anni gli dico “a meraviglia” mi dice -bene- la sua voce mi arriva tutta spezzettata – chiama dall’ufficio dove ci stanno 13 impiegati/e che pestano senza pieta’ la tastiera

-B-TAC-E-TAC-NE ALL-TAC-ORA-TAC-DOM-TAC-NI-TAC-TAC-SSO-TAC-A-TAC-TAC-TROVA-TAC-RVI-S-TAC-TAC-E-TAC-NON-TAC-E’-TAC-TAC-EMA-PERVOI-TAC-TAC-AO-

“ti aspettiamo” e come te altre cinquanta persone, stasera, che ho fatto lavare le macchine E SONO ADESSO diligentemente parcheggiate nel vialetto così non avrete di che lamentarvi non potrete certo dire: “che sozzi dì” eh no, non credo proprio -no-

abbiamo tanti difetti ma cazzo un ricevimento e’ una cosa seria per noi; macchine lavate (ho le mie riserve su questo punto) ma sul resto non transigo e lo esigo e il mio imperativo categorico e’ PULIZIA E GENTILEZZA!!

BOTTIGLIE IN FRIGO, TARTINE E COSÌ A SEGUIRE FINO AD ALLEGGERIRTI DI 350€ ma cazzo il ricevimento e’ al di sopra di tutto e non transigo e lo esigo che sia tutto perfetto ‘nd stecche di sigarette sparpagliate per la casa fai le tre marche più gettonate <<porta a casa>> domani e’ domenica il tabaccaio vi fa penare c’è mica da scherzare, eh voi signor mio <<portate a casa>> ne abbiamo pesanti e un po’ piu’ leggere eh, qualcosa da bere?

“Viola!”

scotch on the rocks al signore come per magia, e via

… maschi

le femmine a Becca♡rle mentre si imboscano cosce di pollo nelle borsette scamosciate ma lascia fare

non c’è una parola mia, LO GIURO

made in Gio’ e HA detto tutto (più o meno) di questa squallida retrospettiva

un rito che si ripete da 20anni ma va bene

pero’ non ho mai capito e prima o poi glielo chiedo perché a fine serata quando t’hanno vuotato anche l’anima se ne va sempre in garage e resta lì non so se un’ora o mezz’ora ma lo dico per “scherzo” e per sfregio mio

per “burla” del destino forse

so benissimo cosa faccia e alla faccia che a un marito non si deve nascondere nulla ma un diplomatico “mica sempre” ci sta sono di vedute piuttosto aperte e credo di concedere più spiragli di libertà di molti altri mariti

mi chiede se ha cla$$e

-tipo?-

quella vera che non t’insegna nessuna scuola quella che fa “male” a chi non c’e’ abituato xche’ brilli come un diamante nel fango, una rosa nel cemento, una stella in una stanza e chi più ne ha più ne metta -si le dico- dico di si!

ha 1na foto nel portafogli e la guarda, sempre

ho capito stanotte che ci han vuotato anche l’anima ho capito che cosa fare (non molto) se non aprire internet alla voce Mary Tyler Moore -tanta così!?- faccio io

lacrime amare le sgorgano a fiotti dagli occhi grandi e belli e scuri e il trucco le cola dal viso giù lungo il collo, sul vestito, le cola sulle mani stasera e x sempre che ho capito il cuore di una donna animato da sentimenti di donna (non può essere altrimenti) e ci metto la mano sul fuoco che l’invidia non ha a che fare

Gianmarco say that right now.

Le immagini sono soggette a copyright

well done!

