questions & answers

14 Nov

ho creduto di svenire e vomitare

o di vomitare e poi svenire

ad ogni modo stavo di merda e lo scrivo in grassetto

mi sono specchiato nel bagno che ho chiuso a chiave e ho pensato che non mi chiudo mai a chiave e cosa ci ho visto; una merda e lo scrivo in grassetto di “uomo” e lo scrivo tra virgolette perché quello che ho visto non era un uomo di certo ma una merda per certo e lo scrivo in grassetto

ho chiesto allo specchio cosa ci fosse che non andava

sei conosciuto e considerato!

-si-

hai una bella moglie!

-si-

hai una bella casa!

-si-

una donna di servizio navigata che sa il fatto suo!

-si-

quattro auto e una motocicletta anni ’70!

-si-

parli l’inglese e leggi il tedesco!

-si-

quindi?

quindi di fatto non ho nulla (se mi capisci) non so se mi ha capito e se ha capito non ha detto nulla stavolta e sono rimasto lì a guardare la merda con la barba bianca agli angoli del mento, le rughe cattive intorno agli occhi, la pelata che riverberava a un angolo dello specchio e ho sentito o sperato che dicesse qualcosa ma non ha detto nulla

stavo per andarmene fuori quando ha chiesto allora cosa ti manca?

ha detto non ti manca denaro!

ho risposto che no non mi manca denaro

allora cosa c’è che non va?

speravo avesse una risposta alla sua stessa domanda dal momento che in un milione di anni non c’ho mai capito niente a parte il fatto di essere certo che non esiste pezzente più pezzente con l’animo del pezzente di chi ha soldi da buttare e zero speranze per il futuro e lo scrivo in grassetto che mi scuso se ho in qualche modo offeso i pezzenti che invidio e vedo ogni giorno sotto a i loro cartoni di belle speranze e quel belle lo scrivo in grassetto

dal testo “Storie di vita” di Gianmarco Groppelli

edito da centro culturale “E . Manfredini” Tradizioni e Prospettive

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

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OUR BESTSELLERS “DEL SALE ERA IL PROFUMO” BY GIANMARCO GROPPELLI

14 Nov

“Del sale era il profumo” Gianmarco Groppelli di (udim) Milano

Ho conosciuto Gianmarco Groppelli per caso, in una di quelle occasioni che di tutto sanno tranne che di arte, e quì si parla davvero di arte con la A maiuscola.
Egli e’ un poeta di grande respiro e di inveterata passione. Un gigante.

E’ così, non lo dico per celia: lo penso e lo posso anche provare.

Di recente sono stato colpito da un grave lutto; ho voluto interpretare una poesia del Groppelli nella chiesa di San Nicola in Dergano a Milano, presenti più di duecento persone.
Posso garantire che la commozione e’ stata generale per l’intensità e la vastità dei sentimenti contenuti nelle parole del poeta.
Senza molto enfatizzare l’opera del Groppelli, uscito dai ritmi del periodo americano che lo ha contraddistinto per un innovativo modo di esprimere il cuore, sento il dovere, forte della mia esperienza di scrittore, scultore, pittore e poeta a mia volta pressoché settantenne, di affermare che Gianmarco Groppelli ha raggiunto vette altissime di lirica assolutamente unica e inimitabile, con una forza espressiva e un complesso di sentimenti veramente universali che toccano tutti coloro i quali con arte, affidano il loro pensiero di uomini alla forza della parola.

Sono veramente commosso e voglio testimoniare in queste scarne righe di “presentazione”, la fortuna di aver avuto questo incontro, perché mi consola pensare che nulla e’ perduto nello scorrere delle generazioni: io, in una inevitabile parabola discendente e Groppelli assolutamente in ascesa sulla scena della letteratura contemporanea. Ugo Di Martino (udim)

“Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

ristampa .10, 2019

volume supportato da audio CD per non vedenti

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

edito da casa editrice Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno, 6

29121 Piacenza (PC)

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by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the UK in 3 business days – Amazon

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by (author) Groppelli Gianmarco. Available from the U.S. in 3 business days 19,95$ bookstore online and Amazon Ser

2024 4th Ave S, Birmingham, AL 35233, U.S.

