my mouth ‘n me

5 Dic

Annaspavo in una landa desolata da qualche parte nelle pieghe più inconsce del mio io.
L’arco della vita era là con la sua curva simile a una bocca aperta ma non riuscivo a raggiungerlo nonostante camminassi a grandi passi.
Da che ero al modo, sempre diretto a quel arco come una bocca che più cammini e più s’allontana: un miraggio nel deserto, o qualcosa del genere al quale non si arriva mai.
Nuvole plumbee si addensavano all’orizzonte (allora) poi guardai meglio e colsi in un soffio la ragione del mio tormento e del mio assurdo peregrinare. Della lontananza fisica e spirituale di tutte le cose.
Mi mancava la tua mano: forte e gentile al contempo.
La tua voce.
Il tuo sorriso. Trovare la forza d’andare avanti in quel nulla silenzioso.
La tua mano forte e gentile ancor prima d’averla conosciuta e già sentivo (…) quel che sentivo ed ero giovane e non sapevo nulla dell’amore quanto al dolore, a questo, mi ero avvezzato da tempo. In questa notte calda da sfinire rivedo tutto, ma proprio tutto quanto; nel bene e nel male di noi – ora – io quì e tu chissà dove.
Se c’e’ una cosa di te che non ho mai compreso e’ quel continuo evolverti rimanendo sempre uguale.
Sapere che se adesso (si, adesso) dovessi alzare gli occhi al cielo mi basterebbe un secondo per individuarti in mezzo a miliardi di altre stelle, e questo e’ un fatto.
Sai pungere come una rosa cattiva e ferire nel corpo, nell’anima e più in fondo ancora laddove nemmeno la scienza ha scandagliato completamente…
il fondale del sentimento puro;
un velluto sabbioso punteggiato di lacrime e sangue quando non conti come vorresti per qualcuno a cui tieni più della tua stessa vita.
Aria fritta, cose sentite e (stra)sentite. Non ti do torto ma lascia per quanto lezioso e puerile possa essere che stanotte canti il mio cuore dicendoti che chi vive ama e viceversa anche se non lo sa.

dal libro “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

acquistabile anche online

Del sale era il profumo
Gianmarco Groppelli
Aprile 2013 – ristampa 2015
casa editrice Vicolo del Pavone
Via. G. Bruno, 6
29121 Piacenza.

Genere: Poesia

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.
Progetto grafico, impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza.