17 Mag

Più o meno due settimane fa ho notato un tizio, un uomo sui settanta anni che si guardava la punta delle scarpe; sedeva su una panchina non distante da casa mia. Sfoggiava una giacca grigio fumo londinese tutta stropicciata e dei calzoni di fustagno a coste verde scuro.
Ho chiesto al mio autista (una sola volta) se sapesse chi fosse quell’anima in pena e m’ha risposto -non saprei proprio- ha spento il motore (siamo rientrati in casa) e non ne abbiamo più parlato.
Ciò aveva messo fine alla faccenda ma di fatto la mia curiosità nei confronti di quell’uomo trasandato era rimasta tant’è che ne avevo parlato anche a Giovanna e alla prima occasione mi appiattivo dietro alle tende per vedere senza essere visto.
I giorni passavano e lui era sempre sulla panchina con indosso gli stessi vestiti a fissarsi la punta delle scarpe sputato identico a come e quando mi ero accorto della sua curiosa presenza che oramai era entrata nella routine della mia vita.
Pioveva ed ero certo di non trovarlo quel giorno (un venerdì pomeriggio) nel quale mi ero preso una pausa dalle mie carte sulle quali non riuscivo ad applicarmi per “colpa sua”.
Restava piazzato esattamente nel mezzo, tra me e il mio lavoro, come un muro, una rete da tennis, un cancello, una recinzione ed era chiaro come il sole che la possibilità di ignorarlo era fuori questione tanto sentivo urgente la necessità di avvicinarlo per chiedergli

per chiedergli…!?

Appunto; non lo sapevo nemmeno io e l’ho lasciato lì sotto alla pioggia mentre Giovanna ci dava di abbaglianti e imprecava in mezzo ai denti irritata dalla lentezza di un giovanotto sulle strisce pedonali

-devi recensire?-

Le ho risposto-devo recensire-calmati sta sulle strisce-non rompere le palle-

…gli porto un ombrello

ma non l’ho fatto, e non ho recensito, e ho preso un treno di nomi, e quanto non me ne fregava un cazzo e potevano andare tutti a fare in culo tranne quel povero diavolo che ormai sentivo “mio” in maniera morbosa xche’ forse gli era morto un FIGLIO o la moglie (ammesso che fosse sposato) un amico di infanzia magari, forse un dottore gli aveva diagnosticato (…) duemila ipotetiche ragioni che giustificassero la sua presenza NELLA MIA VITA ed ero al punto di partenza ma proprio quando mi ero rassegnato alla triste prospettiva di “lasciarlo in strada” limitandomi a sbirciarlo da dietro le tende ho avuto quella che si dice una “rivelazione”, un fulmine a ciel sereno (…)

Eureka!

E l’ho avuta mentre (ri)vedevo per la milionesima volta “L’ora del lupo” di Bergman. Ho messo in pausa
cento e poi cento volte e mandato indietro la pellicola soffermandomi su un dialogo che (non avevo dubbi) mi avrebbe liberato da i ceppi che mi imprigionavano.

“Da tempo l’ho notata e ho pensato al modo migliore di approcciarla. Ero molto titubante al riguardo ma poi mi son detto che il modo era semplice sa, venire dritto allo scopo”. Gli avrei detto così.

Mi ha guardato come si guarda uno stupido e ne aveva tutte le ragioni.
Chi ero per invadere i suoi spazi, eh.

Perché la gente non si fa mai una Limousine di cazzi suoi??!?.

Gli andava di guardarsi la punta delle scarpe, non aveva di meglio da fare, era in pensione ed era un lupo solitario, un selvatico, uno spirito libero che gode delle panchine in città, con il sole e con la pioggia.
Era questo che mi dicevano i suoi occhi e non c’era proprio nessun mistero da dipanare.

Sono tante cose ma non uno S. Holmes.

Il mio manager Pierluigi Villani ha detto così, testuali parole: “Non sei un fottuto Holmes, sei uno che non lavora da tre settimane, quasi. La sola pagina che mi hai mandato sabato scorso e’ spazzatura”.

