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Mercedes-Benz (for lovers only) tonight Part.3

22 Gen

non era per caso se camminavo dove camminavo all’ora che era col freddo che faceva al tempo che era (appena ieri e una vita fa) bla bla bla rit. alla terza e ci stavo pensando e me lo stavo ripetendo quel ritornello che ho scritto di getto e che continuo stasera; t’ho vista e non t’ho mica vista nel chiaroscuro dell’auto più scuro che chiaro ma l’ho trovata al volo quella bocca umida e calda che conosco a memoria pertanto va bene così chiaro o scuro c’ho visto uguale e ho sentito uguale: più o meno così – che tutti quelli con una lite in ballo stessero facendo pace come noi e se non e’ così a me piace pensare che sia così

dal testo “Black bill” di Gianmarco Groppelli

ristampa 2018

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

acquistabile anche online

Edizioni italiane – Amazon

UK version

by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the UK in 3 business days – Amazon

U.S. version

by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the U.S. in 3 business days 19,95$  Amazon

2024 4th Ave S, Birmingham, AL 35233, U.S.

Contatti Facebook: Manager nella persona di Pierluigi Villani

By Groppelli Gianmarco

22 Gen

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Mason-Dixon line

21 Gen

da “Prima visione e altri racconti”

Mason-Dixon line

Non appena vide le luci di un’automobile che si avvicinava sfodero’ il pollice facendo oscillare la mano su e giu’, adagio. Era piena estate. A quell’ora, le due e dieci del mattino più o meno, soffiava una piacevole brezza che gli accarezzava viso e capelli, nulla più. Aveva con sé un giubbetto in jeans che portava legato intorno alla vita. L’auto rallentava ma per una qualche ragione che non capiva se ne stava addossata alla doppia linea nel centro della strada. Lui continuo’ a far oscillare la mano su e giù (adagio) abbozzando un passo in direzione delle luci. L’automobile si accostò al ciglio della strada. Tutt’intorno erano campi frammentati e disomogenei sopra i quali stentava un’erbetta incolta del colore se non proprio caffè latte poco ci mancava. Diciamo la verità: in quel nulla notturno l’erbaccia era color carne o perlomeno così sembrava ora che i fari dell’auto erano puntati su di essa. “De che parte?”. Lui fece cenno all’uomo che stava al volante sventolando una mano come a dire – avanti, vado in avanti – “Sali”. Viaggiarono senza scambiare una parola per un’ora fintanto che l’uomo al volante disse che doveva urinare e fermo’ l’auto sotto a un cartellone che faceva pubblicità alle sigarette Salem Menthol. Una volta spento il motore levo’ le chiavi dal quadro del cruscotto e se le mise in tasca lasciando il suo passeggero nel chiaroscuro dell’auto. La luna piena fendeva il cartellone “lacerandolo-trapassandolo” e gettando su di esso una luminaria che si perdeva in un punto imprecisato. Vedeva l’uomo che gli dava le spalle; aveva delle spalle ampie che sembravano come strizzate, penosamemte sacrificate e costrette nella camicia rossa che indossava. Avrebbe giurato fosse una camicia di flanella. Di lì a dieci giorni sarebbe stato il quindici di agosto. Scosse il capo. L’altro avanzava nell’erba trascinandosi appresso una gamba (la sinistra, forse) con indicibile sforzo e in effetti sul viso dell’uomo stava uno scarabocchio a metà strada tra un ringhio e …un ringhio. Si scuso’ per aver impiegato quasi dieci minuti a sbarazzarsi, guardo’ nello specchietto retrovisore della Volvo Polar e avvio’ il motore che tossí orribilmente “Cancro alla prostata” disse. “Andiamo”. Lui appoggio’ la testa contro al finestrino mentre l’auto iniziava a spostarsi. Era messa male ma per fortuna sul cruscotto era piazzato un ventilatore grande quanto un lecca lecca XL le cui pale giravano in modo viceversa perfetto e regolare. “Calvin, e tu ?” . Così, d’improvviso. E dopo averci pensato un po’: “Vuoi sapere anche il cognome ?”. Il passeggero scosse la testa in gesto di diniego e rispose che non era necessario, aggiungendo – signore – io Hank. Quell’altro rise forte. Nessuno lo aveva mai chiamato signore. “Hank, come Bocephus”. Seguí un breve silenzio. “Prego ?!” Un camion cisterna si getto’ in sorpasso della Volvo pestando rabbiosamente sul clacson e Calvin raccolse quella provocazione pestando di rimando anch’egli sul clacson tenendolo premuto per cinque minuti abbondanti. “Come Hank Jr, sai, il cantante”. Si bacio’ le dita e allungando la mano sul cruscotto disse estasiato: “Che concerto, ragazzo”. La fotografia era appiccicata maldestramente al vano portaoggetti con del comune nastro trasparente, in fondo a destra c’era una data, 1989 appena leggibile nel buio dell’abitacolo. “Sei troppo giovane per conoscerlo” disse. “Ma per certo verso e’ anche vero che no”. Una nube di confusione adombro’ il suo viso. Disse di nuovo “Prego ?!”