Duke’s/Luke’s

5 Dic

Certo e’ che ti stanchi alla lunga di vedere sempre le stesse facce ma a me piaceva quella tavola calda un po’ fuori mano (e mi piaceva per questo) e altre mille ragioni, in teoria si chiamava “Duke’s” ma la gente la chiamava “da Luke” e non ho mai capito xché, anyway…
I clienti delle nove erano facoltosi pilastri della società; mai un capello fuori posto, con le scarpe lustre che ti ci potevi specchiare e ovviamente, il portafogli bello gonfio. Vi erano anche dei giovani della “vicina” università ma quelli non si presentavano mai prima delle dieci. Quando arrivavano con i libri sottobraccio e le belle pollastre al seguito io avevo già finito da un pezzo le mie fette di prosciutto al miele, il caffè nero e le striscioline di carne essiccata che mi piace da impazzire e mi servivano portandomele semplicemente avvolte in un tovagliolo sempre rosso: le striscioline erano sempre quattro e i ragazzi erano sei. Io stavo sempre al solito posto: gli occhi alla strada e le spalle ai ragazzi. Sentivo tutto (ma proprio tutto) anche xché pure volendo era impossibile non sentire. Facevano un baccano del diavolo. Pensavo a come dovesse suonare strana la mia quotidiana presenza a quei giovanotti muscolosi e chiassosi: certe volte mi lanciavano occhiate incuriosite mentre scrivevo ma a me non dava fastidio. Più semplicemente non me ne sono mai dato pensiero. Diciamolo: non me ne fotteva un fico delle loro occhiate casomai le cosce nude punteggiate di pelle d’oca delle ragazze che stavano con loro…quelle si (le cosce) erano qualcosa a cui pensare anche dopo colazione, e ci siamo capiti. Erano davvero qualcosa!
Nel tempo ho perduto soldi e capelli ma qualche spicciolo mi e’ rimasto tanto basta ad essere ancora quì a scrivere e masticare pregiatissime striscioline di carne essiccata. E’ passato il tempo che e’ passato. I ragazzi hanno intascato la laurea (immagino) xché quà non si vedono più. Le seggiole in legno turchese di un tempo hanno ceduto il posto a seggiole in acciaio con il poggiaculo in simil pelle rosso rubino. Anche oltre i vetri di “Duke’s” o “Luke’s” non e’ piu la stessa cosa. Al posto delle macchine squadrate di una volta adesso circolano enormi suv con i cerchi che sembrano girare all’indietro pure se vanno in avanti. Un tempo erano affusolati grattacieli ben modellati ed erano gioia per gli occhi. Ora? Boh, a me sembrano matite smozzicate di colori inguardabili ma forse la nuova architettura e’ questa e va più che bene così, non saprei. So solo che anche la gente non e’ piu la stessa. La strada brulica di fauna tozza (mica tanto bella) dalla pelle del colore del cuoio conciato: sembrano sempre incazzati ma forse non e’ vero e sono felici. Si mescolano tra uno yankee e l’altro e vanno per la loro strada e da parte mia non posso far altro che domandarmi quale sia esattamente (la loro strada) poiché ripeto sembrano non solo incazzati ma anche mortalmente rassegnati. Una cosa e’ certa: non e’ un bello spettacolo infatti ho cambiato posto. Sono a un tavolo sul fianco; il mio vecchio posto e’ perennemente vuoto come se avesse addosso una maledizione, non so. Io sono quì (quasi vivo) a mangiare carne essiccata pregiatissima coi suv che fanno la spola dal semaforo al bidone rosso e viceversa. Sono più fortunato di altri (immagino) xche’ faccio quel che mi piace nel posto che mi piace mentre altre persone che conosco devono sbadilare ghiaia in estate e spalare la neve in inverno (e quì nevica sempre, in inverno) se vogliono mangiare. Una fortunata davvero e non mi spiego xche’ mi sento di merda anche se il caffè lo paghi solo alla prima tazza e le altre sono gratis e le striscioline di carne essiccata sono la fine del mondo. Un bel casino: oh, almeno da questo disastro ho cavato qualcosa di cui parlare, anche per oggi.

estratto de “Del sale era il profumo” di Gianmarco Groppelli

casa editrice Vicolo del Pavone

Via Giordano Bruno 6

29121, Piacenza (PC)

2013 – ristampa 2015

acquistabile anche online

Tutti i diritti sono riservati

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore. Progetto grafico impaginazione e stampa Tipitalia-Piacenza

yet another

5 Dic

Vangavo di malavoglia uno scolo per l’acqua e mi faceva male la schiena.
Faceva un caldo d’inferno lì fuori nel campo e in “casa nostra” era anche peggio.
Pensavo ai miei colleghi (grassi) e ignoranti nei loro stivali di gomma: ruminanti a due gambe.
Sputavano tabacco dalla mattina alla sera e si pulivano la bocca nella camicia, comunque…
mi consolava il fatto che (adagio) ma l’estate volgeva al termine.
Tutto a posto.
Così via per un numero incalcolabile di anni: ogni anno la stessa storia ma se volevi volare negli USA ti toccava la zappa e quindi zappavo.
Poteva bastare ?
Direi di no perché alle mie spalle c’era sempre l’ombra dello scrittore sicché nel tempo si sono succedute macchine per scrivere che facevano un bordello impossibile, macchine elettriche e squadrati Olivetti comprati da un qualche privato per cifre dannatamente esagerate ma se volevi scrivere ti toccava mettere mano al portafogli e allora mettevo mano.
Pensieri.
Ricordi.
Pensieri.
Ricordi.
Guardo il ventilatore XL piazzato alla bell’e meglio a un angolo della finesta (tre giorni e sarà il dodici di gennaio) e rivedo la zappa, gli States e le porte che m’hanno chiuso in faccia.
Otto libri editi e una mezza dozzina di manoscritti respinti sparsi per tutto il pavimento. Certi sono spruzzati di mostarda e pomodoro.
Credo sia pomodoro e mentre guardo le auto che si sorpassano senza mettere la freccia laggiù in fondo dove la statale si mescola al folto della pineta e viceversa “sento” i camionisti lagnarsi e tirare dei vaffanculo -sono 14 ore che guido- o roba del genere: immagino siano molto incazzati perché c’è la nebbia e fa un freddo cane e non si vede una mazza e mentre la lavastoviglie rantola come un barbone con la pleurite indosso il vecchio berretto azzurro dei Buffalo Bills.
Dodici anni forse: un ragazzino foruncoloso con l’apparecchio ai denti e gli occhiali pure azzurri.
Bei tempi davvero: era l’inizio di una lunga amicizia con questa cosa stupenda chiamata arte e voglio brindare col cappuccino (perché non bevo più) al mio prossimo libro, al mio editore e pure alle troie acciambellate nell’erba.
Laggiù ci sono i barili in fiamme e se ci sono i barili in fiamme devono esserci per forza anche loro quindi ben vengano troie e colpi di clacson in questa notte STUPENDA appena iniziata.