Trash-spazzatura made in Piacenza, signori. Questa merda che state leggendo. Sono il primo a dirlo ma se non mi fossi “preso la briga” di cagare non sareste venuti a conoscenza di un aneddoto che personalmente ritengo interessante, e che, come dico sempre nel bene e nel male fa parte di me e ho voluto condividerlo con voi.

dal testo “Storie di vita” di Gianmarco Groppelli edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

acquistabile anche online

.

ISO 3166-2, U.S. (CO) (inedita) di Gianmarco Groppelli – reading interpretata da Gianmarco Groppelli 16/10/2016 via Egidio Gorra .25, Piacenza (PC)

17 Mag

Circa venti miglia a ovest di Denver c’è o almeno c’era ai tempi una cascina abbandonata e fatiscente; incuria totale (ogni tipo di ciarpame) ma non e’ molto importante che mi soffermi su questi dettagli, vi basti sapere (era il 1996) che ero molto ma molto diverso da come sono oggi poiché schiavo dell’alcool ed e’ superfluo dire che ero un rottame nel corpo e nell’anima sebbene avessi già le tasche piene di soldi, un manager in gamba che giustamente non mancava di redarguirmi, uno staff di quindici persone e una moglie. Eran tournée e riflettori (nella mia vita) ma poco contava, o quasi nulla; finché avevo Jim Beam e sigarette era tutto a posto. Il resto proprio mi era indifferente e ne traevo un piacere crudele perché si sa che le dipendenze fanno di un animo delicato, un animo da pezzente.
Tutt’intorno era una giungla color pisello, carcasse di auto, pneumatici sparsi quà e là, bottiglie e lattine ovunque.
Per caso e per circostanza mi ero imbattuto in essa e ho continuato a tornarci per non so quanto tempo, a riflettere e spaccarmi di whiskey lontano dagli occhi dei baristi pettegoli di Downtown.
Guidavo senza patente e non era un problema. Avevo altro di cui preoccuparmi: i cancelli rossi e ci siamo capiti.
Ad ogni modo, questa perla del trash sonnecchiava nel nulla gettata lì alla bell’e meglio e io pure non ero nulla perciò abbiamo legato subito.
Mi son seduto con le spalle al muro per riposare cuore e cervello (emicrania post Jim Beam) troppe Kent e troppe notti bianche.
Ho chiuso gli occhi per un secondo e vi son rimasto non saprei dire per quanto tempo a scrutare dall’unica finestra sozza e scheggiata, la desolazione che ci accomunava e non ho mai scordato, nelle ore notturne, quando il cuore mi si fa più greve e antipatico e pregno di sensi di colpa e altrettanti cattivi presagi, pensieri suicidi (tutto, ma proprio tutto) come ad esempio la sagoma di un grosso escavatore che così acquattato nell’erba alta pareva un elefante addormentato.
Ho chiuso gli occhi un secondo per riposare cuore e cervello e vi son rimasto non saprei dire per quanto tempo (spalle al muro)
incuria totale e disperazione al 100%

così come l’unica finestra sozza e
scheggiata era sputato il mio cuore!
TUTTO era SOZZO e SCHEGGIATO
(inside ‘nd outside)

TUTTO ERA SFACELO!
TUTTO ERA PERDUTO E SE NON PROPRIO TUTTO, QUASI…

circa venti miglia a ovest di Denver (senza patente)

Le immagini sono soggette a copyright

Gio(in there)