. Negli ultimi due anni si era avvezzato ad andare di pollice per spostarsi da un posto all’altro e ne aveva incontrata parecchia di gente stramba nel suo assurdo peregrinare,ma cavolo, quel tizio (con la camicia di flanella in estate) quasi del tutto sdentato, col cancro alla prostata e i capelli di un rosso ferrigno quasi sgradevole era forse il personaggio più assurdo e ambiguo che lo avesse mai caricato. “Dicevo, non si e’ mai troppo giovani” tossí. “Scusa, o troppo vecchi per conoscere Bocephus”. “Senti che roba”. Solo adesso si era accorto del suo crudo accento del sud. Calvin armeggio’ per qualche istante con la custodia di una audiocasetta mentre il suo passeggero reggeva il volante. “Grazie”. E inserì la cassetta. Dapprima non si udì nulla fatta eccezione per un fruscio distorto. Evidentemente, penso’, il suo rozzo compagno di viaggio aveva ascoltato quella cassetta milioni di volte. Non poteva essere altrimenti. Il nastro era tutto rovinato. Un altro veicolo, una Buick Verano verde oliva li superò in gran fretta. “Ammazzati”. Gli urlo’ Calvin agitando un pugno fuori dal finestrino. E ancora non si udìvano ne voce ne musica. “Ma che hanno tutti stanotte ?”. Ma stava parlando più a sé stesso che al suo passeggero. “Tu ci credi a quelle robe che quando c’è la luna piena la gente fa cose strane ?”. Hank si prese un secondo per pensare. “No, credo di no”. Rispose. Calvin grugní stringendo le mani sul volante. “In piena notte, che fretta c’è di…”. Non finí. Hank gli disse di non badarci. Un tatuaggio sbiadito e tratteggiato alla buona nei contorni ora sepolti dai peli brizzolati dell’uomo recante una bandiera confederata era accompagnata da una scritta appena sotto. Senza bisogno di leggere, Hank poteva benissimo immaginare cosa dicesse quella scritta: American by birth southern by the grace of God. Il tatuaggio si sollevava e si contraeva allorché Calvin stringeva o allentava la presa sul volante. Aveva avambracci muscolosi e nerboruti ma proprio non avrebbe saputo dargli un’età nonostante quei peli brizzolati e la folta barba squadrata quasi completamente bianca che gli copriva il viso fin poco sotto gli zigomi. Forse cinquanta anni, forse. Più probabile cinquanta cinque o giù di lì. Non aveva poi molta importanza purché si arrivasse prima possibile. La presenza di quell’uomo trasandato con la camicia di flanella in estate, senza denti, col cancro alla prostata, i capelli rossi e tutto il resto gli stava diventando sempre più insopportabile e ripugnante ad ogni miglio che percorrevano. E comunque, Hank non aveva la men che minima idea di dove fosse diretto. Da qualche parte in Alabama. Non sapeva altro. A quel “altro” avrebbe pensato una volta che l’uomo gli avesse detto: “Capolinea”. Ma per il momento non sembrava intenzionato a dirglielo o almeno così pensava. Fumava e guidava tranquillo sempre stando a ridosso della linea. Mah. Se si fosse tenuto più a destra nessuno avrebbe avuto ragione di strombazzargli furiosamente ma non lo disse. Perduto com’era nella sua epifania si era accorto che quel tale (com’era, Bocephus !?) stava dicendo a una certa ragazza che quando era stato giovane faceva l’amore solo per divertirsi ma che adesso le cose erano cambiate. Aveva una bella voce. Molto intonato. La testa di Calvin ondeggiava come una frasca al vento. Il ritornello di quel motivo pareva aver risvegliato la sua parte più sensibile e umana ammesso che ne avesse avuta una: tra imprecazioni, “slogan razzisti” tatuati addosso, bestemmie e mozziconi gettati senza riguardo alcuno non aveva certo dato sfoggio alla sua parte migliore. E poi i cenci (invernali) e maleodoranti che lo ricoprivano… Era forse un contadino, sta bene, ma non era certo una ragione per andare in giro come un bastone da pollaio. Ora che lo guardava bene, di profilo… Hank noto’ una profonda cicatrice che gli partiva dal sopracciglio e scendeva giù per scomparire da qualche parte dietro all’orecchio insolitamente grande e bitorzoluto o almeno così gli sembrava, bitorzoluto. Come se gli avesse letto la mente l’uomo gli disse che si era quasi spaccato la testa cadendo dalla motocicletta. “So cosa stai pensando, ragazzo”. Hank arriccio’ le dita dei piedi nelle scarpe, deglutí e lo sbircio’ di traverso. “Prego ?”