Incominciamo!!

CAPITOLO I

LA ZAPPA DELLO ZIO GIULIANO

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.

Tutti i diritti sono riservati.

Nessuna parte del libro può essere riprodotta o diffusa senza il permesso dell’Editore.

Progetto grafico impaginazione e stampa -Nuova Linotipia- Piacenza

heavy machines

4 Dic

Era una di quelle estati calde e afose, troppo calde e troppo afose per sfaccendare sotto al sole cocente del mezzogiorno nondimeno volevo rendermi utile: Becca mi ha sempre dato la spalla nei momenti più duri.

Era giusto aiutarla ?

Superfluo dirlo: era tempo di ricambiare.

La campagna era una macchia tutta distorta e tremula: scherzi dell’ottica in quell’estate calda e afosa, troppo calda e troppo afosa per sfaccendare sotto al sole cocente del mezzogiorno nondimeno volevo rendermi utile: era tempo di ricambiare.

La voce di Johnny Paycheck mi arrivava agli orecchi dalla mansarda.

Pensavo:

dieci anni si hanno solo una volta

pensavo a sua sorella in mansarda ad ascoltare la voce nasale di Johnny Paycheck, probabilmente sbattuta sul letto all’incontrario tra riviste di moda, riviste di pettegolezzi, tra le tante bandiere, tre classiche a stelle e strisce e due confederate con una scritta nel centro (Dixieland) e un falso autografo di Bocephus scarabocchiato da un suo compagno di classe con un pennarello nero indelebile come indelebile era il mio ricordo del primo ed unico bacio che ero riuscito a strappare a Becca, il giorno del suo compleanno.

12 gennaio, dopo che si era bevuto tanto e la festa si era esaurita e tutti se n’erano tornati a casa.

Io e lei soli sotto alla veranda e là era successo quel ch’era successo.

Solo a pensarci avvampavo e non per il caldo, e questo e’ un fatto.

“Spostati, per la miseria”.

Ma la vacca mica voleva saperne di spostarsi sicché Becca imprecava rollando pugni nell’aria di fuoco.

“Domani mattina verso le dieci aspettiamo gente importante”.

Gente importante ? Mi chiedevo chi fosse questa gente importante e mentre ci riflettevo Becca aggiunse che avrebbero portato un macchinario importante e gigantesco per la mietitura o la trebbiatura, per dispensare diserbanti o che so io.

Fatto sta che era gente importante col macchinario gigantesco altrettanto importante.

Immaginavo fosse buona cosa fare bella impressione.

Becca diceva che suo padre aveva pagato un occhio per quell’arnese importante e non trovavo nulla da ridire. Becca aveva parlato chiaro; quel macchinario importante avrebbe risparmiato loro un bel po’ di fatica col beneficio di migliorare tempi e qualità di produzione.

La concorrenza spietata nel mondo rurale e’ cosa inimmaginabile al profano.

Ero profano ma convenivo con lei sul fatto che la concorrenza nel mondo rurale fosse davvero spietata.