17 Mag

Non ho mai riposto fede nelle scorciatoie, nella via più semplice, nelle guarigioni miracolose, nelle medaglie al valore dispensate a chi non ha combattuto, nella credibilità di chi si nasconde dietro a un dito, di chi getta il sasso e poi nasconde la mano, nella “supremazia” di una razza che pretende di essere migliore di un’altra solo in virtù del colore della propria pelle, nelle credenze popolari.
Avevo forse sedici anni: litigata tremenda con Giovanna che era la più bella del gruppo, me la invidiavano tutti e questi “tutti” si mangiavano il fegato al pensiero che avesse scelto proprio me.
La via dello shopping (XX Settembre) restava sotto a due dita d’acqua e ovviamente camminavo senza un ombrello e senza una meta precisa come fanno quelli che devono il più delle volte prendere una decisione importante e se ne fregano se un acquazzone ti crivella la faccia, il vento si ostina contro di te e vedi a malapena dove metti i piedi.
L’importante e’ camminare e camminare e camminare. Al dopo, perché c’è sempre un dopo come recita il proverbio non si pensa mentre si cammina ma quando ci si ferma: “Brucero’ quel ponte quando ci sarò arrivato”, per capirci.
Dalle saracinesce abbassate dei negozi sgorgava (come lacrime amare) il rigetto della pioggia violenta.
I tendoni tutti mosci e appesantiti altrettanto sgocciolanti. Di quando in quando, precedute da tuoni assordanti, nel cielo plumbeo e minaccioso e più nero che mai serpeggiavano fulmini del colore del ciclamino che (superfluo dirlo) era meglio non prendersi sulla testa.
Giovanna mi aveva detto soltanto il giorno prima: “A uno solo nella vita” e lo aveva fatto a denti stretti come una pena, un castigo, un evento di forza maggiore al quale doveva rassegnarsi ma di fatto era tutto il contrario di quanto sembrava poiché allungava una mano verso di me.
Istintivamente ho aperto la mia.
“Ho giurato che questa…”.
Era una collanina senza pretese che si chiudeva assicurandola a gomma nera e terminava con un gancio simil argento.
Da questa penzolava non ricordo se un cuore o un delfino pure in “argento”, fatto sta che l’ho stretta forte nel pugno.
“Sarebbe appartenuta al mio unico e vero amore, un giorno”.
Ero il suo unico e vero amore ed era chiaro che quel giorno per lei era arrivato.
C’era stata la lite.
Una lite banale talmente che ne ho scordato la ragione ma quello che viceversa non ho mai dimenticato e’ il gelo che m’ha trafitto il cuore nel momento in cui la avevo indossata, nel suo cortile; in quella mezz’ora che ci univa, poi, ognuno a casa propria ed era salita in casa alle diciannove in punto.
Aveva fatto tre piani.
Vedevo la sagoma imbrunita del suo corpo malcelato da i blocchi in vetro smerigliato che correvano dal basso su fino al quarto; restavano esattamente nel centro della palazzina.
Una palazzina come tante (forse peggio di altre) considerando che non aveva un colore ed era stata lasciata a intonaco grezzo molto probabilmente costruita in gran fretta sul finire degli anni sessanta.
Non proprio una reggia.
La ferrata sulla quale giorno e notte sfrecciavano i treni rimaneva dietro casa e quando dico dietro intendo dire proprio dietro, a forse cinquanta metri mescolata a sterpaglia arsa dal sole e bottiglie vuote, lattine e borse di plastica gettate a casaccio un po’ ovunque.
Non proprio un bel quartiere: la nord non e’ mai stata una roccaforte della tolleranza razziale e ne aveva di noci da rompere (la nord) se voleva almeno tentare di cambiare aspetto ma la gente era quella che era (allora) e oggi e’ uguale: facce del cazzo, alcolizzati e poveri diavoli senza un posto dove dormire. Persone che solo un tempo erano state persone. Spingevano carrelli per la spesa accattando lattine vuote e ferro da terra immagino nella speranza di tirar su due soldi.
Arriva alla sua camera e si affaccia; mi manda un bacio con la mano e lo soffia.
Forse non mi credete ma l’ho sentito sulla mia fronte come una benedizione.
Mi aveva detto mentre fumavamo nascosti da una delle auto parcheggiate nel cortile che la gente un tempo -poi ha aggiunto- e anche adesso, affida al Duomo le proprie speranze, i propri sogni, i propri desideri ed era entrata nel dettaglio.
Avevo ascoltato parola per parola quel discorso che le inumidiva gli occhi e le faceva tremare la voce.
Questi dettagli li ho ancora in testa e li avrò per sempre.
Quale posto migliore se non un luogo sacro, ha detto (…)
Nel temporale e nel vento che mi sferzava senza misericordia e’ lì che sono finito (in Duomo) e avevo le mie riserve ma eccomi là steso bocconi a guardare il fondo della “nicchia”, una fossa scavata direttamente nella calcestruzzo del pavimento.
Alla mia sinistra, ripide scale a chiocciola in ferro battuto conducevano alla cima.
Da lontano e’ possibile notare tutt’ora passeggiando per la XX Settembre una gabbia posta sulla torre aggraziata ma in violento contrasto con quello strumento di morte usato in passato per punire eretici, blasfemi, omosessuali, presunte streghe e assassini.
Ho guardato dentro alla fossa e c’era di tutto. Foglietti di carta biancha ma anche gialli e rosa, un berretto, anelli, bracciali, fotografie e i più disparati oggetti che possiate immaginare.
Per un secondo ho accarezzato l’idea di affidare alla fossa della speranza la collanina che mi aveva regalato ma non ho voluto e non ho potuto poiché la volevo addosso fino al giorno della mia morte. Mi son tastato le tasche di calzoni, camicia e felpa (fradicia) di pioggia. Nulla che valesse la pena, tuttavia forse c’ero.
Mi sono sfilato l’orologio e l’ho seguito con lo sguardo mentre precipitava velocemente nel buco.
Il giorno dopo da una cabina in Piazza Borgo ho chiamato Giovanna e le ho detto cosa avevo fatto.
M’ha schioccato un bacio dalla cornetta e mi ha detto ci vediamo alle sedici -ha fatto una pausa- poi ha aggiunto che avrebbe indossato la camicia azzurra che tanto mi piaceva.
Non c’ho più pensato (alla fossa) per quanto possibile. Tempo una settimana e sono tornato “sulla scena” e di nuovo era sera ma non pioveva.
Ho guardato nel buco ed era tutto uguale: berretto, foglietti, fotografie e il mio orologio era là con loro.
Non saprei dire perché ma e’ un fatto che ho versato milioni di lacrime inginocchiato a guardare laggiù.
Mi bruciava ammetterlo allora (oggi no) che molto probabilmente nonostante il mio irriducibile scetticismo avevo se pur inconsciamente assorbito la magia del