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by night

9 Nov

saranno un paio d’ore
sono tornato a casa (in taxi)

ho aperto la porta e pescato un mazzo a caso; teniamo tutte le chiavi in un grosso posacenere anni ’70 nell’atrio all’ingresso

sono sceso in garage e ho sbloccato le porte dell’auto corrispondente alle chiavi

buio pesto (neve a terra) freddo cane

la strada era un imbuto inquietante; lampioni come fiori passiti fin dove giungeva la vista (cazzo di posto) e mi e’ venuto di accelerare il passo

ho risposto al telefono

-dove sei?-

le ho detto in giro, che ero in giro

la sua voce si mescolava ad un brano swing (Sinatra, Dean Martin, Crosby forse) e sentivo che non c’era nulla in tutti i sensi -non era nulla- e andavo nel nulla pensando più o meno a nulla e andava bene così

mi ha domandato dove stessi andando e le ho risposto che non lo sapevo

ci sei ancora?

c’era

-sarai a casa per cena?-
e dopo averci pensato un secondo
-dico a Viola di aspettare ad andarsene finché non sarai tornato?!-

le ho detto non occorre lasciala andare a casa

qualcosa gracchiava nel viva voce e ho pensato che fosse lo schiocco di un bacio (forse lo era forse no) ad ogni modo aveva riagganciato

c’era una troia acciambellata sul ciglio della strada e stava urinando

ho accostato e volevo caricarla
cose che molli per poi tornarci sopra

era iniziato così quel cazzo di giorno e così sarebbe finito

sono (ri)partito lasciandola acciambellata a urinare

poi c’ho pensato sopra mentre l’auto silenziosa filava adagio alla volta di NON ne avevo idea e ho smesso di pensarci poi ci sono tornato sopra

al ritorno l’ho “cercata” ma non c’era e non c’ho più pensato per forse un secondo poi ci sono tornato sopra e ho mollato la cima e poi c’ho pensato di nuovo mentre imboccavo il vialetto senza mettere la freccia

ho abbandonato le chiavi nel cappotto e il cappotto nell’atrio (a terra) e nessuno si e’ curato di andarlo a raccattare

mi sono avvicinato al divano dove lei dormiva e l’ho semplicemente guardata dormire fumando una delle sue sigarette pesanti e francesi e senza filtro

devo dire che era insolitamente buona

dormi – pensavo e ho voluto spegnere il cellulare

mentre lo spegnevo mi sono accorto di un messaggio non letto (e l’ho letto)

vado a dormire mi fa male la testa ti amo, non correre – dovunque tu stia andando occhio che la strada e’ un macello – c’era scritto così

ho cancellato il messaggio e non c’ho più pensato per forse un’ora poi ci sono tornato sopra mentre non riuscivo ad addormentarmi e ho smesso di pensarci e mi sono alzato (ho pisciato) e sono tornato a letto e non ci ho più pensato; almeno credo

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121, Piacenza (PC)

ristampa 2015

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

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“Del sale era il profumo”

8 Nov

“Del sale era il profumo”

di Gianmarco Groppelli

Vicolo del Pavone 2013-2019

LIBRI Classici, poesia, teatro e critica

Formato Brossura

14,25 € – 15,00 €

Disponibile in 5 gg lavorativi

Contatti Facebook: Manager nella persona di Pierluigi Villani

2024 4th Ave S, Birmingham, AL 35233, U.S.