Le chiesi cosa volesse che facessi di preciso e lei disse che se avessi lustrato le targhe su entrambi gli sgangherati pilastri alla testa d’ingresso mi sarebbe stata molto riconoscente ed andai a lustrare.

Poi ?

Disse che quel macchinario importante sarebbe giunto mediante trasporto eccezionale con la cabina del camion preceduta da un’auto della ditta (importante) e che una seconda auto della medesima ditta (importante) avrebbe fatto da scopa.

Si augurava che l’autista sapesse il fatto suo di modo tale da non abbattere i pilastri: gli unici scarsi mezzi che avevano di farsi notare tra le viceversa mastodontiche insegne delle fattorie circostanti.

La concorrenza rurale era davvero spietata, pensavo, e non sentivo più la voce di Johnny Paycheck.

Poi, c’era dell’altro ?

Mi chiese, per favore, di spruzzare il trattore con la canna grande.

Spruzzai il trattore che adesso ci si poteva specchiare.

Erano passate forse quattro ore quando Becca annuncio’ che meglio di così non si poteva proprio fare e che la loro azienda agricola era letteralmente sterco vaccino paragonata alle altre aziende.

Non ricordo di aver mai sentito Becca affermare apertamente che la loro e’ una famiglia “povera”, tuttavia.

C’era dell’altro ?

Se potevo darle una mano a…

E poi a…

E se potevo aiutarla a…

C’era dell’altro ? C’era.

Una certa ragazza che in teoria avrei dovuto condurre al cinema dopo cena ma che in pratica non si vide e così restai per un’ora buona sui gradini di casa tant’è che il mio cuore era pregno di sgradevoli amarezze.

C’era dell’altro ? Speravo di no.

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce”
di Gianmarco Groppelli

casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.

Tutti i diritti sono riservati.

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Annalise

3 Dic

Qualcuno dice che il rovescio della medaglia sia la parte peggiore

qualcuno dice che il rovescio della medaglia sia la parte migliore

non so quante monete ho gettato in aria nella mia vita; sotto a una macchia nera senza stelle,
nel riverbero impossibile del mezzogiorno,
nella brezza salina, a Provincetown
nel silenzio delle Blue Ridge Mountains
nel fracasso d’inferno, a Indy

sto ancora aspettando che (ri)cadano nelle mie mani e comunque non mi aspetto nulla

che sia una risposta o una speranza non mi aspetto nulla

…odio dover tirare fuori le mani dalle tasche senza motivo

i will indeed remember you, anyway

ottobre 1989

estratto de
“Storie di vita” (2002) di Gianmarco Groppelli

Casa Editrice Centro culturale
“E. Manfredini” Tradizioni e Prospettive.

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…even if

3 Dic

Ci siamo passati più o meno tutti in uno di quei porci momenti di lavoretti saltuari, zero ambizioni e qualche whiskey di troppo.
Avevo l’età che avevo; non più un ragazzetto ma neanche un uomo fatto, diciamo che restavo in una ragionevole via di mezzo.
Certi miei coetanei possedevano un impiego fisso e giustamente se lo tenevano stretto.
Non di rado si prendevano la libertà di canzonarmi -artista del quartiere- un complimento che suonava come una presa per il culo ma io mi stringevo nelle spalle e mi ripetevo che potevano ben dirlo forte.
“Se puoi permetterti il lusso di lunghi soggiorni in America e’ soltanto grazie ai tuoi genitori” sai. “E’ così”.
Non raccoglievo quasi mai quelle provocazioni principalmente per due punti.

1. che in parte era vero ciò che dicevano -ho detto IN PARTE- solo in parte

2. perché non avevo cuore di crocifiggere quelli che fino a qualche tempo prima erano stati una famiglia per me, ben più che amici intimi. Sto parlando di fratelli di sangue!