. Quello al volante rise. “Sei un prete ? Perché accidenti preghi”. E rise di nuovo gettando indietro la testa mentre la cenere della sigaretta gli cadeva tutta addosso sulla camicia e sui calzoni larghi e bisunti. “Stai pensando che sono un dannato redneck che non ha mai visto un centro commerciale”. Hank si schiarí la voce e rispose che si sbagliava, che quel pensiero non gli aveva nemmeno accarezzato la mente. “Accarezzato la mente” ripeté l’uomo provandoselo sulla lingua. “Accarezzato la mente. Che il diavolo mi porti, suona bene molto. Hai fatto l’università ?”. Lui annuì. “Ci andavo, si”. “Nel senso che ci andavi e che hai smesso di andarci ?”. Rispose che si, aveva smesso di frequentare. “Mi hanno messo alla porta”. Ammise. Calvin getto’ di nuovo la testa all’indietro e rise più forte di prima, a singhiozzi convulsi come se qualcosa gli fosse andato di traverso e cercasse di sputarlo fuori per non soffocare. “Ti hanno messo alla porta. Sei stato cacciato?!”. “Sono stato cacciato”. Altro muggito da parte di Calvin. Non rideva ora ma si torturava una coscia con le unghie, aprendo e chiudendo la mano come se avesse un gran prurito. “Devo fermarmi. Voglio fermarmi, meglio, a prendere da bere ho sete”. Annuncio’. “Ma sono le…”. “Quello e’ aperto”. Indicava un supermarket sull’altro lato della strada. Stacco’ le chiavi dal quadro del cruscotto e se le mise in tasca, come aveva fatto prima. “Non scendi a sgranchirti un po’ ?”. “Sto bene così, grazie”. “Vuoi qualcosa ?”. Ma furono parole pronunciate per il gusto di pronunciarle poiché Calvin non attese la risposta e dopo aver lasciato passare un furgoncino della UPS trotterello’ sulla gamba sana fino al supermarket. Hank si lasciò sprofondare nel sedile sbuffando. Hank Jr (Bocephus) non cantava. Il nastro si era esaurito ed era tempo di girare il lato della cassetta ma non lo fece. Si limito’ a pigiare il tasto di stop e guardo’ fuori dal finestrino pensando che quello era davvero il tizio più losco e pruriginoso che aveva mai incontrato. Passarono forse dieci minuti. Un lasso di tempo che gli sembro’ infinito li così, seduto dov’era col tanfo di sudore e sigaretta che appestava l’abitacolo. Dio, se solo avesse lasciato le chiavi nel quadro… Cerco’ di soffocare quel pensiero nero con l’immagine della sua ex fidanzata ma si accorse che non ci riusciva. Si stropiccio’ gli occhi e quando decise di riaprirli (sperando che tutta, ma proprio tutta quell’ira del cielo) dal cancro alla prostata alla musica country fossero solo il risultato di una sbronza accusata male… forse aveva bevuto vino in cartone, tre dollari neanche a voler essere abbondanti. Era una possibilità. Ma non si trattava, con suo immenso rammarico, di un brutto sogno poiché l’aria ora “fredda” della notte piena gli ridestava la percezione dei sensi tanto da indurlo ad alzare il finestrino. La manovella era spezzata. Impreco’ nella sua mente, forse urlo’. La sua mano scatto’ in avanti colpendo il vano portaoggetti e la cosa lo sorprese perché nonostante tutto non era mai stato incline alla violenza. Ma quella nauseante nottata doveva finire e questo era un fatto. Mentre la prospettiva tutt’altro che gaia di macinare alte miglia insieme a quel tizio gli si materializzava davanti agli occhi, nel medesimo tempo qualcosa stava iniziando a farsi inconsciamente strada nella sua mente. Gli si accappono’ la pelle e i peli schizzarono sull’attenti da poterli vedere distintamente. Stava accingendosi a indossare il giubbotto che aveva con sé quando nel voltare la testa per guardare l’ora sul cruscotto vide Calvin che “correva” incontro all’auto. Teneva, se il chiaroscuro e la stanchezza mentale non lo tradivano, una confezione da sei bottiglie (birra forse) sotto a un braccio. L’altra mano che artigliava il collo come se stesse soffocando. Sarebbe cascato lungo disteso, infarto? Hank non aveva cuore di augurarglielo, ma forse un pochino ci sperava. L’uomo si proietto’ in auto con impeto tale da scuoterla. Avvio’ il motore e partì a razzo facendo stridere le gomme. Qualcosa spinse Hank a voltarsi e si augurava di non vedere ciò che la sua mente gli suggeriva. Suo malgrado dovette vederlo e accettarlo: il proprietario del negozio lanciato in delirio all’inseguimento dell’auto con il grembiule ancora indosso. Un secondo più tardi era scomparso come inghiottito dall’asfalto. Ora la Polar fendeva la notte facendosi strada con prepotenza, sorpassando un auto con roulette e un camion della nettezza urbana. Hank non fiatava. Teneva d’occhio il cruscotto. Una spia rossa lampeggiava, a destra. Si auguro’ con tutto il cuore che ciò stesse a significare che vi fosse un qualche guasto abbastanza serio da lasciarli a piedi. Non ne aveva mai capito un accidenti di motori e ora se lo rimproverava. Calvin gli getto’ addosso un’occhiata raggelante che Hank interpreto’ come un semplice e diretto: Non fiatare o t’ammazzo ! I suoi occhi erano adesso bui e senza vita come