☆ Gio vita mia ☆

8 Nov

Non ho mai riposto fede nelle scorciatoie, nella via più semplice, nelle guarigioni miracolose, nelle medaglie al valore dispensate a chi non ha combattuto, nella credibilità di chi si nasconde dietro a un dito, di chi getta il sasso e poi nasconde la mano, nella “supremazia” di una razza che pretende di essere migliore di un’altra solo in virtù del colore della propria pelle, nelle credenze popolari. Avevo forse sedici anni: litigata tremenda con Giovanna che era la più bella del gruppo, me la invidiavano tutti e questi “tutti” si mangiavano il fegato al pensiero che avesse scelto proprio me. La via dello shopping (XX Settembre) restava sotto a due dita d’acqua e ovviamente camminavo senza un ombrello e senza una meta precisa come fanno quelli che devono il più delle volte prendere una decisione importante e se ne fregano se un acquazzone ti crivella la faccia, il vento si ostina contro di te e vedi a malapena dove metti i piedi. L’importante e’ camminare e camminare e camminare. Al dopo, perché c’è sempre un dopo come recita il proverbio non si pensa mentre si cammina ma quando ci si ferma: “Brucero’ quel ponte quando ci sarò arrivato”, per capirci. Dalle saracinesce abbassate dei negozi sgorgava (come lacrime amare) il rigetto della pioggia violenta. I tendoni tutti mosci e appesantiti altrettanto sgocciolanti. Di quando in quando, precedute da tuoni assordanti, nel cielo plumbeo e minaccioso e più nero che mai serpeggiavano fulmini del colore del ciclamino che (superfluo dirlo) era meglio non prendersi sulla testa. Giovanna mi aveva detto soltanto il giorno prima: “A uno solo nella vita” e lo aveva fatto a denti stretti come una pena, un castigo, un evento di forza maggiore al quale doveva rassegnarsi ma di fatto era tutto il contrario di quanto sembrava poiché allungava una mano verso di me. Istintivamente ho aperto la mia. “Ho giurato che questa…”. Era una collanina senza pretese che si chiudeva assicurandola a gomma nera e terminava con un gancio simil argento. Da questa penzolava non ricordo se un cuore o un delfino pure in “argento”, fatto sta che l’ho stretta forte nel pugno. “Sarebbe appartenuta al mio unico e vero amore, un giorno”. Ero il suo unico e vero amore ed era chiaro che quel giorno per lei era arrivato. C’era stata la lite. Una lite banale talmente che ne ho scordato la ragione ma quello che viceversa non ho mai dimenticato e’ il gelo che m’ha trafitto il cuore nel momento in cui la avevo indossata, nel suo cortile; in quella mezz’ora che ci univa, poi, ognuno a casa propria ed era salita in casa alle diciannove in punto. Aveva fatto tre piani. Vedevo la sagoma imbrunita del suo corpo malcelato da i blocchi in vetro smerigliato che correvano dal basso su fino al quarto; restavano esattamente nel centro della palazzina. Una palazzina come tante (forse peggio di altre) considerando che non aveva un colore ed era stata lasciata a intonaco grezzo molto probabilmente costruita in gran fretta sul finire degli anni sessanta. Non proprio una reggia. La ferrata sulla quale giorno e notte sfrecciavano i treni rimaneva dietro casa e quando dico dietro intendo dire proprio dietro, a forse cinquanta metri mescolata a sterpaglia arsa dal sole e bottiglie vuote, lattine e borse di plastica gettate a casaccio un po’ ovunque. Non proprio un bel quartiere: la nord non e’ mai stata una roccaforte della tolleranza razziale e ne aveva di noci da rompere (la nord) se voleva almeno tentare di cambiare aspetto ma la gente era quella che era (allora) e oggi e’ uguale: facce del cazzo, alcolizzati e poveri diavoli senza un posto dove dormire. Persone che solo un tempo erano state persone. Spingevano carrelli per la spesa accattando lattine vuote e ferro da terra immagino nella speranza di tirar su due soldi. Arriva alla sua camera e si affaccia; mi manda un bacio con la mano e lo soffia. Forse non mi credete ma l’ho sentito sulla mia fronte come una benedizione. Mi aveva detto mentre fumavamo nascosti da una delle auto parcheggiate nel cortile che la gente un tempo -poi ha aggiunto- e anche adesso, affida al Duomo le proprie speranze, i propri sogni, i propri desideri ed era entrata nel dettaglio. Avevo ascoltato parola per parola quel discorso che le inumidiva gli occhi e le faceva tremare la voce. Questi dettagli li ho ancora in testa e li avrò per sempre. Quale posto migliore se non un luogo sacro, ha detto (…) Nel temporale e nel vento che mi sferzava senza misericordia e’ lì che sono finito (in Duomo) e avevo le mie riserve ma eccomi là steso bocconi a guardare il fondo della “nicchia”, una fossa scavata direttamente nella calcestruzzo del pavimento. Alla mia sinistra, ripide scale a chiocciola in ferro battuto conducevano alla cima. Da lontano e’ possibile notare tutt’ora passeggiando per la XX Settembre una gabbia posta sulla torre aggraziata ma in violento contrasto con quello strumento di morte usato in passato per punire eretici, blasfemi, omosessuali, presunte streghe e assassini. Ho guardato dentro alla fossa e c’era di tutto. Foglietti di carta biancha ma anche gialli e rosa, un berretto, anelli, bracciali, fotografie e i più disparati oggetti che possiate immaginare. Per un secondo ho accarezzato l’idea di affidare alla fossa della speranza la collanina che mi aveva regalato ma non ho voluto e non ho potuto poiché la volevo addosso fino al giorno della mia morte. Mi son tastato le tasche di calzoni, camicia e felpa (fradicia) di pioggia. Nulla che valesse la pena, tuttavia forse c’ero. Mi sono sfilato l’orologio e l’ho seguito con lo sguardo mentre precipitava velocemente nel buco. Il giorno dopo da una cabina in Piazza Borgo ho chiamato Giovanna e le ho detto cosa avevo fatto. M’ha schioccato un bacio dalla cornetta e mi ha detto ci vediamo alle sedici -ha fatto una pausa- poi ha aggiunto che avrebbe indossato la camicia azzurra che tanto mi piaceva. Non c’ho più pensato (alla fossa) per quanto possibile. Tempo una settimana e sono tornato “sulla scena” e di nuovo era sera ma non pioveva. Ho guardato nel buco ed era tutto uguale: berretto, foglietti, fotografie e il mio orologio era là con loro. Non saprei dire perché ma e’ un fatto che ho versato milioni di lacrime inginocchiato a guardare laggiù. Mi bruciava ammetterlo allora (oggi no) che molto probabilmente nonostante il mio irriducibile scetticismo avevo se pur inconsciamente assorbito la magia del NON SI SA MAI NELLA VITA adesso, ogni volta che faccio la comunione e introietto il corpo e il sangue di Cristo penso non tanto all’orologio ma piuttosto alla persona che mi ha persuaso a lanciarlo nella fossa

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli 2013 – ristampa 2019

edito da Vicolo del Pavone via Giordano Bruno,6 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore Progetto grafico

impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

acquistabile anche online

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