12 vs 4

8 Nov

Istituto Magistrale Statale

G.M.Colombini Piacenza

Via Sebastiano Nasolini, 9, 29122 Piacenza PC

0523 756011

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Per come la vedevo io erano comunque 60 minuti ma di fatto (vero) era ora buca pertanto, superfluo dirlo, facevano un chiasso infernale.
La 5a F era un “martello” di 12 femmine e 4 maschi. I maschi erano quasi sempre (togliamo il quasi) quindi dirò sempre, ostracizzati da qualsiasi forma di interazione. Nello specifico quella mattina erano sparpagliati per la classe e deambulavano cozzandosi quando tra un banco e l’altro era ovvio, due persone mica ci passavano.
Mai vista scena più compassionevole di quella, e di cose bizzare, divertenti, assurde, terribili ne ho viste nella mia vita ma quei ragazzi (con il loro fardello e il loro esilio) me li vedo ancora davanti agli occhi, a volte.
Tipici nerds? No, solo buon diavoli con poco carisma, chiamiamolo così. Forse un po’ timidi ma nerds mi suona proprio fuori luogo (erano in gamba, alla fine) nondimeno, una qualsiasi di loro avrebbe potuto schiacciarne un paio a suon di rimbrotti e prese per il culo senza difficoltà.
Bullismo? Eran tutte ragazze in gamba, ma si, a volte con loro si comportavano veramente male. La loro condotta morale era in quegli attimi di agonia per i ragazzi, assolutamente inammissibile ma qualcosa mi aveva sempre frenato dallo spingermi oltre i limiti di una nota sul registro: mai spedito qualcuna o qualcuno dal preside. Stasera (ri)vivo e (ri )vedo situazioni spiacevoli e nauseanti e mentre mi tormento le labbra con i denti mi e’ venuto appunto di pensare a quell’ora buca (novembre 2010) e ai 60 minuti buttati nel cesso.
Loro, le ragazze, erano addossate l’una sull’altra tipo mischia NFL su i banchi (quattro uniti) in fondo. Alle spalle di questo groviglio di leggings, carne, capelli e tutto il resto, sul muro diviso da spartane pennellate bianco sopra e beige sotto campeggiava una grande cartina dell’Italia (ben dettagliata) e che nessuno/a aveva mai cagato di striscio.
Sfogliavo non un giornale (odio i giornali e lo sapete tutti) quindi sfogliavo certo qualcos’altro ma non chiedetemi cosa perché non ricordo nemmeno quello che ho mangiato ieri sera. Sfogliavo, punto.
“Basta cioccare per l’amor del cielo”.
Niente.
Sempre addossate l’una sull’altra; credo stessero divertendosi con la scossa perché ogni due minuti lanciavano grida seguite da risate tanto sguaiate quanto scontate. Mi sono alzato e sequestrato “la scossa” (un aggeggio grigio) tipo mano della fortuna e me lo sono portato.

Meno mezz’ora (thank God)

Il tempo era scandito col contagocce dal grosso orologio tondo anch’esso sul muro più lontano: proprio di fronte a me.
“Si può fumare?”.
Era una domanda che non meritava neanche una risposta – quando mai – perciò non mi sono preso pena; nel tempo mi ero avvezzato alle cose più assurde.
La testa l’ho scossa, però
(in gesto di diniego) e ho forse tirato un -ma vai a cagare – nella mia testa (chi può saperlo) ad ogni modo sfogliavo ora mi e’ venuto in mente cosa: “A porte chiuse”, un fumetto per adulti piuttosto stimolante e non mi riferisco al pisello e basta, giuro. Eran storie fantasiose, talvolta anche crude, avvincenti e solide nella “sceneggiatura” più di quanto uno possa aspettarsi da letture simili.
Leggere per credere. Fatelo se vi capita. Si trovano ancora dal giornalaio e spesso vengono venduti a pacchi di quattro, imballati in una plastica trasparente sulla quale spicca il prezzo del prodotto e aggiungero’ che sono molto, molto economici.
Ovviamente non reggono il confronto con la narrativa erotica della Olimpya ma anche loro si difendono (come vecchi pugili ancora in gamba) e’ roba datata che oggi viene chiamata Vintage…
anyway, a proposito di letture: meno 15 minuti alla fine di una lezione che non era mai iniziata, sostanzialmente.
Pensavo a Giordano Bruno. Al falò in Campo dei Fiori che lo aveva ridotto in cenere. Una fottuta ingiustizia e lo ripetero’ all’infinito. Possiedo una copia del suo “Spaccio de la bestia trionfante”.