Mi davano del viziato e con tutto che avrebbero bruciato la vita per me, non esitavano a darmi del viziato alla prima occasione -viziato- e il tempo ha dato loro torto perché ogni primo del mese intasco il mio regolare compenso.
E’ fare dell’arte su commissione?
Che importanza può mai avere se alle nove (sempre e comunque) c’è qualcuno che si aspetta di vedere le carte sulle quali mi sono affannato sulla sua scrivania.
“Hai scelto un bel mestiere…queste parole sono oro” mi da detto. “Credimi”.
Gli credevo, ok.
Ma non ho scelto un bel niente.
E’ stata la nobile arte della parola a scovarmi e non viceversa ma questo non glielo ho detto.
“Mille grazie, signore”.
Di quei signori ne sono passati tanti da allora, più o meno sotto i ponti come si dice, ma il sinificato non cambia.
Biglietto per Cannes: vai a recensire.
“Done!”.
E certi altri:”Voglio un bel pezzo per Sarah” boccata di sigaretta. “Capisci”.
Capivo.
I bisbigli cattivi andavano sempre a braccetto con quelle richieste lusinghiere -figlio di papa’-
Sarei un ipocrita se dicessi che quelle parole non m’hanno (mai) dato da pensare una volta a casa, solo con me stesso, davanti alla fiammata del camino quando Giovanna non “esisteva” e nei Buffalo Bills giocava ancora Jim Kelly. Per l’appunto (l’ho pensato allora) e lo penso adesso. Malelingue o no, se non fosse per noi dalla penna facile non so quante signorine resterebbero a digiuno d’amore.
San Valentino arriva ogni anno e pure se mi piglio del viziato c’è sempre qualcuno che reclama la sua poesia
-mi raccando-
si raccomandano ogni volta
-bella romantica io la amo tantissimo-
Si capisce: sono quì per questo perché sono un viziato, figlio di papa’,artista del quartiere che AMA credere NELL’AMORE.

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce”
di Gianmarco Groppelli

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erections

2 Dic

mi ricordo all’oratorio in piena estate un film in B/N

la vita non era ancora uno schifo
noialtri non si era ancora uno schifo e c’era il sole che invadeva la sala nonostante le tende spesse di velluto bordeaux (penzoloni) come lingue bovine impregnate di tabacco e incenso

era una pellicola in B/N che il curato passava di continuo perché -ballavano- e cantavano ed entrambe queste cose, si sa, fanno bene all’anima e al corpo -diceva

tante piccole testoline si agitavano nel buio e sentivo le sedie cozzare l’una contro l’altra

gli istinti di quei ragazzi appestare la stanza come un’importante scoreggia

le guance costantemente in fiamme e c’era questa creatura meravigliosa (Paulette Goddard) che saltellava e picchiava i tacchi in tandem a un tizio con indosso una giacca con le code che mi faceva pensare a una uniforme da ammiraglio della marina militare del settecento anche se sapevo che non la era

e lei ballava e ballava e lui pure e i loro tacchi erano colpi nel chiaroscuro

nessuno di noi serviva messa e fumavamo di nascosto dai nostri genitori appesantiti dalle responsabilità degli adulti

la proiezione del sabato era l’apice del divertimento lì nel quartiere vecchio abitato da gente vecchia che ululava dietro alle loro figlie quando tornavano a casa in ritardo la notte

rumore
rumore
rumore
rumore

(sempre)

perché tutte loro volevano il cane ai piedi del letto anche se i regolamenti condominiali lo proibivano tassativamente e litigando coi genitori quelle sceme alzavano la voce sicché i cani iniziavano ad abbaiare tutti insieme

noi avevamo negli occhi quella creatura meravigliosa (Paulette Goddard) nei suoi collant e nelle sue scarpe picchiettanti e finché c’era lei era tutto (o quasi) meraviglioso e se i cani volevano abbaiare che abbaiassero pure

poi un giorno ci siamo svegliati e i nostri documenti andavano a certificare che di lì in poi eravamo grandi: che potevamo votare, fumare, bere e scopare e allora abbiamo fatto tutte quelle cose per sentirci grandi ma una creatura meravigliosa come quella del sabato pomeriggio potevamo sognarla e basta

che beffa…

questo accadeva tante seghe fa quando la vita era più facile e pensare alla donna del sabato pomeriggio era l’apice dell’apice

estratto de
“Coni d’ombra e lame di luce”
di Gianmarco Groppelli

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