quelli di uno squalo. Vibravano. Erano occhi che dovevano aver veduto l’inferno, penso’ Hank. Un sorrisetto “complice” imbastito alla bell’e meglio tenuto su dalla forza della volontà come a dire: “Tranquillo, sono calmo Calvin. Davvero, non fiato”. Ma aveva i nervi a fior di pelle e il cuore gli pulsava nella gola strozzata come strozzate gli erano uscite quelle parole immaginarie ma purtroppo il suo terrore era autentico, e gli sedeva proprio da parte. Non poteva nemmeno gettarsi fuori dalla macchina perché andavano troppo veloci e si sarebbe sfracellato sull’asfalto lasciando sul ciglio della strada e poi chissà dove brandelli di carne, poltiglia di cervello, schegge d’ossa, denti e frattaglie. Materia grigia sprecata ! Penso’ con un insolito e disgustoso humour nero dettato dall’isterismo che gli gonfiava il petto. Si sentiva soffocare e le orecchie gli fischiavano. L’uomo infilo’ una mano sotto al sedile e poi la rimise sopra il volante. Hank non aveva fatto in tempo a vedere cosa Calvin avesse fatto. Un secondo più tardi, dopo aver guardato nello specchietto, Hank lo avrebbe purtroppo saputo. L’uomo gli spianava in faccia una pistola enorme o almeno così gli sembrava, a due centimetri dal suo naso “Caccia i soldi, professore”. Se il panico non avesse travalicato la sua capacità di pensare e di articolare una qualsivoglia frase che avesse un senso, gli avrebbe senza dubbio chiesto se secondo lui sembrava un professore (…) Guardami bene, bifolco. Penso’. Ma l’occhio cieco della calibro quaranta cinque che gli stava di fronte era troppo. Quello era un colpo basso. Roba da film. “Calvin” gemette. “Sai bene che…”. L’uomo proseguì per lui, ringhiando: “Che non ho un soldo e ho le pezze al culo perché mi hanno cacciato dall’università e mi faccio il paese in autostop”. Hank era paonazzo, addossato, praticamente appiccicato al finestrino come se quella posizione avesse potuto cavarlo dai guai. “Qualcosa così, si”. “Invece io dico che voi damerini di città non avete mai del tutto il culo a terra”. E nel pronunciare queste parole l’uomo stringeva la pistola con tanto vigore da sbiancargli le nocche. “Non te lo ripeto, professore”. Gli premette la pistola contro. Hank sentiva la sagoma gelata del foro esattamente al centro della fronte. “Amico, io…avrò forse venti dollari”. “Balle. Caccia la grana o ti ammazzo”. Passo’ per la mente di Hank che non doveva aver ricavato poi molto dalla rapina nel supermarket, perché era palese che lo aveva rapinato. “Se abbassi quella cosa te li do”. “Non mi dici cosa fare !”. “Io intendevo dire che…”. “Caccia i soldi. Sei proprio al limite”. Hank sapeva che gli avrebbe sparato. Oscuramente. Oscuramente ma lo sentí. Negli occhi celeste del ragazzo nei quali adesso si rifletteva l’immagine della macabra mietitrice, Calvin carpí una sorta di proiezione del futuro. Qualcosa che oscillava tra il possibile e il quasi sicuro. “Dunque ti spicci o vuoi che…”. Poggio’ il dito sul grilletto e lentamente mosse il foro della canna sulla fronte madida del giovane. Beeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeep Calvin trasalí proiettandosi automaticamente giù dal “letto”. Aveva i piedi nudi e il pavimento era una lastra di ghiaccio a scacchi, una mattonella grigio, l’altra nero. Dopo sette anni passati in quel cesso doveva ancora abituarsi al suono assordante di quella specie di cicalino che doveva sentire cinque volte al giorno: per l’alzata del mattino, all’ora di colazione, per l’ora d’aria, per l’ora di cena e poi ancora cinque minuti prima che venissero spente le luci in automatico lasciando il braccio D in una luce morticcia in teoria tendente al giallo ma che di fatto era più bianca che gialla, alle dieci in punto. Non era la prima volta che lo stato del Texas gli pagava una vacanza ma quello sarebbe stato il soggiorno “più lungo” della sua vita. Il suo legale, vista vana la possibilità di giocare la carta di una ipotetica infermita’ mentale del suo assistito in quanto tre psichiatri su quattro avevano asserito che Calvin Peter Goldman era in pieno possesso delle proprie facoltà mentali al momento del reato e avevano prodotto documenti incontestabili al fine di incriminarlo non aveva potuto far molto per cavarlo dai guai. Tali perizie psichiatriche, una per il giudice, una per l’accusa e una per la giuria ponevano l’imputato in una situazione a dir poco spiacevole. Egli doveva rispondere di dodici capi d’accusa tra i quali, sequestro di persona, rapina e omicidio. Il procuratore aveva chiesto la pena di morte. La sentenza emanata dal giudice Thomson il quale di lì a pochi giorni sarebbe andato in pensione appendendo la toga al chiodo e firmando l’ultimo capitolo della sua