Faccio per infilarmi il cappotto e una delle ragazze mi chiede consiglio.
“Che posso leggere?”.
“Che ne dici di Joyce?! La settimana scorsa hai fatto scena muta” ho detto.”Dovresti saperlo a memoria”.
Mi son chiesto perché avesse scelto quell’indirizzo ma sapevo già la risposta – perché non voleva separarsi dalle sue amiche del cuore, più o meno impreparate a loro volta e non solo su Joyce.
“Moby Dick?”.
Ha detto -soporifero- che lo aveva ascoltato in audio su Youtube e non le era piaciuto (bravo interprete) ma il libro in sé stesso e’ pesantissimo, ha concluso così.
“Me ne dica un altro”.
Ho pensato – ma vai a mangiare, non hai fame?! Un’ora di scossa e pettegolezzi mette fame, scherzi a parte voi che dite.
“La lacrima nel sigillo e altri racconti” di James.
Storce il naso e soffia che lo sa a memoria.
Ho detto -vorrei proprio vederti-
“Dai, un altro”.
“Qualcosa di John Cheever?!”. Il primo che mi e’ venuto in mente.
“Triste e noioso”. Aveva due occhi bruni e belli che mutavano ora più chiaro ora più scuro a seconda del tempo che fuori dalla finestra stava cambiando.
Forse pioverà – ho pensato- che forse sarebbe piovuto.
“Hemingway ti piace?”.
“Abbastanza”.
Leggiti “Festa mobile” – ho fatto io – tutto ambientato a Parigi, ti piacerà.
Mi ha detto – odio la Francia e ho pensato e io odio Miami, e allora?!

Leggi e facciamola finita su, io ho fame.

Mhmm, quando il cervello ci si mette.
Ovviamente mica glielo ho detto.
Forse però il mio viso congestionato da quello snervante ping pong qualcosa dava a vedere perché a un certo punto ha scosso la testa come se avesse compreso.
“Vada per Hemingway”.
“Festa mobile. Sono racconti”.

Arrivata alla porta, si gira, mi dice grazie e io rispondo “Dovere”.

Era TUTTA una vita che volevo dirlo, e pronunciando quella parola mi sono sentito come lo sceriffo della contea di Medina, Washington ☆ Non so se mi spiego ma credo di si.

estratto de “Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

casa editrice centro culturale “E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive

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☆ Gio vita mia ☆

8 Nov

Non ho mai riposto fede nelle scorciatoie, nella via più semplice, nelle guarigioni miracolose, nelle medaglie al valore dispensate a chi non ha combattuto, nella credibilità di chi si nasconde dietro a un dito, di chi getta il sasso e poi nasconde la mano, nella “supremazia” di una razza che pretende di essere migliore di un’altra solo in virtù del colore della propria pelle, nelle credenze popolari. Avevo forse sedici anni: litigata tremenda con Giovanna che era la più bella del gruppo, me la invidiavano tutti e questi “tutti” si mangiavano il fegato al pensiero che avesse scelto proprio me. La via dello shopping (XX Settembre) restava sotto a due dita d’acqua e ovviamente camminavo senza un ombrello e senza una meta precisa come fanno quelli che devono il più delle volte prendere una decisione importante e se ne fregano se un acquazzone ti crivella la faccia, il vento si ostina contro di te e vedi a malapena dove metti i piedi. L’importante e’ camminare e camminare e camminare. Al dopo, perché c’è sempre un dopo come recita il proverbio non si pensa mentre si cammina ma quando ci si ferma: “Brucero’ quel ponte quando ci sarò arrivato”, per capirci. Dalle saracinesce abbassate dei negozi sgorgava (come lacrime amare) il rigetto della pioggia violenta. I tendoni tutti mosci e appesantiti altrettanto sgocciolanti. Di quando in quando, precedute da tuoni assordanti, nel cielo plumbeo e minaccioso e più nero che mai serpeggiavano fulmini del colore del ciclamino che (superfluo dirlo) era meglio non prendersi sulla testa. Giovanna mi aveva detto soltanto il giorno prima: “A uno solo nella vita” e lo aveva fatto a denti stretti come una pena, un castigo, un evento di forza maggiore al quale doveva rassegnarsi ma di fatto era tutto il contrario di quanto sembrava poiché allungava una mano verso di me. Istintivamente ho aperto la mia. “Ho giurato che questa…”. Era una collanina senza pretese che si chiudeva assicurandola a gomma nera e terminava con un gancio simil argento. Da questa penzolava non ricordo se un cuore o un delfino pure in “argento”, fatto sta che l’ho stretta forte nel pugno. “Sarebbe appartenuta al mio unico e vero amore, un giorno”. Ero il suo unico e vero amore ed era chiaro che quel giorno per lei era arrivato. C’era stata la lite. Una lite banale talmente che ne ho scordato la ragione ma quello che viceversa non ho mai dimenticato e’ il gelo che m’ha trafitto il cuore nel momento in cui la avevo indossata, nel suo cortile; in quella mezz’ora che ci univa, poi, ognuno a casa propria ed era salita in casa alle diciannove in punto. Aveva fatto tre piani. Vedevo la sagoma imbrunita del suo corpo malcelato da i blocchi in vetro smerigliato che correvano dal basso su fino al quarto; restavano esattamente nel centro della palazzina. Una palazzina come tante (forse peggio di altre) considerando che non aveva un colore ed era stata lasciata a intonaco grezzo molto probabilmente costruita in gran fretta sul finire degli anni sessanta. Non proprio una reggia. La ferrata sulla quale giorno e notte sfrecciavano i treni rimaneva dietro casa e quando dico dietro intendo dire proprio dietro, a forse cinquanta metri mescolata a sterpaglia arsa dal sole e bottiglie vuote, lattine e borse di plastica gettate a casaccio un po’ ovunque. Non proprio un bel quartiere: la nord non e’ mai stata una roccaforte della tolleranza razziale e ne aveva di noci da rompere (la nord) se voleva almeno tentare di cambiare aspetto ma la gente era quella che era (allora) e oggi e’ uguale: facce del cazzo, alcolizzati e poveri diavoli senza un posto dove dormire. Persone che solo un tempo erano state persone. Spingevano carrelli per la spesa accattando lattine vuote e ferro da terra immagino nella speranza di tirar su due soldi. Arriva alla sua camera e si affaccia; mi manda un bacio con la mano e lo soffia. Forse non mi credete ma l’ho sentito sulla mia fronte come una benedizione. Mi aveva detto mentre fumavamo nascosti da una delle auto parcheggiate nel cortile che la gente un tempo -poi ha aggiunto- e anche adesso, affida al Duomo le proprie speranze, i propri sogni, i propri desideri ed era entrata nel dettaglio. Avevo ascoltato parola per parola quel discorso che le inumidiva gli occhi e le faceva tremare la voce. Questi dettagli li ho ancora in testa e li avrò per sempre. Quale posto migliore se non un luogo sacro, ha detto (…) Nel temporale e nel vento che mi sferzava senza misericordia e’ lì che sono finito (in Duomo) e avevo le mie riserve ma eccomi là steso bocconi a guardare il fondo della “nicchia”, una fossa scavata direttamente nella calcestruzzo del pavimento. Alla mia sinistra, ripide scale a chiocciola in ferro battuto conducevano alla cima. Da lontano e’ possibile notare tutt’ora passeggiando per la XX Settembre una gabbia posta sulla torre aggraziata ma in violento contrasto con quello strumento di morte usato in passato per punire eretici, blasfemi, omosessuali, presunte streghe e assassini. Ho guardato dentro alla fossa e c’era di tutto. Foglietti di carta biancha ma anche gialli e rosa, un berretto, anelli, bracciali, fotografie e i più disparati oggetti che possiate immaginare. Per un secondo ho accarezzato l’idea di affidare alla fossa della speranza la collanina che mi aveva regalato ma non ho voluto e non ho potuto poiché la volevo addosso fino al giorno della mia morte. Mi son tastato le tasche di calzoni, camicia e felpa (fradicia) di pioggia. Nulla che valesse la pena, tuttavia forse c’ero. Mi sono sfilato l’orologio e l’ho seguito con lo sguardo mentre precipitava velocemente nel buco. Il giorno dopo da una cabina in Piazza Borgo ho chiamato Giovanna e le ho detto cosa avevo fatto. M’ha schioccato un bacio dalla cornetta e mi ha detto ci vediamo alle sedici -ha fatto una pausa- poi ha aggiunto che avrebbe indossato la camicia azzurra che tanto mi piaceva. Non c’ho più pensato (alla fossa) per quanto possibile. Tempo una settimana e sono tornato “sulla scena” e di nuovo era sera ma non pioveva. Ho guardato nel buco ed era tutto uguale: berretto, foglietti, fotografie e il mio orologio era là con loro. Non saprei dire perché ma e’ un fatto che ho versato milioni di lacrime inginocchiato a guardare laggiù. Mi bruciava ammetterlo allora (oggi no) che molto probabilmente nonostante il mio irriducibile scetticismo avevo se pur inconsciamente assorbito la magia del NON SI SA MAI NELLA VITA adesso, ogni volta che faccio la comunione e introietto il corpo e il sangue di Cristo penso non tanto all’orologio ma piuttosto alla persona che mi ha persuaso a lanciarlo nella fossa

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli 2013 – ristampa 2019

edito da Vicolo del Pavone via Giordano Bruno,6 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (udim)

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Giuli (A) nope! C – (e aggiungero’ che hai messo fuoco tra me e Gio) tuttavia mi ricorderò lo stesso di TE

8 Nov

Gianmarco Groppelli, PC

Giulia non sporgerti a quella maniera xke’ se mi caschi giù nel cortile ne rispondo io.