NON SI SA MAI NELLA VITA

adesso, ogni volta che faccio la comunione e introietto il corpo e il sangue di Cristo penso non tanto all’orologio ma piuttosto alla persona che mi ha persuaso a lanciarlo nella fossa.

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

2013 ristampa 2015
edito da Vicolo del Pavone
via Giordano Bruno,6
29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

acquistabile anche online

visitor pass

15 Mag

Columbia Correctional Institution
2925 Columbia Dr #127, Portage, WI 53901, U.S.
+1 608-742-9100
https://maps.app.goo.gl/6NbzwaBVXVHgZpYc9

“Fermati quì”.
“Possiamo avvicinarci ancora un poco”.
“No, credi. Quì c’è un po’ di tensione” mi ha detto. “Tu mi capisci”.
Purtroppo si, capivo.
“Spero di trovarlo se non bene…”.
Il seguito della frase le era morto nella gola. Non ha parlato per un minuto, almeno.
Si e’ sfregata il naso con una mano.
“Aspetto quì” ho fatto io. “Nessuna fretta”.
“Tranquillo, dopo mezz’ora ti cacciano”.
“Ma dai?!”.
“Mi ha lanciato un’occhiataccia da sopra la spalla mentre apriva la portiera e ne aveva tutte le ragioni.
L’ho guardata trascinare i piedi poi si e’ voltata d’improvviso per incrociare il mio sguardo immagino-avo e proprio per questo ho subito abbassato la testa.
Speravo se la bevesse: che stessi scrivendo un messaggio col telefonino.
Non ho mai smesso di domandarmi se l’aveva bevuta ma credo di no.
“Vedevo” la guardia muoversi nella torretta e tutt’intorno era filo spinato e mura alte un grattacielo.
Imbracciava un grosso fucile (a pompa) un’arma “lenta” ma efficace.
Fumavo e pensavo a quello che aveva detto: “Spero di non trovarlo…”.
-troppo giù e/o troppo male-
mi spiaceva doverlo ammettere e non mi spiaceva perché sapevo che era la verità