brillante carriera era stata letta alle nove del mattino. Ci erano volute quasi due ore per chiudere il caso Goldman; due ore per leggere l’articolato e “infinito” papiro che condannava Calvin Peter Goldman a duecento ventisette anni di prigione più altri undici da scontare nel braccio della morte più altri due di “sospensione” prima dell’esecuzione che sarebbe avvenuta tramite iniezione letale. “Datti una mossa”. Ringhio’ la guardia piantata davanti alla cella aperta con le braccia forti intrecciate sul petto altrettanto forte e un gigantesco mazzo di chiavi che gli pendeva dal cinturone già appesantito da manette, pistola di ordinanza, radio, Guardian Angel orticante, taser elettrico, uno sfollagente a corpo rigido, uno sfollagente estendibile, quattro caricatori, una grossa torcia elettrica e una radio supplementare più piccola. Calvin si mosse lentamente e si mise il pezzo di sopra, la t-shirt della prigione (color rosso) che distingueva i detenuti estremamente pericolosi dai detenuti “comuni” i quali indossavano colori come giallo, bianco, blue e verde. La sua cella era un inno al ciarpame e al disordine. Negli ultimi due anni si era lasciato crescere la barba che ora gli arrivava poco sotto il pomo d’adamo. Non gli importava che il signore dio dei cieli e della terra lo trovasse più o meno curato il giorno in cui sarebbe uscito coi piedi avanti dalla camera del boia. Come non gli importava aver stuprato, rapinato, torturato e ucciso persone innocenti adescate lungo strade poco illuminate. Non gli importava aver piantato una pallottola in testa “al professore” ma per una qualche occulta ragione che non si spiegava aveva sognato di lui e non solo, la cosa più orrenda e bizzarra di quel “sogno” tanto lungo quanto sgradevole, era che in questo, egli era la vittima e il ragazzo, l’ex universitario, il giovane coi grandi occhi, il suo aguzzino. “Se non esci entro due secondi ti faccio rimpiangere di essere nato, non te lo ripeto”. La guardia oscillava ora su un piede ora sull’altro e pareva desideroso di pestare a sangue quel rifiuto umano. Ma perché aveva sognato di lui tante volte? Non gli era mai capitato prima. Aveva sempre nonostante le aberrazioni delle quali si era macchiato, dormito sonni tranquilli e ristoratori. Ma quel ragazzo era divenuto il suo tormento e il suo castigo ed era riuscito persino (da morto) a insinuarsi nei suoi sogni per turbarli, stravolgerli e invertirne addirittura i ruoli. “Adesso t’ammazzo”. “Arrivo, arrivo. Rilassati”. Si portò di fronte all’agente. Calvin “vedeva” il suo viso celato dalla visiera dal casco anti sommossa. Era la prassi. Di fatto non lo vedeva ma se lo figurava grasso e pieno o almeno così gli piaceva figurarselo. Quell’altro non sapeva che Calvin lo aveva nella sua mente, battezzato “lo yankee ciccione”. Il detenuto sorrise sempre scrutando la visiera dietro la quale c’era questa chiazza informe parlante. “Mani avanti, faccia a me…”. Catene ai piedi e il solito ritornello che aveva sentito fino alla nausea. “Esci adagio – tu davanti a me”. E mentre avanzava lungo il corridoio scorgeva gli altri detenuti rinchiusi come bestie in un serraglio. Gli pareva quasi di sentirli gemere e ululare di follia e dolore, di rabbia e dio solo sapeva che altro. Il piano di sotto era una sala a cerchio che ospitava più o meno trenta tavoli anche loro a cerchio ognuno con dieci posti a sedere, forse otto. Non li aveva mai contati. Ora di colazione: aveva impiegato una vita a sedersi. La nuova addetta alla distribuzione pasti era quasi più lenta delle sue quattro colleghe il che era tutto dire. Anche questo pensava Calvin era contemplato nel disegno. I detenuti vedevano i loro diritti e la loro dignità calpestati su ogni fronte anche il più apparentemente insignificante. Forse era giusto così. Non gli importava. Voleva solo la sua colazione; uova e pancetta con molto burro, non troppo cotte. Seeeeee, se si fosse anche solo azzardato a dire per scherzo una cosa del genere al personale sarebbe finito in isolamento per quattro giorni. Mangiava quello che passavano come tutti. Ma nelle sue fantasticherie c’era spazio non solo per le donnine nude ma anche per uova e pancetta, non troppo cotte con molto burro, evidentemente. Al suo tavolo stavano ergastolani più o meno dell’età sua. Bikers avvezzi a fare dentro e fuori dall’età di vent’anni. Anche loro indossavano il colore rosso. “Come ti va, killer ?!”. Chiese uno di loro rivolgendosi a Calvin con una lieve canzonatura. “Tutto sommato bene” rispose. “Ma…”. “Ma cosa ?”. Lo incalzarono gli altri. “Continuo a fare un sogno tremendo”. La forchetta gli casco’ dalla mano e l’uomo si getto’ al centro della stanza dove dette di stomaco.