“Claudia, chiudiamo la finestra” ho detto. “Scambiatevi di posto”.

Abbasso un poco la raccolta; sfido che si affacciava. Giornata stupenda ma non a tal punto da mettermi nei casini per te, Giulia (ignorante bipede) quanto sei scema con le tue magliette sceme “Michael, everyone loves you” o robe del genere.

Quanto sei bella! Nella luce del mattino o se vuoi nella luce di QUESTA MATTINA nella quale hai dato saggio per l’ennesima volta della tua perpetua stupidità lo sai che mi suoni a festa nel cuore (ignorante bipede) che più bella non si può e hai l’età che hai (due tette da volar via) ma se puoi non uscirtene x la finestra, sei la mia preferita.

“Claudia, chiudiamo la finestra” ho detto. “Scambiatevi di posto.

Testa di legno pertinace e ostinata prima con la finestra adesso ti tocca mollar(mi) il cellulare sia mai che odori di te.

“Dammi il telefono”.

Suppliche.

“Dammi il telefono”.

“Lo spengo!”.

“Spegnilo se credi ma poi me lo dai comunque”.

Borbotta, borbotta sai quante volte mi sono scivolati i vostri mosci e scontati reclami.

“Quando posso riaverlo?”.

Sul serio, ti porterei certo all’altare se solo tenessi qualche anno di più e quanto mi duole e son anni che ti vedo (e come) off limits.

Cosa vedo?

Una ragazzina che vorrebbe già essere donna. Estasi suprema.

Ma non si può fare come il più delle cose sublimi – anche il sognarti discinta mi e’ recluso e chicchessìa, un figo da poster o un cesso parlante va bene uguale se appena ti piacerà al quale spalmare il primo VERO bacio sotto casa (sono in ritardo) prima di cena -kiss8- @ domani o non mi fanno scendere, devo andare (…) ti vedo così, ma non so quando vorrai baciare e per certo verso “lo so”.

Lo so, xke’ l’ho vissuto mille anni prima di te quel cortile ancora pulito -tempo al tempo- stupida (ignorante bipede) sapessi se t’amo bho, non ci capisco nemmeno io, il certo e’ che in questa mattina tiepida e luminosa e di maggio e di fantasticherie sei più bella e “bambina” che mai con indosso un vestito a fiori odorosi come i tuoi capelli che non ho mai avuto tra le dita ma ci scommetto il coglione sinistro (il destro voglio conservarlo) che odorano pure loro di quasi estate, di te, e non sai un cazzo ho sprecato più penne rosse su i tuoi temi che in 5 anni ma fa lo stesso “mia” ripugnante e ignorante bipede dagli okki immensi d’amore e trasognati un’ora dopo l’autobus del mattino quando ti incrocio nel corridoio e sei la più bella e più stupida di sempre perciò “t’amo” e ti “odio” così come sei (un sogno e un incubo) si, piacere e dolore.

La più saggia e la più stolta, perfetta creatura (…)

Ma porca miseria, la mia PREFERITA! Già sai.

“Claudia, chiudiamo la finestra e scambiatevi di posto”.

Anche xke’ tra una balla e l’altra abbiamo perso 15 minuti buoni in finestre e cellulari e non mi ricordo più di cosa stavo parlando ma non lo posso mica dire perciò mi butto: “Quindi, xche’ Fitzgerald e’ considerato l’antitesi di Faulkner?”.

Muggiscono di laggiù e ci speravo.

“Mi scusi ma non stava parlando di Thomas Berger?”.

Ecco fatto!

(ri)accesa “la luce” e rispondo xke’ mi hanno educato (bene) e lo dico di nuovo (bene)

“Chiedo scusa a volte vado in confusione. Abbiate pazienza, ho problemi a casa”.