-lo vedrai di merda-

rapina a mano armata (reato federale) proprio quì dove non vige la pena capitale. Sequestro di persona. Detenzione illegale di arma da fuoco.
15-20 anni, sicuro. Non sono un avvocato oggi e non lo ero allora ma tutto mi “suggeriva” che non ne era ovviamente uscito nulla di buono.
Sulla via del ritorno piangeva e io non me la sentivo di dire qualcosa; qualunque cosa -mi ripetevo- sarebbe suonata fuori luogo.
Otto ore dopo ero nella cucina di Becca con le braccia infilate nel lavello fin quasi ai gomiti.
“Come hai trovato mio fratello?”.
A quelle parole mi sono sentito i piedi di gesso, o qualcosa del genere.
Sapevo che prima o poi mi sarebbe stato chiesto.
“Non lo so” ho detto io. “Beh”.
“Beh cosa?”.
“E’ andata solo Becca”.
Mi ha spintonato senza tanti convenevoli dall’anta del mobile sotto al lavello.
“Fammi buttare” ha grugnito. “La buccia”.
“Mi spiace per Becca, per te, per vostro fratello e tutto questo disastro. Vi sono vicino”.
Lei non ha aperto bocca.
Sono arrivato alla macchina e ho battuto i piedi l’uno contro l’altro per scansare via la neve.

Woodruff NDC (WI) EXIT 101 E MILE .22 (headed for the country)

“dal testo “The Essential Gianmarco Groppelli” edito da DsPcDoCinNews arteCineTv rubriche – Distribuzioni ST20 Bologna, BO (FC 2010 )

gennaio 18, 2008

ImA rom@ntic (for sure)

14 Mag

“Per certi versi una femmina e’ un po’ come una zolla di terra arsa dal sole dalla quale tuttavia noti un ciuffetto di verde che fa capolino, così, dal nulla; il cui scopo e’ quello di rammentarci il prodigio misterioso della natura, quella stessa dalla quale sboccia sia il Caprifoglio notturno e odoroso, sia queste creature meravigliose affinché gli uomini possano ricoprirle di attenzioni, regali e carezze”

Covington 30014–30016, Georgia U.S. (pioggia a manetta)

di Gianmarco Groppelli

prima uscita: “Pittsburgh Post-Gazette” 11/10/1992 Pg .18

dal testo “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli edito da centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

progetto grafico impaginazione e stampa “Nuova Linotipia Piacenza”
29121 Piacenza (PC)

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

acquistabile anche online

violet nightmare

11 Mag

“Ci siamo voluti al volo come nei film.

Colpo di fulmine?

So solo che abbiamo fatto l’amore nell’erba alta.

Il sole era un trionfo e l’odore della tua pelle, il sapore della tua bocca, il calore del tuo collo andavano a certificare che dal quel momento in poi sarei stato tuo in tutto e per tutto; macchia di lillà fin dove giungeva la vista ed e’ andata come e’ andata sicché non sono stato tuo per più di un’ora.

Il capitolo più amaro che la storia “dell’amore” abbia mai lasciato scritto
perché tranciare qualcosa di netto non e’ come mollare una cima adagio adagio.

Vi son tornato dieci anni dopo e un redneck sulla trentina con la pelle arsa dal sole ha posato la zappa e m’ha detto di filare.

L’estate dei lillà; era quella che cercavo?”.