( TX, ’98 )

Gianmarco Groppelli, hillbilly

“Prima visione e altri racconti” Genere: Fiction/Narrativa

Aprile 2013, € 15,30 Casa Editrice Vicolo del Pavone, 29121 Piacenza. http://www.vicolodelpavone.it info@vicolodelpavone.it

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her (Gio)

20 Gen

ma niente, un flash così di passaggio saranno un paio d’ore fa ormai e quaranta a questo punto: dettagli, niente di che

abbiamo scommesso su chi avrebbe finito prima il gelato (in salotto) e ovviamente ho perso la scommessa ma chissene non e’ questo il punto

forse non c’è proprio un punto neanche a cercarlo

forse sono solo dettagli

idiozie senza alcuna importanza

forse mi andava di fare qualcosa che poi non ho fatto e allora mi sono messo a scrivere questa schifezza per non pensare a ciò che mi andava e che evidentemente era meglio non fare

e così me ne sono rimasto là sul divano col gelato a metà mentre lei…

boh, a me sembrava una bambina

più o meno sempre “a tavola” mi sembra una bambina sicché in lei non resta traccia alcuna di malizia (giuro) a tavola e semplicemente a me piace vedere come oggi pomeriggio il cioccolato rimastole tra un dente e l’altro mentre si scommetteva

gli angoli della bocca un disastro

rossetto beige e ci capiamo

mani che a voler rimediare peggiorano le cose

dettagli che ho baciato: freddo boia e retrogusto di nocciola

labbra decisamente appiccicose e mentre m’appiccicavo ho sentito tutto quello che dovevo sentire

-ahia!- ha detto adagio!

il resto e’ storia

di GIANMARCO GROPPELLI

1st Gianmarco Groppelli “Prima visione e altri racconti” Edizioni ITA-UK-U.S.A.

17 Gen

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1.Gianmarco Groppelli.

2.Wilbur Smith.

3.Francesco Guccini.

4.Alessandro D’Avenia.

Edizioni italiane – Amazon

UK version

by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the UK in 3 business days – Amazon

U.S. version

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by night

17 Gen

saranno un paio d’ore
sono tornato a casa (in taxi)

ho aperto la porta e pescato un mazzo a caso; teniamo tutte le chiavi in un grosso posacenere anni ’70 nell’atrio all’ingresso

sono sceso in garage e ho sbloccato le porte dell’auto corrispondente alle chiavi

buio pesto (neve a terra) freddo cane

la strada era un imbuto inquietante; lampioni come fiori passiti fin dove giungeva la vista (cazzo di posto) e mi e’ venuto di accelerare il passo

ho risposto al telefono

-dove sei?-

le ho detto in giro, che ero in giro

la sua voce si mescolava ad un brano swing (Sinatra, Dean Martin, Crosby forse) e sentivo che non c’era nulla in tutti i sensi -non era nulla- e andavo nel nulla pensando più o meno a nulla e andava bene così

mi ha domandato dove stessi andando e le ho risposto che non lo sapevo

ci sei ancora?