Se la sono bevuta, credo.

dal testo “Storie di vita” di Gianmarco Groppelli

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Dammi un’occasione: mi dicesti così o qualcosa di molto simile

daSemprExSempre ❤

7 Nov

Ero al primo anno di giorno, di sera impiegato come bigliettaio fuori dal tunnel dell’orrore (beh, no) non mi pagavano solo per tranciare pezzi di carta. Prendevo di piu’ se tra un biglietto e l’altro, tra un ragazzo e l’altro, una coppia di amanti, un padre e un figlio ci piazzavo un: “Entrate signori, sarete abbastanza coraggiosi per farvi tutto il percorso? Avanti signori, e’ quì che si annida l’orribile che genera l’orrore” o robe del genere. “Forza signori, a poco partiamo”.
A quel punto, un genovese con gli occhi a mandorla che fumava dentro al gabbiotto giallo e appena riuscivi a vederlo (il genovese) allungava una mano e le carrozze iniziavano a muoversi adagio insinuandosi nel tunnel dell’orrore

un verme di ferro – pensavo (sempre) quando il genovese allungava la mano e l’ho vista allungarsi 1000 volte, giorno dopo giorno per due mesi ma una nota positiva c’era (…)
miracolo (era) e non una nota davvero era – il paradiso dopo 1000 volte il verme di ferro che ho conosciuto Giovanna: due parole al volo con la sua amica del cuore – dille che mi piace da morire – diglielo tu credo che lei pensi lo stesso di te – va bene – mi faccio avanti!

“…però alle cinque devo essere a casa”.
Sarai a casa, parola mia alle cinque – le ho detto – quanto sei bella, pero’ – ma ha fatto finta di non sentire

ti accompagno e lo avevo dato per scontato

“Non e’ necessario, credi” fa lei. “Ci vediamo quì se vuoi verrò anche domani”.

Volevo sapere il suo nome; me lo aveva detto ovviamente ma lo avevo scordato paradossalmente

– dove abiti?- e m’ha detto – verso la stazione – devo andare

s’e’ fermata e lì s’è fermato il mondo, il cuore (il mio di certo) e tutto il casino dei baracconi era sparito in un soffio

-oh, hai gli occhi belli-

avrei voluto seguirla per vedere il suo palazzo, la sua casa ma non l’ho fatto mi sembrava una vigliaccata da fare – ma il fatto di averci pensato poteva starci e quantunque mi sentissi rimescolare per non aver insistito ad accompagnarla fino in grembo alla porta sapevo che avevo fatto bene a non insistere e mi rodeva comunque e sulla via del ritorno vedevo i suoi occhi neri (milioni di volte) come fosse la cosa più naturale, come se in essi mi fossi perso all’infinito da stufarmi ma non era così e lo sapevo io e lo sapeva lei

“oh, hai gli occhi belli” (a me) dritto in faccia – a distanza ma ad ogni modo dritto sul grugno e al centro del petto, si capisce

apro la porta di casa e mi sentivo in una bolla; a metà strada in una sorta di limbo tra adorazione e stordimento

mio fratello m’ha detto così, che: HA TELEFONATO GIOVANNA E M’HA LASCIATO IL SUO NUMERO DI CASA E HA DETTO SE PUOI CHIAMARLA QUANDO RIENTRI

mi sono avventato sul foglietto e

sono quì (lei accanto a me) a guardare “Un jeans e una maglietta”: la testa sulle sue ginocchia e una grossa ciotola piena di patatine che dondola su e giù in precario equilibrio sul mio stomaco (adesso) e per tutta la vita (!) na vicchiarella l’aspettava, cu ‘o viento nfaccia e a coppe ‘o mole; me la cambiavi dicendo che non era una vicchiarella ma una guagliuncella ad aspettar(mi) col vento in faccia lì sul molo ecc e stanotte scusa se e’ poco, amo.