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

edito da Vicolo del Pavone
Via Giordano Bruno, 6
29121 Piacenza (PC)

2013 ristampa 2015

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

acquistabile anche online

“scared confederate girl” di Gianmarco Groppelli (God bless Dixie ❌)

8 Mag

https://gianmarcogroppelli.files.wordpress.com/2019/09/screenshot_2019-09-06-23-02-15-1614052788.png

tutti coloro che hanno avuto tanto coraggio d’abbandonarsi all’amore, sono degni di lode

tutti coloro che non hanno avuto tanto coraggio d’abbandonarsi all’amore, sono degni di lode come la luna (stasera) scintillante e opaca al medesimo tempo perché occorre CORAGGIO a mostrarsi per ciò che si e’ veramente

coloro che hanno avuto tanto coraggio d’abbandonarsi all’amore e tutti coloro che non ne hanno avuto

-sii te stessa, Becca- sempre!

dal testo “Del sale era il profumo” di GianmarcoGroppelli

aprile 2013 ristampa 2015

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Casa Editrice Vicolo del Pavone
Via G. Bruno, 6 – 29121 Piacenza
Tel. 0523.322777 – Fax 0523.305436
http://www.vicolodelpavone.it
info@vicolodelpavone.it

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia – Piacenza (PC) 29121

Le immagini sono soggette a copyright

di Gianmarco Groppelli www.piacenzasera.it

7 Mag

https://gianmarcogroppelli.files.wordpress.com/2019/09/screenshot_2019-09-27-18-40-25-1-1-937965570.png

“CHIAMAMI COL TUO NOME”

Ita-Fr-Brasile-Usa 2017

REGIA DI LUCA GUADAGNINO

gen: sentimentale-drammatico.
durata: 132 min.
cast: Timothée Chalamet, Armie Hammer, Michael Stuhlbarg, Amira Casar, Esther Garrel, Victoire Du bois.
Fotografia: Sayombhu Mukdeeprom.
Musiche: Sufjan Stevens.

Terzo capitolo de “La trilogia del desiderio”.

1983

Elio è un “musicista” particolarmente sensibile, dotato di un talento raro per i suoi diciassette anni. Nel corso dell’estate che il ragazzo passa nella residenza dei suoi genitori, il padre, un professore, come ogni anno si fa carico di ospitare uno studente straniero.
Oliver è un bel ventiquattrenne americano dai modi garbati. Il suo arrivo accende immediatamente il fuoco della passione nel cuore di Elio il quale se ne innamora alla follia. Tra i due sboccerà un sentimento profondo.
Luca Guadagnino, e diciamolo pure a voce alta, è un’artista purtroppo sottovalutato. Dovranno ricredersi tutti coloro che pensano che il regista Guadagnino attinga un po’ troppo dai suoi idoli, mentori, maestri o come si voglia chiamarli.
Viceversa ha una maniera tutta sua di fare cinema. Un ottimo cinema e questo film ne è la riprova. 132 minuti di emozione e magia. Ardore.
La follia del cuore narrata attraverso gli occhi trasognati dei protagonisti, lontani in quanto a età e tradizioni ma legati da un denominatore comune: la passione viscerale e istintiva che non vuol sentire ragioni. L’amore e basta!
L’estate torrida italiana è un lubrificante perfetto; gli ingranaggi che fanno muovere questo sentito lungometraggio sono stati accuratamente revisionati e collaudati. Lo si capisce da subito.
Luci ed ombre; tramonti. L’estate e’ scoppiata su i rami degli alberi, nei colori dei prati e negli occhi dello spettatore il quale si trova catapultato indietro nel tempo e chi ha vissuto gli anni ottanta ha una ragione di più per apprezzare questo delizioso e raffinato prodotto. Confezionato con calore.
Un prodotto che arriva dal cuore.

di Gianmarco Groppelli-Giudizio: ☆☆☆1/2
http://www.piacenzasera.it