c’era

-sarai a casa per cena?-
e dopo averci pensato un secondo
-dico a Viola di aspettare ad andarsene finché non sarai tornato?!-

le ho detto non occorre lasciala andare a casa

qualcosa gracchiava nel viva voce e ho pensato che fosse lo schiocco di un bacio (forse lo era forse no) ad ogni modo aveva riagganciato

c’era una troia acciambellata sul ciglio della strada e stava urinando

ho accostato e volevo caricarla
cose che molli per poi tornarci sopra

era iniziato così quel cazzo di giorno e così sarebbe finito

sono (ri)partito lasciandola acciambellata a urinare

poi c’ho pensato sopra mentre l’auto silenziosa filava adagio alla volta di NON ne avevo idea e ho smesso di pensarci poi ci sono tornato sopra

al ritorno l’ho “cercata” ma non c’era e non c’ho più pensato per forse un secondo poi ci sono tornato sopra e ho mollato la cima e poi c’ho pensato di nuovo mentre imboccavo il vialetto senza mettere la freccia

ho abbandonato le chiavi nel cappotto e il cappotto nell’atrio (a terra) e nessuno si e’ curato di andarlo a raccattare

mi sono avvicinato al divano dove lei dormiva e l’ho semplicemente guardata dormire fumando una delle sue sigarette pesanti e francesi e senza filtro

devo dire che era insolitamente buona

dormi – pensavo e ho voluto spegnere il cellulare

mentre lo spegnevo mi sono accorto di un messaggio non letto (e l’ho letto)

vado a dormire mi fa male la testa ti amo, non correre – dovunque tu stia andando occhio che la strada e’ un macello – c’era scritto così

ho cancellato il messaggio e non c’ho più pensato per forse un’ora poi ci sono tornato sopra mentre non riuscivo ad addormentarmi e ho smesso di pensarci e mi sono alzato (ho pisciato) e sono tornato a letto e non ci ho più pensato; almeno credo

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121, Piacenza (PC)

ristampa 2019

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introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

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2024 4th Ave S, Birmingham, AL 35233, U.S.

L’omaggio al noir de “I segreti di Wind River” – piacenzasera.it recensione di Gianmarco Groppelli

15 Gen

https://www.piacenzasera.it/2018/04/lomaggio-al-noir-de-segreti-wind-river/247262/?fbclid=IwAR1IFTu_1NbaJXUg1mUaLEaxlVtz4psAykQipLVLzvOFYxCCp1k_ZGaW_ME

U.S. heroes

14 Gen

Quattro luglio e avevo il mio bel da fare a tappare buchi: moglie in ospedale, fermo al 22esimo capitolo da tre settimane, Sand Tournée (sesta tappa annullata) editore molesto e incontentabile, manager sull’orlo di un esaurimento a causa di problemi in famiglia, capire se Becca e(ra) per me soltanto un’amica o qualcosa di più che una semplice amica

la era?
era qualcosa di più (bella domanda)

“vai alla parata?”

oh, retaggio inossidabile di tutti i baristi della terra (farsi i cazzi degli altri) sempre e comunque

-no-

un secco no

“perché?”

ho pensato ma fatti un transatlantico di affari tuoi che io ho da pensare ai miei affari ($) appunto parlavamo di affari allora e ne parliamo oggi grazie al cielo

-sono in tournée-

puliva bicchieri

mi ha detto pensavo fosse andato tutto a monte e io ho risposto che non era andato tutto a monte ma che in effetti si qualche cambiamento c’era stato nulla di irreparabile ma di certo molto irritante

-sesta tappa annullata-

ha voluto sapere perché e ho tagliato corto -Gio e’ in ospedale- passerà gli ho detto che sarebbe passata

ho ingollato il Jim Beam (secondo giro) e ho ordinato il terzo con sua immensa gioia (avaro del cazzo) come lo sono del resto tutti i fottuti baristi del fottuto mondo

l’ho piantato lì a pulire e lucidare e sciacquare e sono andato a sedermi in fondo, al tavolo più lontano praticamente in braccio all’ingresso e ho ingollato il mio drink e ho acceso una sigaretta e ho pensato ai buchi, al mio futuro, alla mia carriera soppesando ogni aspetto della faccenda, ho tirato due somme al volo, ho pensato a una nuova auto, una nuova motocicletta

per farla breve ho pensato a tutto quello che si pensa quando ti trovi tra l’incudine e il martello

-Ethan-

e’ arrivato subito col Jim Beam

gli ho chiesto chi fosse quell’anima in pena che mi dava le spalle

(una donna)

si teneva la testa tra le mani
i gomiti inchiodati sul tavolo

e dopo averci pensato un secondo m’ha detto ex marine

-mhmm-

“già”

-ex-

“ex”

ha detto insubordinazione e alcolismo
ma non lo ha detto con sdegno o disprezzo ha detto insubordinazione e alcolismo né più né meno e mi sono sentito una merda, uno sputo nella polvere, una blatta, un fantoccio, una farsa, un essere deplorevole, un bambinone viziato, un eunuco e chi più ne ha più ne metta

m’ha detto non sente quasi una mazza le e’ esploso un qualche cazzo a due metri dal culo

aveva ben ragione di tenersi la testa tra le mani l’ho pensato ma non ho detto nulla a parte -Ethan, Jim Beam-