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

2013 – decima ristampa 2019

edito da Vicolo del Pavone
Via Giordano Bruno, 6
29121 Piacenza (PC)

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore

Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

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Contatti Facebook: Manager nella persona di Pierluigi Villani.

violet nightmare

3 Nov

Ci siamo voluti al volo come nei film. Colpo di fulmine? So solo che abbiamo fatto l’amore nell’erba alta. Il sole era un trionfo e l’odore della tua pelle, il sapore della tua bocca, il calore del tuo collo andavano a certificare che dal quel momento in poi sarei stato tuo in tutto e per tutto; macchia di lillà fin dove giungeva la vista ed e’ andata come e’ andata sicché non sono stato tuo per più di un’ora. Il capitolo più amaro che la storia “dell’amore” abbia mai lasciato scritto perché tranciare qualcosa di netto non e’ come mollare una cima adagio adagio (…)

Vi son tornato dieci anni dopo e un redneck sulla trentina con la pelle arsa dal sole ha posato la zappa e m’ha detto di filare. L’estate dei lillà; era quella che cercavo?.

Dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

edito da Vicolo del Pavone Via Giordano Bruno, 6 29121 Piacenza (PC) 2013

ristampa 2015-2019

volume supportato da audio CD per non vedenti introduzione a cura di Ugo di Martino (udim) comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

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“Del sale era il profumo” by Gianmarco Groppelli  – our bestsellers online

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to suck @nd shut up (ob) 💻

3 Nov

Stavo schizzando rancore nelle ultime due pagine del romanzo Black bill e mi sembrava un’ottima schizzata e speravo venisse accolto con calore (il romanzo) uno che mi stava particolarmente a cuore per mille e zero ragioni in particolare

1. Devo mangiare anch’io, certo

2. Scrivo per mantenere integro quel che resta del mio cervello e svuotare il cuore e ci siamo capiti quanto alle altre ragioni un “cazzo ne so” direi che ci sta, ad ogni modo, Gio entra in salone (incazzata) getta il cappotto a terra, getta le chiavi sul tavolo, getta il portasigarette sul tavolo, si leva le scarpe e le abbandona così dove capita e bofonchia qualcosa tra i denti ok, e’ incazzata ma ho grandi notizie e voglio renderla partecipe oserei dire della nostra fortuna e le dico Hey sai

mica mi ascolta e accende la tv, azzera il volume sempre bofonchiando tra i denti, sgrulla il carrello dei liquori e si versa da bere

-grandi notizie Gio-

(mica mi ascolta fuma e bofonchia)

-sai, Pierluigi ha telefonato ora-

(mica mi ascolta ma perché no) perché non mi ascolta?

-prima visione e altri racconti- faccio io, sorrido e mi sfrego il mento

(niente ma perché non mi ascolta?)

-ho scalzato Wilbur Smith-

(scrollata di testa – altro muggito)

spegne la tv e scosta le tende mandando un vaffanculo

-sono primo in top 4- sai, faccio io

fruga il giardino, bofonchia, altro muggito, sta fumando di nuovo, tira le tende e riaccende la tv a volume azzerato

-non e’ fantastico?!-

(mica mi ascolta ma perché no) perché non mi ascolta?

spengo il computer

Viola scenda giù per piacere

ci ricavo solo questo

la striglia sotto i miei occhi

(mica mi ascolta) ma perché non mi ascolta?

prendersela con il personale di servizio senza ragione – brutta scena ma non dico niente

Viola non dice niente e in un secondo il salone non dice più niente un maledetto niente e va da sé che non ho più niente di entusiasmante da condividere

brutto affare

non ci sono né vincitori né vinti e il salone se ne resta al suo posto

io al mio e Gio al suo che immagino molto simile a un grosso FANCULO ed e’ limpido e non può essere altrimenti: e’ un posto che conosco bene perché mi ci hanno mandato moooolte volte

penso dunque -un po’ ciascuno- si

(cambia una mazza) volevo condividere e non ho condiviso

avrei voluto andare all’ovale in corridoio e parlare alla Travis con un pezzo di vetro chissà mai forse avrebbe trovato entusiasmanti le mie nuove ma non l’ho fatto e così sono rimasto a mezza via come uno spicchio di limone, una falce di luna, un lavoro part time, un bicchiere mezzo pieno (mezzo vuoto più che altro) un cazzo a mezza lama, un sogno interrotto a metà strada, un film che si pianta nel lettore e bla bla bla bla

e avevo da condividere e non ho condiviso

dal testo “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli (2015)

ristampa Nr.10 (2019)

edito da Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6, Piacenza 29121 Piacenza (PC)

volume supportato da audio CD per non vedenti

introduzione a cura di Ugo di Martino (Udim)

comprensivo di illustrazione del maestro William Xerra

Tutti i diritti sono riservati

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