-portane uno anche là- gli ho detto così, poi

ci ho ripensato e ho detto no portale quello che vuole forse non beve Jim e lui ha obbedito

ho cavato il cellulare e chiamato prima Becca poi Gio, o viceversa e mentre telefonavo all’una o all’altra il drink mi e’ tornato indietro

-????-

“già, ti dice male”

un gruppo di forse dieci chiassosi bifolchi ha infilato la porta e nessuno si e’ preso la briga di chiudersela alle spalle

mi sono alzato e ho preso il bicchiere per riportarlo al barista: era Jim Beam ed era stato rispedito al mittente e questo e’ un fatto e mi rodeva (pure questo e’ un fatto) limpido, che non ho mai scordato

una sensazione di vuoto al centro del petto; la testa leggera come un palloncino

m’ha detto io non voglio nulla da lei
un io non voglio nulla da lei a bruciapelo

-per quale ragione-

ha scrollato il capo

-ho fatto qualcosa che la offesa?-

ha detto in effetti si e mi ha squadrato dalla testa ai piedi

-dica-

ha detto non molto

-che?!-

“ho letto tutta la sua roba e ascoltato tutte le idiozie che va dicendo in televisione purtroppo”

-non capisco- ho detto -non capisco-

“i giovani che la seguono vedono in lei una specie di Lincoln e ci credono e si bevono tutto perché e’ stato bravo e gioca bene e il costume da Capitan America che indossa le calza a pennello e dirò che anche il suo viso va bene alla grande e’ più yankee di Steve McQueen un vero patriota”

l’ho interrotta
ho chiesto se ci fosse qualcosa di male

-e’ la mia terra!-

altra scrollata di testa

ha detto se non ricordo male da qualche parte ha avuto l’ardire di paragonare il presidente Obama a Jesse James ma francamente non ricordavo di averlo fatto e m’ha detto pure che se c’era un nemico pubblico in America ero di certo io che mi piacesse o no ha detto le cose stavano così

-era uno scherzo- ho detto ma francamente non ricordavo di aver paragonato nessuno a nessun altro

“non ho sentito parli più forte”

-era uno scherzo-

mi e’ vibrato il telefono in tasca

ho letto il messaggio e rimesso il telefono in tasca

-purtroppo devo andare-

“mi dia quel drink”

le ho messo il bicchiere in mano

“e’ proprio un gran figlio di puttana”

ho chiesto per quale ragione e m’ha detto ho tanta sete

Birmingham, AL
South Ln 1144

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

ristampa 2015

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

acquistabile anche online

Edizioni italiane – Amazon

UK version

by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the UK in 3 business days – Amazon

U.S. version

by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the U.S. in 3 business days 19,95$ bookstore online and Amazon Ser

2024 4th Ave S, Birmingham, AL 35233, U.S.

Contatti Facebook: Manager nella persona di Pierluigi Villani.

amò

14 Gen

com’è che ti dissi (bar senza pretese) magari una sera ci vediamo ancora quì (pizzeria senza pretese) ci vieni spesso? chissà (tavola calda senza pretese) magari ci vediamo quì chissà

mi hai detto che se ci fossimo scambiati i numeri sarebbe stato tutto più semplice

mai stato semplice casomai perfetto nelle luminose giornate d’estate sotto alla curva odorosa di un pergolato a raccontarsi il prodigio d’essere giovani con un gelato (alla fragola) in mano e un regalino da due soldi in tasca: il mio segreto e la tua gioia in un secondo appoggiati alla ringhiera e m’hai capito al volo

due ore a raccontarsi tutto e niente quando sei giovane col mondo in mano innamorato della vita e dell’amore e non c’hai un cazzo da dire sotto alla curva odorosa di un qualche pergolato a parte forse

-resta ancora altri cinque minuti-

hai voglia quante volte su i gradini di casa

una bottega di conchiglie un artigiano un ciabattino e una serranda perennemente abbassata che non ho mai capito

era amore!

era amore

era amore?

tra conchiglie e scarpe rotte era amore

il muro di rimpetto sbracato a dire Ciro fascista bastardo Sorrentino troia Vita t’amo e altre cose che adesso non ricordo come i ricordi che non voglio ricordare

il tuo nome sulla pelle ogni volta che mi spoglio 30anni dopo

la tua voce da bambina (se ci scambiamo i numeri sarà tutto più semplice) l’hai detto e ti dico

buon anno amore

col Covid (e con tutto il mio cuore) adesso

GIANMARCO GROPPELLI

punches

13 Gen

e ti può anche capitare di beccarti un cinque e cinquanta 5

una qualche pedata, capita

eh si

sapessi quanti schiaffoni ho preso da Giò (ma tanti di quelli) nel tempo del tempo

l’amore tante volte fa male

dal testo “Black bill” di Gianmarco Groppelli

ristampa 2018

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

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UK version

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